The Book of Boba Fett: la serie delude, ma non i fans di Mando e Grogu

The Book of Boba Fett **1/2

Il grande pubblico ha conosciuto Boba Fett a partire dalla sua apparizione ne L’impero colpisce ancora (19801) in cui veniva presentato come un cacciatore di taglie al servizio di Darth Vader e ne è rimasto subito folgorato, non solo per il magnetismo del personaggio, ma soprattutto per il senso di mistero che lo avvolgeva. Il tocco da maestro di Lucas e del suo staff è stato quello di creare un’armatura segnata dal tempo e dai combattimenti, correlato oggettivo di una vita piena di avventure pericolose e promessa di una narrazione non (ancora) esplicitata. Un’apparizione fugace, dato che già nel film successivo, Il ritorno dello Jedi (1983), il pubblico dei fan si trovava di fronte alla scomparsa del cacciatore di taglie, che finiva nelle fauci di un mostro spaziale, un Sarlacc, su Tatooine.

E’ stata la seconda stagione di The Mandalorian a riportare Boba (Temuera Morrison) sullo schermo, raccontandoci la storia della sua armatura2 e presentandolo, in compagnia di Fennec Shand (Ming-Na Wen), alla guida della sua iconica astronave, la Slave I (ora rinominata Starship), a fianco del Mandaloriano, sodalizio nato più per necessità che per scelta. Un rapporto che vediamo proseguire anche in The Book Of Boba Fett, uno spin-off che racconta eventi determinanti anche per la serie da cui trae origine: nei setti episodi che lo compongono infatti vengono raccontate due storie diverse, da un lato le avventure di Boba, da quando è scampato miracolosamente al Sarlacc, dall’altro quelle del Mandaloriano Din Djarin (Pedro Pascal), da quando ha affidato il piccolo Grogu a Luke Skywalker. Le due narrazioni non corrono in parallelo, ma a ciascuna vengono dedicati specifici episodi: i primi quattro a Boba, il V e il VI a Mando, per poi trovare una sintesi nella seconda parte del sesto episodio e, in modo diffuso, nell’epilogo finale.

Può sembrare paradossale, ma è proprio la prima parte quella che ha coinvolto meno il fandom, di fatto deludendone le, peraltro altissime, aspettative. Il fedele pubblico della saga attendeva infatti con ansia la storia di Boba: se ne parlava già da tempo, poi l’attesa è stata sapientemente incrementata in conclusione della seconda stagione di The Mandalorian3, con un meccanismo di espansione narrativa proprio del mondo Marvel. Dal 2008, nello specifico dal primo film di Iron Man, l’inserimento di una breve sequenza in chiusura di film (o serie) con il richiamo ai futuri sviluppi dello storyworld, rappresenta uno strumento di marketing potentissimo e di estensione del racconto verso sviluppi spesso ancora nebulosi. Questa tecnica costituisce il marchio di fabbrica di Jon Favreau che, insieme a Dave Filoni è la mente che ha pensato e realizzato l’espansione dell’universo narrativo di Star Wars e che troviamo impegnato nella scrittura di tutti gli episodi dello show.

In quella che avrebbe dovuto essere la celebrazione di Boba Fett, è dunque soprattutto il ritorno di Mando a emozionare il pubblico. Forse perché nel rapporto tra il mandaloriano e Grogu c’è molta più umanità e capacità di emozionare di quanta ce ne sia nel racconto delle traversie subite da Boba Fett. C’è più freschezza. L’iniziazione di Grogu offre allo spettatore la possibilità di una nuova partecipazione emotiva all’universo dei personaggi di Star Wars, grazie alla breve apparizione di Ahsoka (Rosario Dawson) e, soprattutto, a quella di Luke (digitalizzato con un apposito programma partendo dalla fisicità di Graham Hamilton e con la voce di Mark Hamill, storico interprete del personaggio). Nei primi episodi mancano personaggi degni di memoria, mancano volti noti e situazioni intriganti: il ritmo è piuttosto compassato e l’azione appare piuttosto prevedibile. Dal punto di vista narrativo era necessaria una spiegazione di come Boba fosse sopravvissuto al mostro che lo aveva inghiottito e di come avesse acquisito delle notevoli capacità nell’utilizzo del bastone gaffi4, con cui nel Capitolo 14 “The tragedy” dimostra una perizia pari a quella nell’utilizzo del blaster.

