Goffredo Fofi, La nostra vita ed il cinema immorale

Più volte, negli ultimi mesi abbiamo parlato di cinema immorale, di scelte narrative e formali che nascondevano una presa di posizione sul mondo e sul cinema.

Conoscete anche il nostro giudizio su La nostra vita, l’ultimo film di Daniele Luchetti, recensito a Cannes.

Goffredo Fofi, sulle pagine de L’Unità, ha lanciato il sasso nello stagno del cinema italiano, con la sua consueta forza polemica. Se l’è presa non tanto e non solo con la rappresentazione della piccolissima borghesia romana de La nostra vita, quanto con il lavoro complessivo di Rulli e Petraglia, due straordinari sceneggiatori, e con la loro presunta connivenza con il nemico, rappresentato dall’asse Cattleya/Rai Cinema.

Fofi forse ha mancato il bersaglio, puntando troppo in alto. Rulli e Petraglia scrivono per Luchetti quanto per Amelio, per Moretti quanto per Placido e Giordana: fare di ogni erba un fascio è esercizio un po’ sterile, però certamente ha attirato l’attenzione su un modo di raccontare il paese che deve trovare strade nuove, più rigorse e meno compiacenti.

Ecco il botta e risposta: prima l’intervento di Fofi, poi le risposte dei due sceneggiatori e di Riccardo Tozzi di Cattleya.

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La nostra vita e il pensiero comune. Cinema immorale per un paese amorale

di Goffredo Fofi

Daniele Luchetti ne ha provate come regista molte, oscillando tra gli estremi di un accademismo decorativo (per esempio I piccoli maestri) e, nel suo ultimo film La nostra vita, un camera in mano da capogiro. Un partito preso come un altro, innecessario come un altro, e imitativo, mai dettato da un’intima necessità d’autore. La nostra vita è un titolo roboante e citazionista, e non cambia se di canzonetta o poesia nello stile di La meglio gioventù  o dei film alla Archibugi, Virzì, Ozpetek e affini, quella lunga schiera di prodotti medi nella linea dominante dell’idealizzazione (che paga sempre) del pubblico medio che ci è rimasto, e cioè di una diffusa piccola borghesia e di un diffuso sottoproletario piccolo-borghesizzato più o meno benestanti e di pensiero comune, omologati nei consumi e anche negli ideali decisamente bipartisan.
La nostra vita ha qualche motivo per lasciare perplessi o peggio, che va oltre le sue scarse qualità cinematografiche, e credo che, nel bene e nel male, questo vada riferito all’esperienza professionale e latamente, vagamente politica, dei coautori del film Rulli e Petraglia, in linea, anche se con un salto evidente e pesante, con la loro produzione e il loro viaggio nel cinema italiano “di sinistra”.
Rulli e Petraglia seguono attentamente ciò che accade nel paese e nella sua produzione culturale, sanno documentarsi, prendere spunto dai grandi avvenimenti e dalle più evidenti trasformazioni, legando economia politica e antropologia e seguendo gli esperti di questi campi, leggendo e ritagliando non solo i giornalisti. Quando però scrivono i loro film, hanno soprattutto in mente la necessità di piacere e non certo quella, che sarebbe ben più lodevole, di dispiacere a quel pubblico, e cioè di provocarlo e di metterlo in crisi costringendolo a guardarsi allo specchio e a pensare, a ragionare sulle sue contraddizioni. Se a tratti lo fanno – e allora è la parte didascalica a essere la più pregevole del loro lavoro, come in La nostra vita accade con la narrazione-dimostrazione del funzionamento di un’economia a partire dall’edilizia, della contiguità tra economia “legale” ed economia criminale – “impacchettano” questa chiarezza dentro una serie di convenzioni, dentro un prima e un dopo forsennatamente sentimentali. Questo prima e questo dopo o questo sotto hanno forse lo scopo, nelle loro intenzioni, di far digerire senza sforzo le caute pillole dell’amara constatazione dello “stato delle cose” – e guai se non lo facessero, perché il pubblico non ci marcerebbe e la Cattleya, la casa-madre, la prima basilica di questo “genere” cinematografico di precisa versione italica anche se universale, e la Rai-cinema con cui essa è in losco connubio, non investirebbero in questi progetti euro dai molti zeri. Per La nostra vita non è difficile ipotizzare un’attenta lettura da parte dei nostri dei romanzi di Walter Siti, una “messa a giorno” sulle mutazioni in atto nel popolo italiano di sottospecie romana e periferica, di una parte che è però rappresentativa del tutto, e un’attenta visione dei film dei fratelli Dardenne. Con qualche aggancio più giornalistico, con qualche perlustrazione nelle romane periferie nuove e su qualche cantiere, con qualche consultazione con chi conosce i meccanismi dell’edificazione selvaggia, le regole – non scritte – del gioco economico (non troppo lontano da quello lodevolmente esplorato, senza troppe compiacenze, dalla Guzzanti in Draquila).

