Venezia 2009 – Clooney’s day

Venezia_66

NAPOLI NAPOLI NAPOLI *1/2

Il film di Abel Ferrara, stabilitosi ormai nel nostro paese, è una ricognizione nei luoghi oscuri di Napoli e della sua periferia.

Partita come una ricognizione nel carcere femminile di Pozzuoli, l’opera del regista newyorkese si è allargata ad una serie di interviste con i politici locali, con i responsabili dei centri sociali, a cui si aggiungono due momenti di fiction con Peppe Lanzetta, Ernesto Mahieux e Luca Lionello e spezzoni di cortometraggi e documentari degli anni ’60, all’alba della speculazione edilizia.

Il quadro tracciato da Ferrara attraverso le interviste e le immagini da Scampia, Secondigliano, Ercolano e dai Quartieri Spagnoli è quanto mai desolante. Le mani sulla città sono ancora strette e la camorra mantiene un gioco intollerabile sulle periferie e sul centro storico. La droga, la prostituzione, le rapine, i videogiochi sono tutte forme di affiliazione, che sfruttano la depressione economica ed il mito dei soldi facili.

Ferrara si pone nella scia di Saviano, senza aggiungere molto ad un quadro drammaticamente chiaro.

 Lebanon

LEBANON **1/2

1982, Prima Guerra del Libano, quattro giovani carristi israeliani entrano in un tank e noi con loro. Finiranno in una zona nemica in mano ai Siriani, saranno colpiti, feriti, vedranno uccidere i loro compagni all’esterno e capiranno che la guerra è molto diversa dall’addestramento sommario a cui erano stati sottoposti.

Sparare ad un uomo in movimento, ad un’automobile, ad un possibile bersaglio è quasi impossibile: il terrore paralizza, l’orrore diventa intollerabile, la miseria umana e le sue debolezza vengono a galla, la follia rende impotenti.

Il film di Maoz, soldato israeliano nel 1982, incapace, sino ad ora, di fare i conti quell’esperienza sconvolgente, è ambientato tutto dentro al carro armato: le uniche immagini dell’esterno sono le soggettive dal mirino e le scene d’apertura e chiusura, ambientate in un campo di girasoli.

Il messaggio pacifista è chiarissimo e quanto mai necessario, rispetto al groviglio mediorientale, che sembra non poter essere ricondotto a linearità.

Eppure il film appare troppo costruito, troppo preciso nelle sue scelte programmatiche, troppo esemplare negli incontri e nelle posizioni.

Lontano da un capolavoro come Valzer con Bashir, che pur raccontando la stessa guerra, riesce a volare altissimo, grazie ad una forza narrativa dirompente e alla capacità di sovrapporre immagini, sogni, ricordi, speranze, in un caleidoscopio originalissimo.

 Clooney Canalis

THE MEN WHO STARE AT GOATS **1/2

Il nuovo film di George Clooney, che cede la regia a Grant Heslov, coautore e produttore di Goodnight and goodluck e di Leatherheads, è un gustoso divertissement, che segue le orme di MASH, di Three Kings e l’ironia feroce dei fratelli Coen, per raccontare il tentativo, in seno all’esercito americano, di creare una squadra speciale di soldati, dotati di poteri paranormali, da utilizzare per la guerra psichica.

Ispirandosi in parti uguali alle pratiche hippy, alle filosofie orientali ed a Guerre Stellari (i soldati si chiamano Jedi, tra di loro e fanno riferimento alla Forza ed al Lato Oscuro), Jeff Bridges, nei panni di un marine congedato dal Vietnam, si occupa, nei primi anni ’80, di mettere assieme una squadra eterogonea, attraverso lo studio delle arti marziali, della telecinesi, la libera espressione del corpo.

Nato come strumento di battaglia pacifico e non violento, è stato trasformato dall’anima nera del gruppo, interpretata da Kevin Spacey, in un mezzo di tortura, utilizzato nella guerra psicologica contro gli iracheni ed i presunti terroristi.

