Venezia 2009 – V giorno

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UP ***1/2

La giornata dedicata alla Pixar, in concomitanza con la consegna del Leone d’oro alla carriera, si è aperta con la proiezione dell’ultimo prodotto della factory di John Lasseter, già presentato a Cannes.

Dopo il capolavoro WALL E, siamo di fronte ad un altro deciso passo avanti, verso temi più complessi e capaci di emozionare non solo i bambini a cui, naturalmente, questo tipo di produzioni è rivolto.

up

Up è una riflessione, semplice eppure efficacissima, sulla meravigliosa avventura della vita.

L’anziano protagonista Carl e la moglie Ellie, da poco scomparsa, si erano conosciuti da bambini proprio grazie alla comune passione per un esploratore famosissimo.

Entrambi sognavano di arrivare un giorno alle mitiche Cascate Paradiso, ma gli affanni quotidiani, le piccole gioie ed i grandi dolori della vita si erano sempre incaricati di procrastinare quel viaggio meraviglioso.

Il film racconta l’ultima avventura di Carl verso i suoi sogni di gioventù.

L’indomito e scorbutico avventuriero è accompagnato da Russel, un esploratore in erba, su una mongolfiera del tutto particolare: ci saranno fughe, pericoli, inseguimenti imprevisti, ed il vecchio Carl finirà per arrivare davvero alle  cascate, scoprendo che i miti d’infanzia si sono tramutati in spietati e avidi cacciatori.

Ma ritrovando in senso di una vita che si era incattivita nella solitudine e nell’incomprensione.

Up è un nuovo trionfo di magia e poesia, di equilibrio narrativo e di sfrenata fantasia, di amore per il cinema e di entusiasmo per la vita.

Imperdibile.

 Leone d'oro

TOY STORY e TOY STORY 2 in 3D***

La giornata dedicata alla Pixar prosegue con la proiezione in 3D dei primi due episodi di Toy Story, intervallati dalla consegna del Leone d’oro alla carriera a Lasseter e ad altri quattro registi, da parte di George Lucas, che per primo aveva intuito le potenzialità di quel gruppo, nato sotto l’egida della Lucasfilm.

La cerimonia, perfetta per tempi e modi, è stata l’occasione per un incontro divertente e pieno di aneddoti tra Lucas e Lasseter, che hanno condiviso con il pubblico le fasi eroiche della nascita della Pixar, che ha rivoluzionato il modo di fare animazione negli Stati Uniti.

Accanto al Leone d’oro a Lasseter, Mueller e Baratta hanno consegnato a Stanton, Bird, Unkrich e Docter quattro leoncini più piccoli, ricordando l’Oscar speciale consegnato a Disney, per Biancaneve.

Sono state proiettate poi, in anteprima mondiale, una sequenza del nuovo Toy Story 3 ed una della nuova animazione tradizionale Disney, The princess and the frog.

Quanto alla visione in 3D dei primi due Toy Story è sufficiente dire che non aggiunge davvero nulla alla già esaltante esperienza originale e che il fastidio di portare i pesanti occhialoni sconsiglia ulteriori inutili esperimenti di conversione.

WHITE MATERIAL **

Di nuovo a Venezia, un anno dopo 35 rhums, Claire Denis ci trasporta in un imprecisato paese africano, dove una coraggiosa ed incosciente Isabelle Huppert è Maria, proprietaria di una piantagione di caffè, si ritrova in mezzo alla lotta fratricida tra i ribelli guidati da “Il boxer” e l’esercito regolare, che guida il paese.

E’ una storia già vecchia e già vista altre volte, che interroga la nostra cattiva coscienza occidentale ed in nostro senso di colpa africano, ma che finisce per avvalorare, in fondo, l’indifferenza ed il rigetto, per le sorti di un continente preda di violenza, ignoranza e povertà morale e materiale.

Quanto ai white material del titolo, cioè ai bianchi in terra d’africa, si dividono tra tentativi velleitari di resistere, corruzione, volontà di tornare a casa e follia suicida.

La prova della Huppert è, come sempre, superba, ma non basta a risollevare le sorti di un film, che appare marginale e impotente, quanto i suoi personaggi.

 Moore

CAPITALISM: A LOVE STORY ***

Il nuovo attesissimo film di Michael Moore è stato salutato da un lunghissimo applauso in Sala Grande, rotto solo dalle parole del regista di Flint, che ha esortato anche gli italiani a prendersi a cuore le sorti del proprio paese, bisognoso di una scossa, pari a quella che ha investito gli Stati Uniti con la vittoria di Obama.

Capitalism è un racconto complesso che parte dalla classe media lavoratrice, che ha finito per vedersi pignorata la propria abitazione, incapace di pagare gli interessi su mutui ipotecari completamente fuori controllo, per approdare al ruolo delle grandi banche nella gestione del Ministero del Tesoro.

Ci sono ancora momenti divertenti: la canzone su Cleveland, Moore che bussa alle banche di Wall Street chiedendo di poter arrestare i CEO, responsabili del tracollo, le conferenze stampa di George Bush, il nastro giallo di CSI, tirato sulle istituzioni finanziarie americane.

Ma nelle due ore di Capitalism c’è ben poco da ridere. Moore ricostruisce con la consueta diabolica abilità, mezzo secolo di storia economica americana, alla ricerca delle radici lontane del fenomeno deflagrato con la crisi del 2008-2009

Le parole di Roosevelt, il suo Bill of rights del 1944, che avrebbe portato all’affermazione di un welfare state anche negli Stati Uniti è stato completamente tradito dalle presidenze successive, ma il vero tracollo della spirito solidaristico è avvenuto con le deregulation dell’era Reagan, quando le tasse sulla ricchezza sono crollate e l’attacco ai sindacati e lo smantellamento dell’industria ha creato le condizioni per la situazione attuale, nella quale l’1% degli americani possiede la ricchezza pressochè totale del paese e l’altro 99% vive nel mito del sogno americano, altra illusione costruita a beneficio di pochi per l’illusione di molti.

Moore individua nella capacità di rendere popolare e attraente tale sistema economico, attraverso forme persuasive e pubblicitarie, il vero elemento chiave dell’affermazione capitalistica.

Le parole proprietà privata, libertà di iniziativa, successo personale finiscono per essere svuotate di senso ed utilizzate per perpetuare un sistema non troppo dissimile da quello fondato sulle caste.

In questo pamphlet, certamente molto politico ed altrettanto radicale, che attacca le banche d’affari e chiarisce la loro influenza sulle scelte di politica economica degli ultimi trent’anni, Moore cerca di restaurare il sogno di una società più democratica, in cui la produzione ritorni ad essere la fonte della ricchezza, in cui la speculazione finanziaria sia regolata, se non limitata, ed in cui le forme di gestione di tipo cooperativo siano utilizzate per ristabilire un distanza tollerabile tra i compensi di chi organizza e supervisiona il lavoro e di chi lo esegue materialmente.

Si direbbe una prospettiva socialista: quasi un’eresia in un paese come l’America.

Una volta…

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