C’era anche da spiegare la sua (strana) scelta di abbandonare la professione di cacciatore di taglie in favore di una dimensione più comunitaria, la nascita in lui di un’esigenza stanziale e di un senso di famiglia, del tutto nuovo. I primi episodi rispondono a queste domande, con pregevole fattura tecnica, ma con una freddezza che lascia poco spazio all’emozione. Sembra tutto ben costruito e pianificato, ma seguendo le ragioni della mente piuttosto che quelle del cuore. Il ritorno di Mando, anticipato dalle note dell’iconica musica di Ludwig Goransson, porta con sé il pathos per la decisione che deve prendere Grogu. Il piccolo Yoda dovrà infatti decidere se continuare l’addestramento come Jedi o se invece rinunciare per sempre al suo apprendistato e tornare dall’uomo che per lui rappresenta la famiglia. Sullo sfondo peraltro si staglia la prospettiva di un duello di grande fascino tra Boba (e Mando) e il potente sindacato dei contrabbandieri di spezie Pyke5, aiutato dal terribile cacciatore di taglie Cad Bane, che è comparso, misteriosamente, dal deserto e ha ferito (mortalmente?) lo sceriffo Cobb Vanth. C’è anche spazio per descrivere lo scontro ideologico tra la cultura dei Jedi, basata sul ‘non attaccamento’ e sull’equilibrio, e quella comunitaria della fratellanza mandaloriana. I nostri protagonisti, Grogu e Mando, rifiutano la rigidità delle posizioni dei rispettivi ordini: entrambi preferiscono il valore concreto dell’amicizia a quello astratto dell’ideologia. Anche in questo peraltro la narrazione procede in modo coerente sulla strada tracciata dai precedenti capitoli della saga: basti ricordare la decisione di Luke di non concludere il proprio addestramento Jedi con Yoda per andare a salvare i propri amici6.

Questa impostazione narrativa duale ha finito per scontentare i fan, togliendo minutaggio alla storia di Boba e relegando in un’appendice della seconda stagione il seguito della drammatica separazione tra Mando e Grogu. Dobbiamo però tener presente che lo storyworld va oltre lo storytelling della stagione e quindi il valore di una narrazione non va limitato al singolo show, ma va invece inserito nell’economia d’insieme. Da questo punto di vista la scelta compiuta rappresentava l’unica percorribile per agganciare la seconda alla terza stagione del Mandaloriano. L’avvincente finale rilancia così le potenzialità di sviluppo del franchise, aprendo le porte a nuove avventure per entrambi i protagonisti, liberati dalle necessità archeologiche (Boba) e da quelle teleologiche (Mando).

Quello che però risulta innegabile è che, se nella seconda stagione di The Mandalorian la presenza di Boba ha costituito un valore aggiunto, un motivo di emozione e di cattura che si inseriva su di una trama già di per sé sicura e avvolgente, in questo show invece la presenza di Mando rappresenta piuttosto un’ancora di salvezza, senza la quale la trama risulterebbe piuttosto insapore.

Dal punto di vista tecnico è da rilevare come la vicenda su Tatooine di Boba, ma in generale tutta la serie, sia fortemente debitrice all’immaginario western, spaziando dai film di Sergio Leone al Balla coi lupi di Kevin Costner. Le citazioni, gli omaggi, i richiami si sprecano così come del resto avviene per i film di Star Wars. L’occhio del cinefilo non può che trovare svariate occasioni di godimento nella rivisitazione di scene d’inseguimento, nelle citazioni dell’addestramento di Luke o nei duelli western che sollecitano molteplici memorie cinematografiche. Non è un caso che qualche sito internet abbia ribattezzato Cad Bane con l’appellativo Clint Bane!

