Paris Police 1900. Un’indagine nella Francia divisa dal caso Dreyfus

Paris Police 1900 ***

Il 16 febbraio 1899 il capogabinetto di Félix Faure sentì delle urla provenire dal salottino in cui il vanitoso Presidente si era appartato con Marguerite “Meg” Steinheil, la cortigiana più nota della Francia della Terza Repubblica. Faure, colpito da ictus, morì all’Eliseo, tra le braccia della sua amante. “Volle impersonare Cesare ed è morto Pompeo”, ebbe a dire Georges Clemenceau, un calembour che nasconde, o meglio svela, le attenzioni sessuali riservate nel momento fatale dalla spregiudicata Meg al “Presidente Sole”. Faure si imbottiva di afrodisiaci e leggenda vuole che quel giorno ne avesse assunti addirittura il doppio del solito. Un anno prima proprio a lui si era rivolto Emile Zola, nel suo celeberrimo J’accuse, scritto in difesa del capitano Alfred Dreyfus e pubblicato sul giornale socialista L’Aurore.

Inizia così, con la “felice morte” di Faure, Paris Police 1900, frutto dell’estro creativo del disegnatore Fabien Nury. La serie, un affresco intenso e crudo di un periodo cruciale della storia francese, racconta in otto episodi il lato oscuro della Belle Époque. L’ordinamento costituzionale nato al termine della guerra franco-prussiana del 1870/71 sembra sul punto di crollare. Due fazioni, ampie e organizzate, si fronteggiano l’un contro l’altro armate. Da una parte, i dreyfusards, un’avanguardia d’ispirazione democratica, laica e liberale, dall’altra, gli antidreyfusards, blocco composto da nazionalisti, sciovinisti e soprattutto da frange estremiste imbevute da un antisemitismo viscerale. In questo contesto politico, caratterizzato da aspre tensioni e odi ferocissimi, opera Antoine Jouin (intepretato da Jérémie Laheurte), ambizioso ispettore della sezione Omicidi. Il caso che Jouin si trova ad affrontare non è dei più semplici. Le acque della Senna restituiscono infatti una valigia. Una volta aperta, i poliziotti vi trovano il corpo fatto a pezzi di una giovane donna. Le indagini conducono, non senza difficoltà, alla scoperta dell’identità della povera vittima, Josephine Berger, di professione sarta, già informatrice dell’ambiguo Commissario Puybaraud (Patrick d’Assumçao). In una lettera, recuperata da Jouin, Josephine rivela il nome del padre di suo figlio. Un nome altisonante.

Due figure incrociano la carriera di Antoine Jouin, quella del prefetto Louis Lépine e quella del secondo avvocato donna di Francia di tutti i tempi, Jeanne Chauvin. Se il personaggio dell’ispettore è frutto di invenzione, Lèpine e Chauvin, interpretati rispettivamente da Marc Barbé e da Eugénie Derouand, sono realmente esistiti. Il prefetto, soprannominato “il piccolo uomo con il grande bastone” per la sua attitudine a governare le masse parigine, è unanimemente ricordato per il suo impegno modernizzatore: grazie a lui la polizia abbracciò la scienza forense, fino ad adottarla quale pratica comune a sostegno dell’attività investigativa. L’avvocato, che si laureò con una tesi, molto contestata dalla Commissione di laurea, ovviamente composta da soli uomini, sull’influenza dell’ebraismo nell’evoluzione della condizione economica della donna in società, fu una paladina dei diritti civili e si distinse nelle battaglie per l’emancipazione femminile. Jouin si innamora di Jeanne e si intende con Lépine nel comune giudizio, molto negativo, verso l’operato di Puybaraud, anima nera del commissariato insieme alla sua fidata spalla destra, un ispettore corrotto, piegato dai ricatti del suo superiore e abituato alle maniere forti. Troppo forti per un’epoca ormai votata alla precisione anziché alla brutalità.

A proposito di precisione, un personaggio paradigmatico di Paris Police 1900 è il professor Alphonse Bertillon (Christian Hecq), singolare figura di criminologo di fine Ottocento, fondatore dell’antropometria giudiziaria e antisemita conclamato. Fu proprio Bertillon a far condannare Alfred Dreyfus, in virtù della sua celebre analisi grafologica, peraltro una disciplina che non gli era congeniale, delle lettere del capitano. Il sistema di riconoscimento biometrico però è sopravvissuto ai suoi errori ed è diventato, soprattutto nel ventunesimo secolo, un caposaldo delle politiche di controllo della popolazione, quando non esplicitamente repressive e sicuritarie. Se dovessimo connotare la serie attraverso sintetiche parole d’ordine, magare declinate in forma verbale, la prima sarebbe proprio questa: misurare. Con la prassi della misura, del cranio, delle proporzioni facciali, degli arti, degli organi sessuali, un’epoca sconquassata da una nascente temperie di violenza ideologica si illudeva di poter neutralizzare la rabbia, spesso irrazionale, delle masse, incasellando il singolo in casistiche predefinite. Louis Lépine tende a fidarsi di lui. O forse vede in Bertillon un argine non solo alle deviazioni collettive, ma anche a quelle vicine, intime, di famiglia.

