Un’auto ribaltata nella notte. Alla guida Lucia, una ragazza con una parrucca bionda, decisamente su di giri. A soccorrerla il vigile del fuoco Simone, preciso, professionale, eppure amorevole. Tra i due sarà colpo di fulmine improvviso, travolgente. “Dieci minuti e vado via”: quattro anni dopo i due stanno ancora assieme, nella piccola casa di lei.
Simone ha una grande famiglia a Ostia, soffocante e impicciona come ce la immagineremmo: tre fratelli, tanti nipoti, il padre pompiere a sua volta. Lucia invece non ha mai conosciuto il padre e si è allontanata dalla madre con cui ha un rapporto impossibile.
Quando Simone propone a Lucia di adottare un bambino perché loro non ne possono avere, il loro rapporto subisce scossoni e sconquassi importanti: il percorso per l’idoneità è lungo, li costringe a fare i conti con le questioni irrisolte della loro vita, nella sessioni con una psicologa burbera, ma sincera, rimettendo in discussione il loro rapporto e quello con i propri genitori.
Il film di Daniele Luchetti riprende con una bella forza emotiva i temi e le atmosfere di La nostra vita (2010) e Anni Felici (2013), i suoi film migliori della maturità: ma se il primo veniva mostrava le conseguenze della profonda crisi economica di quegli anni e il secondo affondava nel dolore dell’autobiografia, Noi, un po’ meglio è invece una riflessione personale, sentita, che riesce ad affrontare il tabù della genitorialità, con una delicatezza che colpisce.
Nella sceneggiatura scritta con Davide Lantieri, Enrico Audenino e Serena Patrignanelli, i personaggi – non solo i due protagonisti – riescono sempre a trovare la loro autentiticità, mentre il film ondeggia sapientemente fra commedia e dramma.
Il merito va certamente condiviso con il gruppo degli interpreti: Elio Germano, al suo sesto film con Luchetti, continua la lunga galleria di ritratti di uomini incapaci di vivere fino in fondo i propri desideri. Simone è schiacciato da una famiglia che vorrebbe replicare con Lucia, senza accorgersi che quel modello lo sta soffocando. Germano è talmente a suo agio nei panni del consueto personaggio romano, proletario, generoso, ma con pochi strumenti di analisi del mondo e di sé, che fa sembrare semplice quello che invece è oggetto di un continuo “fine tuning” attoriale.
Anna Bonaiuto interpreta la psicologa con la bravura consumata di una fuoriclasse a cui bastano cinque pose per farsi ricordare. Ma la vera sorpresa è Maria Chiara Giannetta, che il cinema italiano aveva confinato nella serialità televisiva e che qui mostra di meritare palcoscenici diversi: la sua Lucia è attraversata da una vena di follia contagiosa che tuttavia ha le sue radici nell’abbandono e nella necessità di crescere in fretta e fare da sola.
Il suo lavoro con Germano è rinvigorente, pieno di momenti di garbata dolcezza, feroce litigio, incerta comprensione che continuamente ribaltano le attese. I due riescono perfettamente ad assecondare la scrittura, mantenendo pienamente l’equilibrio tra momenti comici e climax drammatici.
E’ un peccato che il film si chiuda in modo un po’ semplice e consolatorio, con un finale che sembra arrivare in modo brusco e improvviso, a chiudere quello che invece andava lasciato aperto. E’ l’unica caduta evidente di un film costruito per parlare ad un pubblico ampio, popolare, con l’intelligenza di chi sceglie di raccontare un pezzo significativo della loro vita, senza superficialità e senza ruffianerie.
L’unico appunto va mosso a Lucky Red, che dopo la prima al Festival di Roma ha scelto di cedere il film a Netflix, senza pensare di lanciarlo nelle sale.
E’ pur vero che è stata sinora una stagione complicata per il cinema italiano in sala, ma si tratta di un tema ciclico e destinato velocemente a mutare. Non averci nemmeno provato è un errore. Il rischio è che un film come questo di Luchetti finisca rapidamente inghiottito dall’algoritmo della piattaforma e nel dimenticatoio del pubblico. Sarebbe un peccato.

