Il corsetto dell’imperatrice

Il corsetto dell’imperatrice **1/2

Il terzo film dell’austriaca Marie Kreutzer, presentato e premiato a Un certain Regard, è un ritratto senza filtri dell’imperatrice Elisabetta d’Austria, nota con il volto di Romy Schneider nella trilogia fiabesca di metà anni ’50, che abbraccia gli anni della gioventù e quelli appena successivi al matrimonio con Francesco Giuseppe degli Asburgo.

Il film della Kreutzer invece si apre a dicembre 1877 e si muove a cavallo del quarantesimo compleanno della principessa: allergica alla corte di Vienna e ai suoi formalismi, Elisabetta trascorre il suo tempo in Ungheria o nelle residenze degli Asburgo con il cugino Ludwig, nel Northamptonshire con il chiacchierato istruttore d’equitazione Bay, con la figlia più piccola Valeria e con l’erede Rodolfo.

Le visite ai malati e negli ospedali psichiatrici, le cerimonie pubbliche, i bagni terapeutici, la vita minuta di corte: le giornate di Elisabetta sembrano non trascorrere mai, mentre lotta con il suo strettissimo corsetto, per cercare di intrappolare quella bellezza che sembra sempre sul punto di svanire.

Una bellezza che viene immortalata da un francese che ha portato a Corte una strana macchina col cavalletto che è capace di riprendere le immagini in movimento.

Il film della Kreutzer è fatto di nulla: drammaturgia minima, nessun evento significativo, ma un malessere che si insinua strisciante nell’animo dell’imperatrice, incapace di piegarsi all’inutilità del suo ruolo.

Non è certo una novità: dalla Maria Antonietta di Sofia Coppola alla Diana Spencer di Larrain, lo schermo si è riempito spesso di regine e principesse infelici, inadatte, inadeguate, ribelli.

Il corsetto dell’imperatrice arriva buon ultimo, a togliere il velo fasullo a quei film che ancora infestano con loro mondo di pan di zucchero, i palinsesti delle tv generaliste, perpetuando il sogno impossibile della principessa Sissi.

Qui invece non ci sono risparmiati la sostanziale anoressia di Elisabetta, i suoi tradimenti, le sue fughe e i suoi capricci, persino la dipendenza da eroina, prescrittale dal medico di corte, senza comprenderne fino in fondo gli effetti.

Nel film palazzi e stanze sono spesso non restaurati, con i muri scrostati, gli interni spogli, compare persino qualche elemento moderno a rompere anacronisticamente la perfezione della ricostruzione storica e nel finale l’imperatrice si immagina gigante, a toccare i soffitti con la testa, quasi a voler indicare in maniera simbolica, non solo la decadenza morale e personale di un impero ormai fuori dal tempo e dalla storia, ma anche l’attualità del messaggio, come se non ci fossimo accorti che nell’Elisabetta della Kreutzer ci sono tutte le donne costrette dalle convenzioni sociali e dal conformismo a reprimere i propri desideri e le proprie aspirazioni.

Significativo in questo senso il salto immaginario finale, nel mare di Ancona, così come il taglio dei capelli che lo precede e la sostituzione della sua dama di compagnia, che segnano in modo esplicito un tentativo di evasione, destinato a rimanere irrealizzato.

Chiuso nella sua ansia dimostrativa e nelle sue intenzioni femministe, Il corsetto dell’imperatrice si dimenticherebbe facilmente tra sbadigli ripetuti, se non fosse per l’interpretazione, come al solito sublime di Vicky Krieps, capace di dare credibilità e autenticità al travaglio della protagonista, senza alcun bisogno di sottolineature, ma con la volubilità e il capriccio di chi può tutto, senza ottenere nulla. L’accavallarsi di tedesco, inglese, francese e italiano testimoniano la sua prodigiosa versatilità, il suo sguardo segnato dall’insonnia e da una luce malinconica che attenua anche i rari sorrisi, rendono giustizia ad un personaggio lontanissimo dall’icona costruita dalla Schneider.

L’unico motivo d’interesse del film risiede probabilmente nella sua interprete, capace di sostenere l’irriverenza di Elisabetta, rompendo l’austerità della messa in scena, con la forza sgraziata della sua autenticità.

 

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