Mo: piacevole, stimolante, coinvolgente ma non memorabile…

Mo **1/2

Mo Najjar è un giovane musulmano palestinese che, scappato dal Kuwait durante la Guerra del Golfo[1], vive da oltre vent’anni negli USA con la famiglia, ancora in attesa di ottenere il permesso di soggiorno. Da quando è morto il padre Mustafa, Mo (Mohammed Amer) si sente responsabile del mantenimento della madre Yusra (Farah Bsieso) e dal fratello .Sameer (Omar Elba). La sua è una famiglia particolare, in cui il legame etnico e quello religioso sono forti, tanto da portare all’allontanamento della sorella maggiore, Samia (Rana Haddad), colpevole di aver sposato un canadese non musulmano. Un rischio che corre anche Mo, dato che Maria (Teresa Ruiz),la sua compagna, è di origini messicane e di religione cattolica. “Si convertirà”, ripete con certezza ad amici e parenti. Nel frattempo i problemi non mancano: Mo perde il lavoro e si inventa DJ in un night club, ma senza fortuna: la scoperta delle torture a cui è stato sottoposto il padre lo spinge verso la dipendenza da codeina e, come se non bastasse, anche il rapporto con Maria si complica …

Mo è un carattere ricco di sfumature e per questo credibile: sensibile, fragile, schiacciato dal senso di inadeguatezza rispetto alla figura del padre, ci appare impulsivo, coraggioso, abilissimo a entrare in sintonia con chi gli sta davanti. La sua è una declinazione delicata e genuina dell’arte dell’arrangiarsi: il termine di moda in questi anni sarebbe resilienza, ma risulterebbe troppo sofisticato per questo omone cresciuto tra la strada e il negozio del padre. Guardandolo viene in mente Saul Goodman, altro celebre campione dell’uomo che in qualche modo cade sempre in piedi, ma, rispetto al protagonista di Better call Saul, Mo ha dei valori che la società non ha scalfito: la famiglia, l’amicizia, la fede. E’ di un reazionario mediorientale che stiamo parlando? No, perché a ben vedere l’ortodossia religiosa e le tradizioni culturali del suo popolo Mo le reinterpreta, le rimastica, se così possiamo dire, con libertà e ironia, ma sempre con rispetto. Sono i valori su cui ha costruito la propria identità. Il rapporto con il padre è in controtendenza con le rappresentazioni dell’autorità genitoriale a cui abbiamo assistito, in modo sostanzialmente esclusivo, nella serialità degli ultimi anni.

A parte Ned Stark ci riesce difficile citare un padre modello tra quelli che abbiamo visto in Tv in questi anni: una figura autorevole, un esempio da seguire e imitare, pur con la propria personalità, il cui lascito vada oltre l’arco temporale della propria vita. Il padre di Mo è un esempio per il figlio: una scelta in controtendenza, compiuta dagli ideatori dello show, Amer e Youssef, che però perde incisività perché Mustafa viene rappresentato come un’icona, la cui storia è solo abbozzata, fatta aleggiare sullo sfondo, senza un reale approfondimento.

Il protagonista della serie era già presente in Ramy[2] e quindi possiamo definire Mo uno spinoff.. Lo show è ben fatto, ricco di ironia e al contempo capace di rappresentare con efficacia una serie di tematiche sociali che spaziano dalla spossante burocrazia per ottenere la cittadinanza americana all’assistenza medica per i clandestini, dalla tratta di uomini tra Messico e Stati Uniti alla religione come collante socio-culturale, dallo sfruttamento dei lavoratori irregolari alle difficoltà di trovare finanziamenti per attività imprenditoriali. Temi rilevanti e tutt’altro che semplici da digerire, ma la piacevolezza della visione è garantita dal formato esile delle puntate: 8 episodi di mezz’ora l’uno, dai dialoghi brillanti (anche se troppo centrati su Mo) e da un’ottima performance del poliedrico protagonista, vero mattatore della serie. In realtà tutto il cast è composto da ottimi professionisti, apprezzati e conosciuti nel mondo arabo. Nessun personaggio riesce a raggiungere lo spessore di Mo e questo costituisce un limite, anche se è chiaramente una conseguenza del formato scelto, che non consente approfondimenti sui co-protagonisti. Ecco quindi che gli altri membri della famiglia e anche la compagna di Mo, un carattere potenzialmente molto interessante, appaiono piuttosto come funzionali all’interazione con lui più che dotati di una propria autonomia e completezza narrativa. Gli eventi in sé non riservano grandi emozioni o sorprese, anche se si ha sempre la sensazione che, quando c’è di mezzo Mo, potrebbe accadere di tutto da un momento all’altro. E’ con il furto degli ulivi e attraverso il viaggio che Mo intraprende per ritrovarli che la dimensione narrativa prende il largo e abbozza linee d’azione che verranno sviluppate (crediamo) nelle prossime stagioni.

