Il Divo

“A Roma c’è un uomo che da 60 anni la notte non dorme, ma lavora, scrive, prega. Un uomo che rappresenta il potere da oltre 40 anni, sette volte Capo del Governo, otto volte Ministro della Difesa, cinque volte Ministro degli Esteri, due volte Ministro delle Finanze, del Bilancio e dell’Industria, una volta del Tesoro, dell’Interno e delle Politiche Comunitarie. Un uomo che è il principale ‘enigma’ italiano dal dopoguerra ad oggi, un vero Divo della politica di questo paese… Giulio Andreotti”.

Paolo Sorrentino, 2008

Il Divo è il quarto film scritto e diretto da Paolo Sorrentino, per la terza volta in concorso a Cannes, dove ha ricevuto il premio speciale della giuria ed il premio per il miglior contributo tecnico, per la fotografia di Luca Bigazzi ed il sonoro di Emanuele Cecere.

La ‘vita spettacolare di Giulio Andreotti’ è un altro dei suoi ritratti crudeli, enigmatici: dopo i due Tony Pisapia, il cantante ed il calciatore de L’uomo in più, il Titta Di Girolamo, ragioniere della mafia in esilio svizzero e Geremia, l’usuraio deforme de L’amico di Famiglia, Sorrentino racconta un altro personaggio estremo, particolarissimo.

Ma questa volta non si accontenta di una storia di fantasia, ma ha l’ardire di mettere in scena una parte della vita del più importante uomo politico italiano del dopoguerra.

Il cinema di Sorrentino racconta storie di protagonisti ambigui, grotteschi, fuori dagli schemi della società in cui vivono.

E chi meglio di Andreotti, amico sui generis di uno Stato sui generis, quale quello italiano, a sovranità limitata… amico della governabilità a tutti i costi… difensore dei valori cattolici di una società e di uno Stato, improntati all’immagine sacra della famiglia[1].

Affidandosi ancora una volta alla maestria mimetica di Tony Servillo e ad un trucco grottesco, che lo rende più andreottiano del vero Andreotti, Sorrentino ripercorre l’annus horribilis del Divo, dalla brevissima vita del suo settimo ed ultimo governo, alla mancata elezione a Presidente della Repubblica, fino all’incriminazione dei giudici di Palermo, per associazione mafiosa.

Nel farlo dipinge un ritratto surreale del paese nei primi anni novanta, con la stessa forza e la stessa spaventosa carica usata da Grosz, nel ritrarre “Il volto della classe dirigente” nella Repubblica di Weimar.[2]

Il film comincia con un lento carrello in avanti a scoprire il nostro protagonista in una posa del tutto singolare: nel mezzo di una seduta di agopuntura al viso, per tentare di alleviare la sua nota emicrania.

Così immerso nel buio e contornato da una corona di spilli, l’intento di Sorrentino è chiaro sin dall’inizio: non illustrare pedissequamente la vita di Andreotti, con la presunzione di ricostruire filologicamente quegli anni cruciali, ma raccontare la storia di un altro straordinario perdente, un altro italiano eccezionale, un altro personaggio complesso e sfuggente, senza la presunzione di mettere in scena la verità assoluta dei fatti, ma con l’obbiettivo di renderci partecipi di una storia incredibile, eppure realmente accaduta, usando tutta la potenza suggestiva e mitopoietica del cinema.

Ed allora il film dopo i titoli rosso fuoco, sulle note di “Toop Toop” dei Cassius, mette in scena in rapida successione tutti i misteri italiani di cui Andreotti è stato testimone e tutti i segreti di cui si è fatto custode nel corso degli anni.

Il delitto Pecorelli, quello Moro, Calvi ed il Banco Ambrosiano, Sindona e Ambrosoli, la P2 e Licio Gelli, fino ad arrivare all’auto di Falcone a Capaci.

Il film li accosta in un montaggio vertiginoso, come premessa indispensabile agli avvenimenti raccontati dal film, che comincia solo nel 1992.

