Agent Kim Reactivated: Un padre che farebbero di tutto per la figlia in una spy story che si muove tra ironia e violenza estrema

Agent Kim Reactivated ***

Kim Do-hyeon (interpretato da So Ji-sub) trascorre le sue giornate tra l’ufficio, la gestione della casa e la cura della figlia adolescente Min-ji, ma, sotto la facciata di cittadino comune e schivo, l’uomo nasconde l’identità di “66”, il migliore agente speciale della Corea del Nord. Dopo essere stato tradito dal suo capo, durante una missione in cui sono morti tutti i suoi compagni, ha deciso di accettare l’offerta della Corea del Sud e di lavorare per “il nemico della patria”. Con il passare degli anni Kim si è ben integrato nel modo di vivere sudcoreano e, dopo la tragica scomparsa della moglie, si è dedicato, ottenuto il congedo, a crescere la figlia. L’equilibrio si spezza quando Min-ji scompare dopo essere stata aggredita da un gruppo di bulli guidati dalla figlia del pericoloso Joo Kang-chan (Joo Sang-uk), Presidente della Juhak Construction. Per fortuna nella ricerca della ragazza Kim non è solo: nella missione di salvataggio lo affiancano altri padri con un passato da agenti segreti, Seong Han-soo (Choi Dae-hoon) e Park Jin-cheol (Yoon Kyung-ho) che affrontano torture, catture e l’ostilità del National Special Missions Bureau, guidato da Sang-ah (Son Na-eun), irrispettosamente soprannominato dai tre “Ratto Talpa”. Dopo aver sventato queste minacce e affrontato i fantasmi nordcoreani, Kim riesce a salvare Min-ji, ma per poter tornare a vivere al sicuro con la figlia deve trovare una soluzione che gli permetta una volta per tutte di chiudere con il suo passato.

Agent Kim Reactivated (noto in patria come Gim Bujang) è una serie d’azione sudcoreana distribuita in Italia da Netflix. L’adattamento ha trasposto sul piccolo schermo il celebre webtoon Manager Kim, mantenendo intatto lo spirito originale, ma introducendo differenze significative per conformarsi ai ritmi televisivi e per dare maggior realismo alla narrazione. Nel fumetto web, ad esempio, sono presenti caratterizzazioni visive estreme: Park Jin-cheol è descritto come un uomo immenso e ipermuscoloso mentre nella trasposizione televisiva appare più ironico e meno ipertrofico.

I temi sviluppati lungo l’arco della produzione (oltre 10 ore) permettono allo spettatore di andare oltre ad una rappresentazione legata all’azione: i personaggi hanno un’identità precisa e i tratti ironici della loro personalità non li riducono a macchiette o a caratteri unidimensionali. Ci sono poi trattazioni che attraversano orizzontalmente tutto il racconto e che si soffermano in particolare sul rapporto tra genitori e figli. Non solo Kim, ma anche Seong Han-soo e Park Jin-cheol sono soprattutto dei padri e la cura dei figli rappresenta anche il loro punto debole. Lo stesso vale per il Presidente Joo Kang-chan, disposto a tutto per tutelare la figlia e nascondere le sue malefatte. Sono gli uomini i protagonisti di questi vincoli parentali, elemento che narrativamente non è così consueto, tanto più che nel racconto le madri appaiono assenti. Non solo la moglie di Kim, morta poco dopo il parto, ma anche quelle degli amici e del nemico appaiono come personaggi marginali e di scarso interesse nell’ambito della vicenda. Questo non vuol dire che manchino caratteri femminili interessanti, come la stessa Min-ji, ma il fatto che non giochino un ruolo determinante nella relazione emotiva ed educativa familiare è uno spunto interessante. Peraltro nella ferma determinazione dei padri a fare di tutto per salvare i figli è possibile ravvisare una potente metafora culturale. Rappresenta il riscatto del padre coreano, spesso visto come assente a causa dei turni di lavoro massacranti imposti dalla società per garantire una qualche forma di benessere sociale alla famiglia: l’uomo che sacrifica tutto se stesso (e la sua stessa incolumità) per adempiere al dovere confuciano di protezione della famiglia. Del resto negli ultimi anni la serialità sudcoreana ha affrontato un profondo processo di decostruzione e modernizzazione della figura paterna. In numerosi K-drama di successo il padre non è più solo l’autorità severa e distaccata del passato, ma un uomo che impara a mostrare vulnerabilità, che affronta una crescita emotiva contestuale a quella dei figli, a volte anche in totale solitudine. Si trova un esempio di questa nuova attenzione narrativa in serie di successo come Extraordinary Attorney Woo (2022-in corso), con Woo Gwang-ho (Jeon Bae-soo) che rappresenta uno dei padri più amati della TV coreana. Egli sceglie di rinunciare ad una promettente carriera per aprire una modesta tavola calda di kimbap1 e dedicarsi a crescere da solo la figlia, Woo Young-woo (Park Eun-bin), affetta da disturbo dello spettro autistico.

Al tema della famiglia e del padre emotivamente coinvolto si sovrappone la storia di amicizia virile tra Kim, Seong Han-soo e Park Jin-cheol, che non viene meno con il passare degli anni ed il cambiare delle abitudini. E’ la stessa narrazione a rendersi conto del carattere eccezionale di questa amicizia e a metterla in crisi con un colpo di scena che rischia di incrinare il rapporto tra i tre uomini. Se l’amicizia tra ragazzi è patrimonio diffuso anche nelle produzioni occidentali, quella tra uomini adulti lo è meno. Dobbiamo piuttosto guardare ancora alle serie coreane per trovarne altri esempi, come nel rapporto tra i pugili Kim Gun-woo e Hong Woo-Jin in Bloodhounds – I mastini (2023-in corso) o tra Wei Wuxian e Lang Wangji nella serie cinese The Untamed (2019).

