Il diario di Cannes 2010 – 8

Film di sabato 22 maggio 2010:

Oncle Boonmee di Apichatpong Weerasethakul – In concorso ***

Chi conosce il cinema del thailandese (Tropical Malady, Syndromes and a Century) , sa che leggende, miti e foreste misteriose sono spesso al centro dei suoi racconti.

Anche qui seguiamo lo zio Boonmee, gravemente malato, che si trasferisce con la famiglia in una casa isolata, circondata da un bosco.

Improvvisamente una sera si materializzano i fantasmi della moglie e del figlio, reincarnatosi in un uomo-scimmia ed unitosi ad una sorta di tribù che popola la foresta.

Apitchapong divaga raccontando la leggenda di una principessa sfigurata, sedotta da un pescegatto nei pressi di una cascata. Quindi riprende a raccontare la lenta agonia di Boonme e la sua serena accettazione della morte. Rientrati in città per il funerale, i parenti rimarranno stregati dai poteri acquisiti nella foresta.

I film del regista thailandese sono da prendere o lasciare: o si entra in sintonia con i suoi ritmi lenti ed il suo realismo magico ed animista, oppure lo si rifiuta in un confortevole sonno sulle poltrone della sala.

I risvolti politici e i riferimenti più controversi sfuggono a chi non conosca a fondo la storia del paese asiatico, ma non importa: si riesce a godere la bellezza del cinema di Apichatpong, anche senza comprenderli.

Le sue notti illuminate dal mistero e le sue estatiche contemplazioni della natura sono uniche, per chi ha la pazienza di seguire il flusso della narrazione.

Se la giuria fosse coraggiosa, potrebbe assegnare al film uno dei premi più importanti: Apitchapong, in un concorso deludente, come quello di quest’anno, sembra uno dei pochi che persegue con chiarezza un’idea di cinema non scontata.

Aurora di Cristi Puiu – Un certain regard ***

Dopo il celebrato La morte del Sig. Lazarescu, Puiu ritorna sulla Croisette con un’altra storia di ordinaria follia.

E’ una giornata speciale per Viorel, ingegnere metallurgico, che seguiamo nel suo inquieto vagabondare per la città: sembra esserci un piano preciso o invece si lascia trasportare dal caso?

Si fa consegnare un proiettile, compra un’arma, uccide due persone in un garage e poi una donna ed un uomo in una piccola casa vicino alla stazione. Si scontra con il nuovo compagno della madre e va a prendere la figlia a scuola.

Dice di essere malato terminale, ma forse è solo un modo per vincere la resistenza delle maestre.

Puiu impiega tre ore a chiarire motivi, moventi e identità delle quattro vittime della violenza feroce di Viorel.

E quando arriva la spiegazione, in una dolorosa confessione dopo essersi costituito alla Polizia, nessuno sembra interessato.

Il racconto di quattro omicidi diventa un’altra noiosa formalità burocratica.

Viene in mente il dialogo finale di Police, Adjective: la stessa ottusità, lo stesso disinteresse per le ragioni profonde, la stessa impenetrabilità.

Non c’è più umanità nei personaggi di Puiu: è un antico retaggio del regime comunista? è un carattere profondo del popolo rumeno? Il film non dà risposte definitive: certo la liberazione dell’89 e l’adesione frettolosa ad un modello diverso, non hanno saputo arginare o correggere questa deriva morale.

Puiu avrebbe potuto usare qualche ellisse, evitando di mostrare ogni attimo di queste ventiquattr’ore, ma forse la rivelazione finale non sarebbe stata così necessaria ed, in fondo, così inutile.

La nostra vita di Daniele Luchetti – In concorso **1/2

Il nuovo film di Luchetti è l’unico italiano del concorso e non è uno dei suoi più riusciti: niente a che vedere con la vitalità contagiosa di Mio fratello è figlio unico o con la forza polemica de Il portaborse.