Tutto questo affannarsi e discutere sul presente, di per sé simpatico, a cosa porta, alla fine? A far rientrare tutto in quell’altra regola del gioco (non scritta, ma ben chiara ai cervelli pavloviani che presiedono a Cattleya e a Raicinema) che deve immancabilmente sfociare nell’esaltazione dei personaggi comuni dell’ambiente che si investiga, del loro pubblico bisognoso di consolazioni e lavacri. Siamo arrivati al punto, in Italia, che nessuno si fa scrupolo di sotterrare i cadaveri di quelli che abbiamo contribuito ad ammazzare, come accade nel film, con la complicità e il beneplacito e l’assoluzione di tutti (che ne pensano i nostri intemerati giuristi “repubblicani”?), perfino dei figli delle vittime, che finiscono per approvare in cambio della loro integrazione nel nostro ordine domestico, piuttosto infame? Siamo arrivati al punto che si accetta, si giustifica, si prende parte a un sistema del crimine con la scusa di una grande disgrazia che ci è capitata tra capo e collo, incattiviti dal destino? Se si fa parte della “famiglia”, anche il poliziotto (nel film è astutamente municipale, ma vale ben oltre) non trova niente di male a trovarsi a fianco, nell’impresa portata avanti da un amato fratello, di uno spacciatore di droga (però giustificato dall’handicap)? Così va il mondo, dicono i personaggi tutti del film, noi che ne possiamo? L’ammucchiata tra padri e figli sul letto della morta Italia, si può allargare a tutta la nazione? Si potrebbe continuare nelle domande che suscitano le constatazioni-giustificazioni di un ordine criminale quale quello che gli italiani accettano (accettiamo) sciorinate dal film di Rulli, Petraglia, Luchetti. Meglio fermarsi qui, per carità di patria? E se questa carità alcuni italiani, patrioti sinceri e nonostante, non la sentissero?
È la commistione stretta e collosa dei due ricatti il sentimentale e l’economico – il primo che giustifica il secondo – a renderci questo film così antipatico, e a farci pensare a un disastro davvero irrimediabile, nella parte più vasta della nostra popolazione e nei loro cantori. Un pregio di costoro è di evitare le denunce, ormai gratuite e ipocrite, di cui fino a ieri sono stati tra gli assidui e innumerevoli praticanti – ma questo avviene al prezzo di seguire, pur di piacere e, come si dice, “fare successo”, il destino della parte più vasta della nostra popolazione. Che però ha giustificazioni che essi non hanno nelle leggi non scritte della soggezione culturale alienante, di una tradizione catto-fascista, e della dura necessità. I produttori sceneggiatori registi attori, per il mestiere che si sono scelti e per i privilegi e le responsabilità che ne conseguono, non possono permettersi di essere anche loro incoscienti e amorali.