Si entra dentro ad Il Divo, come si potrebbe entrare nel ritmo vorticoso di Quei bravi ragazzi: questione di stile, spesso strabordante… carrellate, rallenti, grandangoli dal basso.[3]

E’ un fiume in piena, di immagini e parole.

Sorrentino evita ogni pesantezza didascalica, usa il montaggio per attrazione e la sintesi visiva, per suggerire senza retorica.

Non c’è indignazione, né denuncia ideologica, ma i fatti ci sono tutti, come un pugno in faccia allo spettatore, quasi a ricordargli, se l’avesse dimenticato, qual è il carico di misteri e di sangue, legato a doppio filo a quella stagione politica.

Il regista è straordinario nel ricostruire il clima di quegli anni: le passeggiate notturne e surreali di Andreotti con la scorta, le confessioni mattutine, le scritte sui muri – prologo della stagione di Mani Pulite – ed ancora le correnti della Democrazia Cristiana, un’inedita visione del Transatlantico parlamentare, l’arroganza del potere e i legami con cosa nostra.

La prima parte de Il Divo è un fuoco d’artificio continuo, che rende appassionante ed evocativa la rappresentazione degli ultimi bagliori della Prima Repubblica.

L’arrivo della brutta corrente negli uffici del Divo Giulio è solo uno dei pezzi di bravura di Sorrentino: le auto sportive, i primi cellulari, le donne di potere, i ministri arroganti e boriosi.

Gli uomini del Divo sono Salvo Lima, Valerio Evangelisti, Paolo Cirino Pomicino, Vittorio Sbardella, Giuseppe Ciarrapico ed il Cardinale Angelini, che accerchiano l’eterno presidente consiglio, mentre si fa la barba, come nel famoso plongé che apriva Gli intoccabili di De Palma.

Il ritmo frenetico della prima parte è fatto di accelerazioni e brusche frenate, in rallenti.

Nel film Andreotti appare sempre enigmatico, parla pochissimo e solo attraverso le sue famose battute.

Le sue motivazioni rimangono oscure, anche alle persone che gli stanno accanto, agli amici, ai collaboratori fidati, persino alla moglie, tutti incapaci, in fondo, di un’interpretazione autentica.

Indimenticabili sono i due momenti di intimità con la moglie Livia, interpretata da Anna Bonaiuto, quando lei lo accusa di non essere davvero quell’uomo colto e intelligente che appare, ma solo un politico di medie capacità, assistito da un’ironia fulminante e dalla capacità di concentrazione, e poi quando gli tiene la mano, una sera, davanti alla tv, che trasmette un concerto di Renato Zero.

Gli sguardi che si scambiano, le parole non dette segnano quella verità indicibile che  è Andreotti stesso a gridare in faccia allo spettatore poco dopo: “Nessuno sa quanto si debba amare Dio, per capire che bisogna perpetrare il Male, al fine di salvaguardare il Bene”.

E’ l’unico momento in cui il protagonista rifugge i silenzi e le ambiguità, per spiegare le sue scelte drammatiche, che finiscono per perseguitarlo, non solo nell’intimo della sua coscienza, ma ora anche nelle aule dei tribunali: it’s the first time Servillo reveals the demon beneath the mask of passivity.[4]

Ed è qui che le intenzioni di Sorrentino si manifestano più chiaramente: fare un film sull’idea del Potere e solo di conseguenza su chi, quel potere, lo incarnò al massimo grado[5].

La seconda parte de Il Divo è quella della caduta, del fallimento nella corsa al Quirinale, delle accuse di mafia e del confronto con i magistrati, con i pentiti, con uno Scalfari immaginario e con il fantasma di Moro, dalla prigione delle BR.

Le emicranie si fanno sempre più intollerabili, Andreotti non dorme più, si aggira furtivo per i corridoi di casa, camminando senza requie.

