Venezia 2009 – VI giorno

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SOUTH OF THE BORDER ***

Ad un festival del cinema può capitare anche questo: terminata la proiezione del documentario di Oliver Stone, in una Sala Grande gremita come non mai, il presidente del Venezuela Hugo Chavez si intrattiene a lungo con gli spettatori in una sorta di intervista-comizio sulla rivoluzione pacifica, ma armata (di idee!) in corso nel sudamerica, sul governo americano e quello italiano.

Firma autografi, stringe mani, saluta il pubblico che lo acclama e quasi si finisce per dimenticare che una volta conquistato il potere, il Venezuela ha vissuto anni di democrazia debole, debolissima, che l’opposizione è stata messa a tacere brutalmente e che le conferme al potere plebiscitarie non possono essere considerate libere elezioni.

Il film di Stone non è dedicato solo a Chavez, ma ha un obbiettivo molto più ambizioso: raccontare al proprio paese, corrotto da un’informazione manipolata e superficiale, chi sono i leader del movimento bolivariano in America Latina e perchè governi di sinistra o centro sinistra si siano insediati legittimamente in quasi tutto il continente, a partire dalla metà degli anni ’90.

I trionfi di Lula in Brasile, dei Kirchner in Argentina, Evo Morales in Bolivia, Lugo in Paraguay, Correa in Equador hanno seguito quello di Chavez ed oggi un intero continente parla con una voce sola.

Si progetta una sola moneta, un solo parlamento e l’indipendenza dal Fondo Monetario Internazionale e dalla DEA americana, che tanti danni ha provocato in Sudamerica.

Il tentativo di Stone è chiarissimo e molto ambizioso: le malefatte di Bush e soci anche qui hanno fallito completamente il bersaglio, creando invece un’alleanza fortissima tra tutti i paesi del continente, al di là delle differenze, che pure esistono tra governi diversi, forme di gestione del potere, storie secolari e culture popolari.

Ma quello che Stone vuole spiegare allo spettatore americano è che non esiste uno Chavez malvagio ed un Kirchner buono, che non esiste un Morales nemico degli Stati Uniti ed un Lula generoso riformatore: si tratta invece di facce diverse, a volte molto diverse, di un’unica medaglia.

Certo scegliere il discusso dittatore Chavez, per raccontare questo movimento di liberazione è stata una scelta provocatoria e rischiosa, ma certo capace di suscitare discussioni ed attirare interesse intorno a South of the Border.

Certo l’avvento di Obama ed il radicale cambiamento della politica estera americana, nei primissimi mesi del suo mandato, suscita speranze, che Stone non ha mancato di registrare nei suoi interlocutori.

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36 VUES DU PIC SAINTLOUP **

Il nuovo film dell’ottuagenario Rivette è un curioso divertissement che ruota attorno ad una compagnia circense in disarmo, ad un misterioso italiano, dal francese forbito, e ad un incidente di molti anni prima che ha sconvolto le vite di tutti.

La protagonista, Kate, interpretata da Jane Birkin ha lasciato il circo, dopo che il suo amante rimase vittima di un numero mal eseguito.

Il padre, direttore dello spettacolo, non ritenne opportuno interrompere le repliche, provocando la fuga di Kate per sempre.

Ora quest’ultima ritorna nella compagnia diretta dalla sorella, mentre un italiano, che l’ha aiutata, mentre aveva l’auto in panne, interpretato da Sergio Castellitto, decide di seguire alcune tappe della tournè, forse innamorato di lei.

Toni leggeri, qualche gag riuscita, largo spazio all’improvvisazione: un po’ poco per uno dei maestri meno conosciuti della Nouvelle Vague.

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THE INFORMANT! ***

Da un film di Steven Soderbergh ci si può aspettare di tutto: l’autore rivelatosi con Sesso bugie e videotape, vincitore dell’Oscar con Traffic e regista dei tre Ocean’s e di Erin Brockovich, reduce dal doppio mastodonico Che e dal piccolissimo indipendente Girlfriend experience, torna a Venezia, per presentare questo caustico The Informant!, tratto dalla vera storia di un dirigente di una multinazionale agroalimentare, che diventa informatore dell’FBI, per rivelare i segreti della propria compagnia.

Il film è ambientato nei primi anni novanta.

Macchine, acconciature, vestiti, cravatte, occhiali, taglio di capelli: tutto in Mark Whitacre, porta il segno di quegli anni.

Matt Damon è bravissimo nel mimetizzarsi in questo giovane e brillante dirigente, dal radioso futuro, che piano piano finisce per sprofondare nell’abisso, creato dalle sue continue menzogne, dalle sue reticenze, dai suoi fondi neri.

La sua collaborazione con l’FBI, nata per smascherare un cartello sui prezzi dei cereali della multinazionale per cui lavora, finisce per spostarsi sulle sue frodi fiscali e finanziarie.

Forse Whitacre è affetto da disturbi bipolari, che lo portano a costruirsi un mondo tutto suo: Soderbergh ci consente di attraversare i pensieri del suo protagonista, con un flusso di coscienza continuo e bizzarro, che ci accompagna lungo tutto il film.

The informant! è pieno di momenti surreali, avvolto in un’atmosfera originalissima, anche grazie alla colonna sonora straniante di Marvin Hamlish ed alle interpretazioni di tutti i comprimari e dello stesso Damon, perfetto nell’incarnare questo curioso mitomane, incapace di distinguere realtà ed invenzione e di prevedere gli esiti catastrofici delle proprie azioni.

Al di là della divertente parabola personale, l’obbiettivo di Soderbergh sembrano essere le grandi corporations, la manipolazione del mercato, la gestione finanziaria illegale, le mazzette e i fondi off-shore dei loro CEO e la menzogna di famiglie perfette – con le Ferrari in garage, la piscina e i bimbi adottati – dietro cui nascondere un’avidità senza fondo.

Soderbergh, come spesso succede nei suoi ultimi film, sembra limitarsi ad osservare i suoi personaggi, come un narratore esterno, senza lasciarsi troppo coinvolgere, ma il suo sguardo ironico e raggelante, finisce per rivelare l’abisso morale, dietro l’idozia imperante.

 

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