La regia di Solvan Slick Naim alterna il presente di Mo e della sua famiglia a brevi flash-back sul passato, dedicati soprattutto alla figura del padre. Sono pillole che aiutano a definire meglio il passato della famiglia Najjar e che, presentate con cura anche sotto l’aspetto formale, garantiscono una sensazione di esperienza reale, di ricordo vivo e quotidiano. E’ del resto proprio la quotidianità a essere una delle carte migliori che la serie gioca, attraverso il cibo, la preghiera, i gesti  abituali che rendono al meglio un modo di vivere che, al di là delle appartenenze culturali e religiose, appare allo spettatore credibile e coinvolgente.

Come abbiamo detto, l’idea è interessante e la speranza è che la seconda stagione possa compiere quel piccolo salto di qualità che manca per rendere la serie qualcosa di più di una visione che scorre in modo piacevole, ma senza lasciare tracce indelebili, nel magma seriale di questi anni.

Titolo originale: Mo

Durata media degli episodi: 35 minuti

Numero degli episodi: 8

Distribuzione streaming: Netflix

Genere:  comedy, drama

Consigliato: a quanti cercano una serie piacevole da vedere, godibile, ma al contempo in grado di suscitare interrogativi e stimolare riflessioni sociali

Sconsigliato: a quanti hanno seguito Ramy e si aspettano uno spinoff di livello pari o superiore: c’è ancora qualcosa da mettere a punto per raggiungere il livello della serie “madre” che comunque si mantiene su un registro diverso, più impegnato.

Visioni parallele: Ramy su Amazon Prime Video di cui Mo costituisce uno spinoff e Mo Amer: Mohammed in Texas (2021, Netflix) un’ora di spettacolo a Houston in cui il protagonista della nostra serie mostra il meglio del proprio repertorio come stand up comedian. Sempre Netflix ha rilasciato anche Mo Amer: Tha vagabond (2018) in cui l’attore comico ripercorre la propria vita e il lungo percorso verso la cittadinanza americana che ha ispirato anche la serie TV.

Un’immagine: L’idea del rapporto privilegiato tra gli ulivi, l’olio d’oliva e la famiglia di Mo è sicuramente interessante e affonda le sue radici nel fatto che ogni palestinese riserva nel proprio cuore un posto speciale a questa pianta. Non solo a livello simbolico: in Cisgiordania sono oltre 80.000 le famiglie che coltivano ulivi e ne traggono di che vivere. Un’attività rilevante che sta affrontando una grave crisi a causa del mutamento climatico. In Texas la coltivazione degli ulivi è naturalmente importata e motivata da ragioni meramente economiche: è un mercato di nicchia, ma in espansione.

[1] La Guerra del Golfo si è combattuta tra il 1990 e il 1991 a seguito dell’annessione del Kuwait all’Iraq, guidato da Saddam Hussein.

[2] Ramy (2019-in corso) è attualmente visibile in streaming su Amazon Prime Video. Alle due stagioni finora rilasciate si aggiungerà dal 30 settembre la terza. Ambientato nel New Jersey, lo show racconta la vita di Ramy un giovane americano figlio di un immigrato egiziano, diviso tra la sua cultura e quella americana. Nel cast anche Mohammed Amer, nel ruolo di Mo appunto.

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