Ma anche qui quando la parabola discendente assume i contorni della tragedia, preannunciata dall’omicidio di Salvo Lima e poi dalla strage di Capaci e dalle accuse dei pentiti, Sorrentino non rinuncia alla sua ironia surreale: il procuratore Caselli che si spruzza la lacca nei capelli e la ricostruzione dell’incontro con Totò Riina, con il particolare della macchia sui pantaloni, prima del bacio con il senatore, sono ancora segni d’autore di un film originalissimo, vertiginoso, audace, nel quale Sorrentino rinuncia a sciogliere semplicisticamente il Mistero-Andreotti, ma ne restituisce tutta la complessità, l’ambiguità utilizzando la forza straordinaria del suo cinema visionario e sfrontato.

Chiamato a difendersi, Andreotti risponde sempre con un non ricordo, non sapevo, non mi risulta, non c’ero.

Sorrentino costruisce le sequenze con uno stile unico, mescola nella colonna sonora, curata da Teho Teardo, il pop dei Ricchi e Poveri con la musica classica, Vivaldi, Sibelius, Fauré e Renato Zero.

Come sceneggiatore e regista si concede ogni libertà artistica, per reinventare la vita spettacolare del Divo, in un film che è al tempo stesso, credibile nella ricostruzione storica e meravigliosamente fantasioso nella messa in scena.

Sorrentino è aiutato da un cast in stato di grazia, dominato dalle due donne dolenti, la moglie, Anna Bonaiuto, e la segretaria, Piera degli Esposti, ed arricchito da un Carlo Buccirosso sontuoso, nei panni del gaudente Cirino Pomicino, dall’ambiguo Evangelisti di Flavio Bucci e dallo squalo Sbardella, interpretato con la consueta forza da Massimo Popolizio.

Tony Servillo, di solito splendidamente naturalista, qui è invece costretto a stravolgere   il proprio registro, per incarnarsi in un personaggio assolutamente unico, con tratti fisici marcatissimi.

E lo fa con una grazia ed una capacità mimetica, che ci restituiscono un Andreotti più vero del reale: gli occhiali quadrati di celluloide, le orecchie a sventola, la gobba, l’incedere repentino, la posizione delle mani sono tutti elementi forti di una caratterizzazione, che Servillo ha mantenuto sapientemente controllata.

E la forza del film e dello stile di Sorrentino si comprende fino in fondo, constatando la calorosa accoglienza internazionale, riservatagli: an intense political film so wildly inventive and witty that it will become a touchstone for years to come, Il Divo is a masterpiece for maverick helmer-scribe Paolo Sorrentino[6]

Ed ancora: it’s a shame that this wildly exuberant, brilliantly crafted film will probably never get the worldwide exposure, in any format, that it clearly deserves.[7]

Quando il film si conclude, con un altro carrello in avanti sul volto del senatore a vita, vengono in mente le parole scritte da Aldo Moro nelle sue lettere dalla prigionia, che pesano sulle spalle del protagonista, molto più delle prescrizioni di Palermo e dei misteri irrisolti: Andreotti è rimasto indifferente, livido, assente, chiuso nel suo cupo disegno di gloria… cosa significava, davanti a tutto questo, il dolore insanabile di una vecchia sposa, lo sfascio di una famiglia, che significava tutto questo per Andreotti, una volta conquistato il Potere per fare il Male, come sempre ha fatto il Male nella sua vita? Tutto questo non significava niente.

Il Divo ***1/2

 


[1]              Anton Giulio Mancino, L’amico di famiglia cristiana, Cineforum n.476

[2]              Cfr. Johnny Costantino, Estetica della caricatura, Cineforum n.476.

[3]              Davide Turrini, Liberazione, 24.5.2008

[4]              Jay Weissberg, Il divo, Variety, 22.5.2008

[5]              Paolo Mereghetti, Il Divo, Corriere della Sera, 23.5.2008

[6]              Jay Weissberg, Il divo, Variety, 22.5.2008

[7]              Peter Brunette, Il Divo, Hollywood Reporter, 23.5.2008

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