Luchetti ha la felice intuizione di raccontare la crisi morale del nostro paese, attraverso gli occhi di un piccolissimo operaio, trasformatosi in imprenditore in proprio, sfruttando la manodopera degli immigrati clandestini.

Quando l’amatissima moglie muore di parto, rimane solo con tre figli ancora piccoli, a cui non riesce a dare niente altro che una risposta: il denaro.

Denaro utilizzato per comprare beni di consumo, televisori, videogiochi e cercare così di riempire la loro vita di beni materiali, che sostituiscano l’affetto della madre.

L’avidità cresce assieme alle responsabilità: il protagonista sfrutta la tragedia di un guardiano notturno, per ricattare l’imprenditore edile con cui collabora ed ottenere un subappalto più remunerativo, ma al contempo più impegnativo.

Si indebiterà con un amico spacciatore e con i fratelli, trufferà i suoi operai, cercando di portare a termine i lavori in qualche modo.

Elio Germano è bravissimo, ancora una volta, nel ruolo principale.

Ma sono efficacissimi anche gli altri interpreti: da Raul Bova, in una parte finalmente inconsueta e indovinatissima, a Isabella Ragonese e Luca Zingaretti.

Purtroppo il film è diseguale e ad una prima parte indovinata e cattiva, ne segue una seconda un po’ troppo consolatoria e semplicistica. Luchetti non ha il coraggio della cattiveria e si accontenta di aver mostrato uno squarcio: a sistemare tutto arrivano la solidarietà familiare e gli operai italiani.

Al giovane rumeno non resta che farci la morale in estremis. Peccato!

Route Irish di Ken Loach – In concorso **

Inserito all’ultimo momento nella competizione ufficiale, il nuovo film di Loach è un thriller che coinvolge due amici di Liverpool, contractor in Iraq: uno dei due è ucciso sulla Route Irish, la strada che collega la Green Zone all’aeroporto; l’altro vuole vederci chiaro e cerca di superare con ogni mezzo la cortina fumogena innalzata dalla società che li ha assoldati, per mascherare la verità.

Come sempre Loach sta dalla parte giusta, ma non basta questa volta: il racconto è esemplare, ma convenzionale, le interpretazioni non particolarmente ispirate e la ricerca condotta in patria, con telefonini, skype, waterboarding ed esplosivi, non supera mai il livello di un buon film hollywoodiano. Da Loach ci saremmo aspettati qualcosa in più.

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12 pensieri riguardo “Il diario di Cannes 2010 – 8”

  1. […] Noi credevamo il grande affresco di Mario Martone sui tradimenti del nostro Risorgimento, si è aggiudicato sette David di Donatello ed è per il miglior film italiano dell’anno. Le altre meritatissime statuette sono quelle per la migliore sceneggiatura (Mario Martone, Giancarlo de Cataldo); migliore direttore della fotografia (Renato Berta); migliore scenografo (Emita Frigato), migliore costumista (Ursula Patzak); migliore truccatore (Vittorio Sodano), migliore acconciatore (Aldo Signoretti). A Martone è sfuggito il premio per la miglire regia, che ,con discutibile scelta, è stato invece assegnato a Daniele Luchetti per La nostra vita. […]

  2. […] Noi credevamo il grande affresco di Mario Martone sui tradimenti del nostro Risorgimento, si è aggiudicato sette David di Donatello ed è per il miglior film italiano dell’anno. Le altre meritatissime statuette sono quelle per la migliore sceneggiatura (Mario Martone, Giancarlo de Cataldo); migliore direttore della fotografia (Renato Berta); migliore scenografo (Emita Frigato), migliore costumista (Ursula Patzak); migliore truccatore (Vittorio Sodano), migliore acconciatore (Aldo Signoretti). A Martone è sfuggito il premio per la miglire regia, che ,con discutibile scelta, è stato invece assegnato a Daniele Luchetti per La nostra vita. […]

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