Venezia 2009 – VIII giorno

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WOMEN WITHOUT MEN **1/2

Il film di esordio della regista iraniana Shirin Neshat è un raffinatissimo melò ambientato nel 1953, quando il governo democratico del primo ministro Mossadeq fu fatto fuori da un colpo di stato ispirato dalla CIA.

Lo scià fu messo al potere ma con una sovranità limitata, fino al ritorno dell’ayatollah Khomeini ed all’instaurazione della repubblica teocratica, che ancora oggi regna in Iran.

Nel film tre donne finiscono per ritrovarsi in una tenuta di campagna, luogo isolato dal tempo e dalle convenzioni sociali dominanti, che sembra essere il rifugio perfetto per le loro solitudini ed il loro dolore.

Women without men

La padrona di casa è la moglie di un Generale, incapace di tollerare l’ignoranza gretta del marito.

Nella villa si rifugiano anche una prostituta, fuggita da una casa di piacere, ed una giovane attivista, che sostiene Mossadeq.

Per tutte le delusioni della vita, siano esse sentimentali, amorose, politiche o familiari, sono troppo profonde: la villa sembra essere il luogo adatto per lenire le sofferenze, fino a che la storia non entrerà anche dentro quel giardino e quelle stanze, facendo precipitare ogni illusione.

Tratto dal romanzo ominimo di Shahrnush Parsipur, il film segue una narrazione che intreccia diversi piani temporali, unisce sogno e realtà e si affida ad una fotografia di bellezza fin estetizzante, che finisce però col rendere troppo distante e freddo il racconto.

Non sembra esserci vera passione dietro le donne bellissime di Neshat, non sembra esserci vero dolore ed il parallelo con la rivoluzione verde di questa primavera non è mai veramente coltivata.

Le tre interpreti e la regista hanno una formazione statunitense ed il progetto è nato sotto l’egida del Sundance Film Festival.

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IL GRANDE SOGNO **1/2

Il nuovo film di Michele Placido, dopo il successo di Romanzo Criminale, è una riflessione tutta personale ed autobiografica sul ’68, in cui un giovane poliziotto infiltrato, che sogna di fare l’attore, una ragazza borghese e cattolica ed uno studente a capo del movimento, finiranno travolti dalla passione e dai tradimenti.

Sullo sfondo, l’occupazione dell’università, Valle Giulia, la scuola d’arte drammatica, le prime molotov e la degenerazione violenta del movimento.

Placido monta veloce – alla Stone si sarebbe detto una volta – e alterna piani, colori, immagini di repertorio e ricostruzioni d’autore, per raccontare una storia alla Jules et Jim tra differenze di classe, impegno e voglia di affermazione.

La parte più bella è certamente quella affidata a Scamarcio, poliziotto del sud, appassionato di teatro e costretto ad infiltrarsi nel movimento.

Finirà per lasciare la polizia ed entrare all’accademia, grazie alla lungimiranza di un’insegnante (Laura Morante), capace di guardare al di là della sua dizione incerta.

Poi c’è la splendida Jasmine Trinca, perfetta nell’incarnare la ragazza di buona famiglia, che si ribella ad un’educazione troppo rigida, trascinando con sé, pericolosamente i due fratelli più giovani.

I suoi vestiti di tweed, i suoi occhiali demodè, la sua faccia semplice sono straordinariamente indovinati.

Argentero infine si ritaglia un ruolo più unidimensionale, nella parte di uno studente torinese a Roma, che capisce più le ragioni della politica, che quelle del cuore.

Nel complesso Placido, pur con qualche caduta di tono – soprattutto nelle scene in famiglia – e con qualche didascalia di troppo – insopportabili quelle finali all’American Graffiti – confeziona un film piacevole, pieno di vita, di notevole sincerità ed innocenza, regalando tre magnifici ruoli ad un gruppo di giovani attori di grande talento, troppo spesso obbligati a recitare invece parti mal scritte e pessimamente dirette.

Non è poco.

Survival of the dead 

 

SURVIVAL OF THE DEAD **1/2

L’ennesimo capitolo degli zombie di Romero è stato accolto in Sala Grande con un tifo da stadio.

L’affetto, la gratitudine e la sincera ammirazione del pubblico, verso il maestro americano, si sono manifestate con una serie interminabile di applausi durante la proiezione ufficiale, a segnare ogni battuta, ogni sparatoria, ogni svolta narrativa di un film che è un nuovo aggiornamento della saga cominciata nel 1968 con La notte dei morti viventi.

La metafora del Vietnam e lo spettro della guerra si è continuamente aggiornata nel corso degli anni, sino all’asssedio post 11 settembre dell’ultimo La terra dei morti viventi del 2005.

Il successivo Diary of the dead è ancora inedito in Italia.

In questo nuovo episodio, evidentemente girato a bassissimo costo e con effetti vecchio stile, Romero aggiorna nuovamente la metafora dello zombie ad una lotta fratricida tra due famiglie contrapposte.

Il contagio ha raggiunto anche una piccola isola nella quale vivono i gli O’Flynn ed i Muldoon, da molte generazioni.

Come limitare l’epidemia? Le soluzioni sono opposte: Patrick O’Flynn decide che è meglio sterminare i contagiati, donne e bambini compresi, Seamus Muldoon preferisce tenerli in vita, cercando di educarli ad indirizzare la propria rabbia verso gli animali, risparmiando l’uomo.

Romero sceglie di raccontarci la storia dal punto di vista degli O’Flynn, salvo ribaltare tutto verso la fine, mettendo in discussione i ruoli e le certezze iniziali, fino all’ultima sontuosa inquadratura, in cui i due pater familias si affrontano all’ombra di una luna gigante.

Siamo evidentemente nella serie B, nel cinema di genere più puro.

Recitazione frettolosa, effetti artigianali, umorismo, splatter e tanta azione: se non si entra subito in sintonia con lo spirito del film non ci si diverte.

Lunga vita agli Zombie di Romero, saga davvero immortale, destinata verosmilmente a continuare per lo spasso dei suoi adepti.

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