Cannes 2022. Men

Men *1/2

Il nuovo terzo film di Alex Garland dopo Ex Machina e Annientamento è un film che con stile rarefatto e inquietante, racconta il senso di colpa con cui, fin dalla Genesi, l’uomo ha imprigionato la donna alla sua volontà.

Ospitato alla Quinzaine, Men è un lavoro figlio del suo tempo, del dibattito culturale imposto dalla cultura americana e dal neofemminismo. Il carico delle sue ambizioni e il pesante apparato ideologico che lo accompagnano lo rendono non solo insopportabilmente moralista e greve, ma anche prevedibile nella sua costruzione drammatica: una volta che Garland ha chiarito i confini del campo di gioco, il film perde ogni interesse.

Quando si fanno film come manifesti politici, il cinema passa inevitabilmente in secondo piano. Bisognerebbe tornare ad ascoltare le parole di Federico Fellini quando affermava: “Non voglio dimostrare niente, voglio mostrare”.

Questo è invece un film che dietro una confezione lussuosa e un immaginario horror, solo apparentemente inquietante ed esplicito, non ha davvero nulla da mostrare.

Il film si apre con immagini in slow motion di un tramonto londinese: la luce calda e arancione filtra attraverso le finestre e illumina la protagonista, ferita. Poi un uomo di colore sembra cadere dall’alto.

Dopo i titoli ritroviamo Harper, la protagonista, in viaggio verso il countryside. Qui ha prenotato una magione di campagna enorme per una sola persona, in cui riposarsi e riprendersi da un evento traumatico, che scopriremo solo più tardi, grazie ai videomessaggi che si scambia con un’amica.

Ad accoglierla c’è Geffrey, il proprietario, che la rimprovera scherzosamente per aver raccolto e mangiato una mela dall’albero piantato nel grande giardino.

La residenza dovrebbe essere rilassante e tranquilla. Pian piano si rivelerà un incubo: un uomo completamente nudo che incontra nella sua prima escursione, la segue sino a casa. La polizia interviene subito, ma poi lo libera. Un bambino la manda a quel paese, per non aver giocato con lui a nascondino e un prete si offre di darle conforto, ma in realtà finisce per girare il coltello nella piaga. Al pub del paese non va meglio.

Le cose precipitano nel corso della notte.

Significativamente tutti gli uomini di questa storia hanno il volto di Rory Kinnear. Il discorso non è personale, ma generale: ci eravamo arrivati, Alex!

E’ l’Uomo che manovra destino e desideri sin dalla notte dei tempi, che piega la volontà col senso di colpa, che si impone in forza della tradizione, della cultura, della religione, tutti alleati del patriarcato.

La povera Harper si sente assediata, dopo che la sua vita sentimentale è stata devastata dal lutto. Il film è la manifestazione della sua coscienza, oppressa dalle parole d’ordine di una società in cui l’unica prospettiva che conta è quella maschile.

La lotta di Harper contro gli uomini che assediano la magione di campagna è la sua contro i fantasmi del marito James. La loro sconfitta è la sua liberazione. O forse sarebbe meglio dire la sua autoassoluzione.

Men è un film chiuso, a tema, che non lascia spazio per interpretazioni. L’autore ci impone la sua, senza margini di ambiguità e c’è poco da aggiungere. Eroine e villain sono definiti sin dall’inizio una volta per tutte.

A noi spettatori non resta che assentire passivamente. Come ogni film che non invita a riflettere criticamente, ma ci spinge a subire un punto di vista, Men è un film lontanissimo dalla cultura di Stanze di Cinema.

Dov’è finito lo scrittore sensibile e malinconico di Non lasciarmi? Il narratore coraggioso e anticonformista di Ex Machina?

Inutile.

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