The Fabelmans

The Fabelmans ***

A settantacinque anni, dopo una carriera leggendaria e fortunatissima, Steven Spielberg decide di fare i conti con se stesso, la sua famiglia, la sua passione divorante per il cinema, in un racconto di formazione, che incarna splendidamente lo spirito e i valori della sua Amblin.

Prendendo spunto dalla propria biografia e dai conflitti tra una madre pianista dal temperamento artistico e un padre ingegnere, che lo vorrebbe impegnato a ideare qualcosa di utile per gli altri, il regista costruisce una storia che è tanto personale quanto simbolica, nella quale la vita del suo giovane alter ego è costantemente punteggiata dalla meraviglia e dal dolore, che solo attraverso la forza del cinema riescono a trovare la loro dimensione più autentica.

The Fabelmans è la storia di un innamoramento, che comincia una sera del 1952, quando Mitzi e Burt, i genitori del piccolo Sam, lo accompagnano per la prima volta in una sala cinematografica a vedere Il più grande spettacolo del mondo di Cecil B.DeMille, ambientato nel microcosmo del circo.

Letteralmente rapito dalle immagini e in particolare da uno scontro ferroviario, il giovanissimo Sam chiede in regalo per Hanukkah un trenino elettrico, che si diverte a far deragliare.

Burt rimane scioccato da questo desiderio luddista, ma è Mitzi a comprendere la sua vera ossessione, consegnandogli il super 8 del padre, per mettere in scena una volta per tutte e replicare a modo suo la distruzione vista nel film di DeMille.

Passano gli anni, ci saranno nuove cineprese e nuove moviole, i primi esperimenti con gli amici scout e le sorelle, infine le riprese di una gita in campeggio con la famiglia, a cui partecipa anche il miglior amico del padre, Bennie.

Rivedendo quelle immagini apparentemente innocenti, Sam si accorgerà che la sua famiglia si sta improvvisamente sgretolando.

Il trasferimento in California sarà non meno traumatico: il confronto con i nuovi compagni della high school è segnato da una distanza che appare incolmabile. Ma ancora una volta sarà il cinema a venire in soccorso di Sam: la sua prima ragazza, fanatica cristiana, lo convince a prendere a presto la Arriflex 16mm del padre, per riprendere la tradizionale giornata al mare organizzata dalla scuola.

Mentre a casa i genitori finiscono per divorziare, nella prom night il film di Sam è un successo, che ribalta i rapporti con Logan, il bullo biondo e muscoloso che lo aveva preso a pugni.

Se la prima parte è quella dell’incantamento e della scoperta, calata in una sorta di arcadia familiare, in cui tutto, agli occhi del piccolo Sam, sembra perfetto, la seconda è quella del trauma e dell’abbandono.

Spielberg, per la prima volta da A.I., torna a scrivere la sceneggiatura in prima persona, aiutato da Tony Kuschner, con una felicità che si nutre di ricordi e nostalgie.

La dimensione intima e familiare è forse quella più interessante e riuscita, con le apparizioni delle nonne e quella formidabile del prozio Boris, domatore di leoni, attirato dalla Mecca del cinema, che chiarisce al piccolo Sam la sua condanna: amare di più la moviola che la sua stessa famiglia, riscattando le scelte della madre Mitzi, che ha sacrificato una vita da concertista, per crescere lui e le sorelle.

In The Fabelmans il suo cinema di padri assenti, di mentori e figure paterne sostitutive sembra trovare la sua sublimazione.

Un po’ come accadeva già con la nuova trasposizione del musical di Bernstein e Sondheim, il preferito del padre, Spielberg sembra essere finalmente venuto a patti con la sua storia personale e familiare. La morte recente di entrambi i genitori ha forse reso possibile solo ora questa pudica riappacificazione.

Come mostra significativamente il suo film, l’arte e il cinema sono rivelatori di una verità che non vogliamo vedere e allo stesso tempo hanno il potere di trasfigurare la realtà, trasformandola poeticamente. E’ la lezione del Ford di Liberty Valance, ma anche quella di Antonioni e Godard, coevi del giovane Sam, probabilmente ancora inconsapevole della loro esistenza.

Non meno significativo il microcosmo di conflitti della nuova high school – che pure già faceva capolino in una sequenza formidabile di West Side Story –  nella quale finiscono per confluire molte delle suggestioni che hanno attraversato il cinema spielberghiano: disarmare i prepotenti, svelare la codardia dei bulli, le loro fragilità, riempire gli occhi di meraviglia e bellezza.

Non c’è un ruolo meno che formidabile, in un film scritto e recitato in stato di grazia. Michelle Williams e Paul Dano sono i due genitori che finisco per separarsi quasi loro malgrado, Paul Hirsch ha un cameo indimenticabile nei panni del prozio Boris, Gabriel LaBelle interpreta Sam da adolescente e Chloe East è Monica, la prima cotta di Sam, cristiana devotissima che ha la spensieratezza tipica dei göyīm.

La colonna sonora di John Williams, che include alcune sonate di pianoforte di Hayden, Bach e Beethoven, raggiunge nuove vette di lirismo e malinconia.

La fotografia di Janus Kaminski trova la sua magia più che nelle scene diurne immerse nel sole caldo dell’Arizona, in quelle notturne, illuminate dai soliti spot bianchi e segnate da una dominante azzurra, che è stata spesso la cifra più personale del suo contributo ormai trentennale al cinema di Spielberg.

Il film si chiude con la constatazione amarissima del fallimento familiare di Burt e con una coda romantica e agrodolce, che mette a confronto il giovane Sam con una leggenda della Vecchia Hollywood, che gli dà il più autentico dei consigli: alla fine, quello che conta davvero è il tuo sguardo sul mondo, la tua originalità.

Da non perdere.

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