Il personaggio Boba Fett è particolarmente calzante per capire come lo sviluppo di un carattere all’interno di un ecosistema narrativo possa prendere strade impreviste, almeno inizialmente, dagli autori. Nel suo caso sono stati soprattutto il grande successo presso il pubblico, il fascino del carattere e la mancanza di un background a spianare la strada a una nuova narrazione che è partita dai videogiochi e dai fumetti (L’Età della ribellione: nemici – in ristampa per il 2022, Star Wars: Skywalker colpisce; Star Wars: Boba Fett; War of the Bounty Hunters, tutti in edizione Panini Comics) per poi approdare a questo spin-off del Mandaloriano.

E’ stata quindi determinante l’attenzione del pubblico per il personaggio, se poi nella categoria di fan inseriamo anche Favreau e Filoni, riusciamo a descrivere nel modo migliore le competenze degli showrunner che si inseriscono nel franchise unendo alla perizia tecnica e all’esperienza nel mestiere l’amore viscerale per il brand. E’ così che nasce un Boba Fett invecchiato, segnato dalle cicatrici del tempo come la sua armatura, simbolo di resilienza, di ostinata voglia di lasciare un segno nell’universo. Se Temuera Morrison è abilissimo nel dargli corpo, l’ideazione di questa nuova versione, sofferente ma resiliente, nasce dalla profonda riflessione sul personaggio compiuta dagli showrunner.

Il franchise a breve vivrà di nuove estensioni, grazie alla serie Andor, ambientata durante i primi anni della Ribellione, al racconto delle vicende di Obi-Wan Kenobi in esilio su Tatooine e alla terza stagione delle avventure del Mandaloriano e di Grogu.

Ne vedremo delle belle. O almeno questo è il nostro augurio.

Titolo originale: The Book of Boba Fett
Durata media degli episodi: 45 minuti
Numero degli episodi: 7
Distribuzione streaming: Disney +

Genere: action, adventure, sci-fi, western

Consigliato: la serie è costruita in modo da rendere la visione necessaria anche per i fan di The Mandalorian che intendano proseguire con la terza stagione dello show.

Sconsigliato: a quanti non hanno mai amato Boba o che non sanno proprio chi sia: senza conoscenza del passato, la serie perderebbe gran parte del proprio fascino. A differenza di altri prodotti, questo show non ci sembra un punto d’accesso dei migliori per chi voglia avvicinarsi per la prima volta all’universo di Star Wars.

Visioni parallele: volendo restare nell’universo della serie diremmo L’Impero colpisce ancora (1980), ma se volessimo allontanarci dai sentieri tracciati dalla Lucasfilm … allora perché non suggerire un film di Sergio Leone come Il buono, il brutto e il cattivo?

Un’immagine: ancora una volta la colonna sonora fa centro, con Ludwig Goransson che realizza il tema principale riprendendo le sonorità utilizzate per The Mandalorian e miscelando con maestria atmosfere western a musicalità di sapore tribale, omaggiando così soprattutto gli anni di Boba nel deserto con i tusken.

1 In realtà la prima apparizione risale al 1978, per pochi, in Star Wars Holiday Special.

2 Il racconto della storia dell’armatura di Boba Fett merita un excursus a parte e per questo vi rimandiamo a https://insolenzadir2d2.it/tutto-cio-che-ce-da-sapere-sullarmatura-di-boba-fett-e-sul-suo-arsenale/18645/

3 The Mandalorian (2019 – in corso, Disney+). Nei titoli di coda dell’ultimo episodio della seconda stagione, The Rescue, del 18 dicembre 2020, vediamo Boba Fett, accompagnato dall’amica Fennec Shand, introdursi nel covo un tempo abitato da Jabba e dalla sua “corte”, per eliminare colui che ne ha preso il posto e cioè Bib Fortuna.

4 L’arma tradizionale dei tusken era comparsa già in Star Wars (1977).

5 Nell’universo di Star Wars ci sono cinque diversi sindacati criminali: oltre agli Hutt e ai Pyke, ricordiamo i Cymorah, il Sole Nero e soprattutto l’Alba Cremisi di Darth Maul.

6 L’episodio è descritto ne L’impero colpisce ancora(1980).

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