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Caro Fofi, immorale sei tu

di Sandro Petraglia e Stefano Rulli

Caro Goffredo,
ancora una volta ci tocca risponderti, anche se ci eravamo ripromessi di non farlo più dopo lo scambio di riflessioni su Ciak di alcuni anni fa. Di solito infatti non replichiamo alle critiche, anche le più negative, della stampa: a ognuno il suo mestiere. Però qui il giudizio scivola sul terreno dell’invettiva e dell’attacco personale – una tua specialità. Tu infatti non ci critichi perché facciamo brutti film (dici anche quello, ma sarebbe il meno) ma perché mettiamo intenzionalmente le nostre intelligenze al servizio del padrone Cattleya-RaiCinema, il tutto per non far pensare gli ‘sfruttati’. Nella tua visione da terzainternazionale siamo i peggiori tra gli intellettuali, i venduti al nemico. Ad aggravare le nostre colpe c’è che scriviamo per far piacere al pubblico mentre l’artista rivoluzionario scrive per dispiacere, per provocare, per fargli prendere coscienza e spingerlo così a redimersi. La verità, assai lontana dall’idea che ormai tu hai di noi, è molto più semplice: siamo solo due scrittori di cinema che provano da trent’anni a raccontare il paese e le sue confusioni (‘raccontare’, Goffredo, e non ‘giustificare’), senza sentirci fuori della mischia, senza crederci superiori, senza schematismi ideologici per cui chi è cattivo è anche antipatico (tanti anni di Berlusconi sono evidentemente passati su di te invano) e il male è sempre da un’altra parte – ma a noi non ci riguarda. Sbagliamo anche, ci mancherebbe, qualche storia ci viene meglio, altre peggio, figurati. Ma giudicare un film e sentenziare su di noi a partire da inverosimili congiure politico-culturali (una Spectre composta da Caterina D’Amico e Riccardo Tozzi!) non è degno della tua intelligenza.

Quel che proviamo a fare è scrivere storie e personaggi a partire da quel che vediamo attorno a noi, cercando checché tu ne dica di non edulcorare né mitizzare quella commistione ambivalente fatta di sentimento e ragione, calore umano e premoralità, narcisismo diffuso e familismo amorale che è oggi l’Italia. Per sperare che qualcosa possa cambiare davvero, a noi sembra necessario per prima cosa saperci guardare per quello che siamo. E noi – questo paese – siamo anche i Claudio del film. Ed è proprio perché quelli come te non capiscono nè si pongono il problema dei Claudio, che oggi ci ritroviamo col culo per terra. Le nostre storie nascono da questa esigenza: trovare uno sguardo per leggere il nostro presente e il nostro passato fuori dalle ideologie che ci hanno nutrito per anni. E il pubblico le giudica, le ama, le detesta, le rielabora nel suo immaginario oppure semplicemente le fugge. Punto. Il resto sono chiacchiere. E quanto al problema della morale, ognuno dovrebbe preoccuparsi – prima di denunciare gli altri – di garantirla nel suo campo. Tu dici che nel film «nessuno si fa scrupolo di sotterrare i cadaveri di quelli che abbiamo contribuito ad ammazzare con la complicità e il beneplacito perfino dei figli delle vittime, che finiscono per approvare in cambio della loro integrazione». Non è vero. Una delle ultime scene del film (e il suo senso complessivo) racconta l’esatto contrario: il giovane Andrei, appena saputo della morte del padre, fugge dal cantiere e quando rincontra Claudio gli dice che lui pensa di comprare tutto, di aggiustare tutto coi soldi, ma a lui non lo aggiusta, non aggiusta quello che ha fatto alla sua famiglia così come non aggiusta la morte di sua moglie. Insomma la vita, e il dolore, sono più forti del denaro. Qui non si tratta di una tua ‘interpretazione’ del film, qui si tratta di uno scorretto resoconto di quanto è scritto nei dialoghi e inciso nella pellicola. Questo non è dunque un punto di vista critico, questo è per un critico un atto immorale (se ti può consolare, in questo modo ‘leggero’ di vedere un film non sei solo). E dal momento che da questa deformazione della realtà-film deriva tutta la tua intemerata ideologica pensiamo che questo ‘disinformare’ non sia un errore ma la conseguenza della tua vecchia foga moralistica che, proprio come il personaggio di Claudio, si ‘aggiusta’ ogni cosa pur di farsi tornare i conti. Purtroppo a volte le aberrazioni di uno sguardo ‘integralista’ sopravvivono anche alla fine dell’ideologia e di un’amicizia.