Il film che parte come una commedia nera, seguendo le indagini del giornalista Ewan McGregor su questo misterioso gruppo, approda nel cuore della War on terror: il personaggio interpretato da Clooney – uno dei soldati più dotati, costretto al congedo, dopo aver ucciso una capra con la sola forza del pensiero – deve ritrovare in territorio iracheno il leader Jeff Bridges e si fa aiutare dall’inesperto cronista, in un viaggio che approderà ad una dissacrante liberazione.

Il film affronta temi serissimi, con la forza dell’ironia e della satira antimilitare: Heslov e lo sceneggiatore Peter Straughan costruiscono un avventura picaresca, piena di ironia e ferocia.

Clooney è perfetto nella parte dell’antieroe ottuso, caratterizzazione classica del suo repertorio, qui impreziosita da baffetti alla Gable.

McGregor è credibile e convincente, nei panni del pavido reporter, capitato in un impresa più grande di lui.

Jeff Bridges e Kevin Spacey sono due caratteristi extra lusso, in due parti splendidamente scritte.

 lo spazio bianco 2

LO SPAZIO BIANCO **1/2

Il nuovo film di Francesca Comencini, tratto dal romanzo di Valeria Parrella è un viaggio nell’incubo, tutto femminile, della maternità.

La protagonista, che insegna italiano alle scuole serali, in una Napoli fotografata da Luca Bigazzi in tutta la sua materica concretezza, si innamora di un padre-single, incontrato a cinema.

Rimane incinta, l’uomo scompare e lei decide di portare a termine la gravidanza, con l’unico conforto di un collega di lavoro e del magistrato, che vive sul suo stesso pianerottolo.

La bambina nasce prematura al sesto mese, da quel momento inizierà lo spazio bianco, chiusa insieme alla piccola e ad altre mamme nel reparto neonatale di un ospedale, attenderà quella che può essere considerata una seconda nascita.

La Buy porta il film interamente sulle sue spalle, con una misura ed una leggerezza nuove.

L’angoscia dell’attesa, l’incertezza sulle sorti della piccola, la possibilità di contrarre malattie, malformazioni, la stessa possibilità che possa non riuscire a respirare da sola, si alternano a momenti più leggeri, in cui la protagonista dialoga con i suoi alunni, che si stanno preparando all’esame, con i suoi colleghi, con la magistrato vicino di casa e con il giovane “dottorino” del reparto, con il quale cerca una storia d’amore, forse impossibile.

Il film della Comencini pur con alcune cadute di tono, che cercano inutilmente la poesia, è onesto, ha una sua necessaria originalità e momenti di felice ispirazione visiva.

BrooklynsFinest

BROOKLYN’S FINEST ***

Presentato a mezzanotte, il nuovo film di Antoine Fuqua è un poliziesco che aspira alla tragedia shakespeariana, in cui le vite di tre poliziotti del 65° distretto di Brooklyn si intrecciano in una notte di sangue e morte.

Il detective della squadra antidroga, interpretato da Ethan Hawke, ha una moglie malata d’asma, una casa troppo piccola e due gemelli in arrivo ad allargare la numerosa famiglia.

L’infiltrato Don Cheadle è stufo della sua copertura, tra carcere, spacciatori e morti violente. Quando esce dal carcere l’amico Wesley Snipes, spacciatore che cerca di riprendere il comando della zona, che la polizia vuole incastrare decide di fare un passo indietro, cercando di salvare la carriera e l’onore.

Infine c’è il poliziotto interpretato da Richard Gere, ad una settimana dalla pensione, che sogna un futuro impossibile con una prostituta e si trova a dover fare da chioccia a due giovani colleghi, appena usciti dall’accademia, mentre una ragazza scomparsa, popola i suoi incubi notturni.

I tre che non si conoscono e che si incrociano brevemente durante il film, si ritroveranno una notte, in uno dei prospects di Brooklyn, mentre cercano di tenere a bada i propri demoni: solo per uno dei tre ci sarà un futuro.

Fuqua ritorna sui temi di Training day: la corruzione della polizia, un certo codice etico criminale, l’idealismo corrotto dalla violenza e dalla droga, l’impossibilità di sottrarsi alla legge della strada.

Nonostante una sceneggiatura non sempre perfetta, Brooklyn’s finest è un’opera potente, di grande forza.

Perfetti i tre attori protagonisti: l’insofferente Cheadle, il disperato Hawke e il malinconico Gere.

 

 

 

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