Dal punto di vista tecnico Agent Kim ha fatto la storia della televisione sudcoreana per essere stata la prima serie a utilizzare modelli di IA generativa per creare un’intera sequenza d’azione di circa tre minuti. Questa tecnica è stata impiegata per ricostruire un flashback (inseguimento in moto su strade innevate) ambientato nel passato del protagonista, abbattendo drasticamente i costi di post-produzione e degli effetti visivi tradizionali (CGI). L’esito è stilisticamente efficace e si integra perfettamente nell’estetica dello show.

Diretta a quattro mani da Yi Seung-young e Lee So-eun, la serie adotta un montaggio serrato e iper-dinamico, pensato appositamente per trasporre il ritmo verticale e l’impatto visivo tipico dei webtoon. La regia gioca costantemente su un forte contrasto cromatico e d’atmosfera. La prima parte del racconto adotta toni caldi, desaturati e un ritmo compassato per descrivere la vita ordinaria di Kim come modesto impiegato di banca e padre single. Non appena la figlia viene rapita, lo stile vira bruscamente verso la palette tipica del neon-noir e del thriller psicologico, con ombre profonde, luci artificiali fredde e una colonna sonora martellante.

Nei combattimenti si fa un uso massiccio del Gun Fu2 e delle arti marziali miste. I movimenti di So Ji-sub sono catturati con inquadrature ravvicinate e l’uso di camere dinamiche, per enfatizzare la brutalità e la precisione dei suoi colpi.

Certo questa violenza potrebbe disturbare qualche spettatore, così come a qualcuno potrebbe stridere il contrasto tra il tono sdolcinato, melodrammatico, di alcune scene familiari e la rutilante violenza dei combattimenti. Si tratta di elementi ampiamente diffusi ed è bene esserne consapevoli prima di iniziare la visione dello show che, come detto, presenta un girato di oltre 10 ore.

La stagione si chiude con un finale aperto che lascia presagire una seconda missione all’orizzonte. Riprendendo il webtoon, per avere qualche ulteriore spunto, possiamo dire che il fumetto è strettamente interconnesso con il “PTJ Universe – Park Tae-joon Universe”, mentre per adesso la serie ha piuttosto orientato il proprio sguardo verso una storia autoconclusa e che solo nel finale, nell’incontro con il boss Lee Do-gyu nella sua agenzia di sicurezza, accenna ad un universo narrativo più ampio. Questo momento, che noi troviamo solo nel finale, rappresenta in realtà il punto di accesso al fumetto e apre a Kim una lunga serie di incarichi ad alto rischio che potrebbero essere proposti nelle prossime stagioni televisive.

TITOLO ORIGINALE: Agent Kin Reactivated

DURATA MEDIA DEGLI EPISODI: 65 minuti

NUMERO DEGLI EPISODI: 10

DISTRIBUZIONE STREAMING: Netflix

GENERE: K-drama, Crime, Arti marziali

CONSIGLIATO: a quanti amano le serie che uniscono ironia e violenza. Qui ci sono entrambe, condite con lo stile melò che noi definiremmo soap, tipico delle prodizioni coreane.

SCONSIGLIATO: a quanti cercano un racconto compatto e senza cali di tensione. Il format e lo stile delle produzioni coreane porta naturalmente alla dispersione e alla divagazione, scoraggiando gli spettatori alla ricerca di un gangster movie o di una spy story tradizionale.

VISIONI PARALLELE: Il filone “One-Person Army”: Dal punto di vista narrativo e stilistico, la serie si inserisce nel genere dei revenge drama occidentali alla Taken o John Wick. Il focus non è solo lo spionaggio geopolitico (il passato del protagonista come spia nordcoreana), ma la spettacolarizzazione della determinazione di un singolo uomo contro intere organizzazioni criminali. Potremmo anche ricordare la serie Mercy for None, per l’atmosfera di suspense e la brutale violenza dei combattimenti.

UN’IMMAGINE: difficile scegliere un’immagine o una sequenza in una serie ricca di momenti spassosi e di combattimenti adrenalinici. Vogliamo allora soffermarci sulle scene in cui i protagonisti si trovano insieme a tavola: accade ai tre padri bad-asses, ma anche a Kim con Min-ji e sono sempre momenti in cui l’emozione e il sentimento, che sia quello di amicizia o di famiglia, riescono ad arrivare in modo molto diretto allo spettatore, andando oltre allo stile soap che invece accompagna altri momenti drammatici del racconto. Sono le scene più vive e quotidiane, quelle che ci danno il senso di toccare con mano un’altra cultura.

1 Il kimbap è uno dei piatti più amati della cucina coreana: si tratta di un rotolo di riso (bap) avvolto in un’alga marina commestibile (kim). In genere viene condito con olio di sesamo e un pizzico di sale e si differenzia dal sushi giapponese perché non contiene pesce crudo, ma piuttosto carne di manzo o verdure.

2 Il Gun Fu è una crasi tra la parola gun ‘pistola’ e il kung fu. Si tratta in sostanza di un termine cinematografico per descrivere un combattimento ravvicinato che unisce l’uso delle armi da fuoco con le tecniche tradizionali proprie delle arti marziali.

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