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Fofi preferiva il cinema italiano quand’era tecnicamente morto

di Riccardo Tozzi

Il testo di Fofi sul film di Daniele Luchetti La nostra vita si presta a considerazioni di diverso livello. Uno è quello critico, che non commento perché è l’esercizio autonomo di una libertà. Uno è di natura politica. Il filo del ragionamento di Fofi è: le attività artistiche e imprenditoriali devono sottostare ad una finalità politica. Non è concepibile che siano frutto di volontà individuali, perché non è giusto e neanche possibile. Quindi non possono e non devono essere valutate in sé ma per altro, l’altro essendo la «giusta linea». Questo pensiero, quando vince e si fa potere, crea lo Stato che non si distingue dalla società e in cui non esistono autonomie. Tralascio il ricordare le conseguenze che questo tipo di sistemi ha avuto sulla libertà d’espressione. All’interno di questo sistema mentale, e qui veniamo al livello storico, Fofi immagina una centrale che crea il cinema italiano con una propria strategia. Coglie in effetti l’omogeneità del fenomeno, ma con dialettica rovesciata. Alla luce di un pensiero libero, quella che a lui appare una strategia si chiama «corrente» e, come è tipico della società aperta, viene dal basso, non dall’alto. E in effetti il nuovo cinema italiano degli anni duemila è una corrente. Affonda le sue radici nella crisi degli anni ’80 e ’90 quando, pur con alcune importanti eccezioni, il cinema italiano era giunto ad essere tecnicamente morto (e allora, lo so, piaceva a Fofi).

Alla fine degli anni ’90 la quota di mercato dei nostri film era del 12% (10 milioni di biglietti). All’estero eravamo spariti. C’era però un’attività di ricerca, che si era catalizzata prima nel gruppo Maddalena ’93 e poi nell’Api (autori e produttori indipendenti). Cineasti di età e caratteristiche diverse si riunivano avendo in comune la non accettazione della fine del nostro cinema. In quell’ambiente sono maturate le idee che sono alla base della rinascita del cinema italiano negli anni duemila: la necessità di una relazione stretta fra autori e produttori, di strutture industriali forti, di un recupero di rapporto col pubblico, di una maggiore narratività (anche attraverso il ricorso al romanzo), di una valorizzazione anche divistica dell’attore. Questo pensiero si è fatto lobby politica ed ha portato all’adozione, da parte del governo Prodi-Veltroni, di due provvedimenti decisivi: la legge sugli investimenti televisivi (che ha portato alla creazione di Medusa e Raicinema), e la liberalizzazione delle licenze cinematografiche (che ha dotato il Paese di un circuito di sale cinematografiche decenti).

L’azione congiunta di un pensiero nuovo, di una comunità artistico-produttiva, di strumenti industriali più forti è alla base del nuovo cinema italiano. Oggi la quota di mercato del nostro cinema è tendenziamente al di sopra del 30% e vale quest’anno oltre 35 milioni di biglietti. Anche la sua diffusione all’estero è migliorata e ne fanno prova i crescenti riconoscimenti. Quanto alla qualità: io credo che ci sia una sola misura valida per valutarla, ed è la varietà. E il cinema italiano d’oggi è estremamente vario: dalle commedie popolari ai film di Garrone Crialese Sorrentino, dai film generazionali a quelli di Diritti e Costanzo, da Bellocchio ai comici, agli autori (tanti e bravi) che hanno trattato i temi delle generazioni, dei gay, delle donne, della famiglia, dell’amore, del lavoro, con grande seguito di pubblico. Quegli autori che Fofi cita irridendoli perché si occupano di quella che a lui pare una variabile secondaria e un po’ indecente: la vita. Questo cinema, che cresce attorno a gruppi produttivi aperti alla creatività (Fandango, IIF, Indigo, RC, Wild Side, Bibi, altri e, certo, Cattleya), in sinergia (lui lo chiama losco connubio) con strutture forti (oltre Medusa, Raicinema e Filmauro, oggi anche Warner, Universal, Fox, Disney, Eagle), ha sicuramente dei limiti e molti problemi: ma è vivo ed è vario. E chi lo fa si sente parte di una comunità e (che lo faccia Libero o l’Unità) non ci sta a farsi insultare.

 

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