La seconda parola d’ordine è la seguente: alterare. È noto quanto il giovane Sigmund Freud puntasse sulla cocaina per curare gli stati d’ansia e anestetizzare il suo personale tormento, che, scriveva, “la maggior parte delle volte, è superiore alle forze umane”. Da questa ingarbugliata matassa, in cui l’ambizione dello scienziato si intrecciava alla spregiudicatezza dell’esperimento fisico e mentale, Freud si tirò fuori creando una disciplina nuova, la psicanalisi. La signora Lépine (Valérie Dashwood), insoddisfatta moglie del prefetto, e le debosciate nobildonne, che popolano il salotto di Madame Steinheil, prediligono una sostanza ancora più aggressiva ed estrema. Iniettarsi in vena l’eroina è una pericolosa via di fuga, il lasciapassare per “paradisi artificiali” esclusivi. Oltre alla coscienza, si può alterare anche la realtà. Una messinscena ben costruita, ad esempio, permette di innestare una versione dei fatti, o addirittura una verità, su un cumulo di falsità. Il presunto assassino di Josephine Berger si è tolto la vita per il rimorso? La foto che immortala la moglie del prefetto in una posa lussuriosa è autentica? Come si ottiene uno scandalo? Il popolo ha fame di menzogne. Il nemico si presta a pasto sacrificale. La politica è la patria delle macchinazioni, il palcoscenico dove gli uomini, per salvaguardare l’onore e mantenere il potere, sono pronti a ogni nefandezza.

Le vittime del gioco al massacro sono soprattutto donne. La Terza Repubblica, nella persona di funzionari non integerrimi, chiede loro di simulare, ovvero diventare spie. Povertà, bisogno o ignoranza le costringono ad accettare. Inoltre, se l’alternativa paventata è il carcere femminile, lo schifo delle galere infestate da topi, lo stupro di Stato sistematicamente operato dai secondini, la fedina penale rovinata, rifiutare è quasi impossibile. Le malcapitate vengono inviate dietro le linee di una guerra civile strisciante, “attorno alla sorte di un ebreo”, come si disse allora. Tra le strade esplode una guerra sporca: nazionalisti e anarchici si contendono Parigi, mentre il vizio affonda le radici nel decadente lusso di palazzi inviolabili alle masse. Aprire gli occhi nei luoghi dove si producono orrori e misfatti significa rischiare la pelle. A volte, l’osceno segreto sta nel grembo stesso della donna. Rondine, al secolo Josephine Berger, muore nei modi già raccontati, miseramente scannata da una lama ostile. Le ragioni ultime delle missioni in territorio nemico possono restare nascoste. Madame Steinheil, alias pompa funebre, donna sedotta dal piacere del rischio, è individuata da Puybaraud quale pedina fondamentale per realizzare il proprio disegno, qualunque esso sia (“Non capisco se con il mio lavoro vogliate colpire oppure favorire le leghe antisemitiche”).

Il Conte Sabran de Pontevès (Yann Collette), nobile di antico lignaggio e imprenditore nel settore delle carni, un business sottratto agli ebrei con la frode, è l’eminenza grigia del fronte tradizionalista, militarista, cattolico e ultrapatriottico. Tradire è un altro concetto da tenere in considerazione. Stati d’animo ricorrenti di Paris Police 1900, abilmente manovrati, sono il sospetto, il risentimento, la diffusa disistima verso l’elemento “spurio” della nazione (l’ebreo, l’errante, il cosmopolita), rancori annodati alle contingenze e alla paura del nemico storico, il tedesco. Dopo la disfatta del 1870, con l’acuirsi di alcuni fattori acuirono economici e sociali interni, i gruppi più reazionari tentarono una restaurazione di sistemi reazionari e assolutistici. Le contraddizioni di una Repubblica ancorata alla svolta emancipatrice della Rivoluzione, e pur tuttavia infestata dall’antisemitismo, vennero a galla. Tra il 1881 e il 1899 comparvero otto giornali con il titolo “L’antijuif”. Particolarmente virulenta la penna del giornalista Edouard Drumont, che così si esprimeva in La France Juive – Essai d’histoire contemporaine, edito nel 1886: “Solo quando saranno alle prese con l’esilio e con la povertà, i compagni di piacere dei Rotschild e degli Ephrussi comprenderanno il prezzo di questa Patria che non avranno fatto nulla per difendere. Soltanto allora essi ricapitoleranno tutto ciò che sarebbe stato possibile fare per resistere, per impedire a questa società di perire”.

Un ruolo di primo piano nella propaganda del verbo antiebraico è svolto da Jules Guérin (nella serie ha il volto dell’attore Hubert Delattre), giornalista vicino a Drumont e direttore della Lega antisemitica del Grande Occidente di Francia. In Paris Police 1900 assistiamo all’assedio di “Forte Chabrol”, da rue Chabrol, sede del suo giornale, da parte della polizia guidata da Lépine (in via eccezionale affiancato dagli anarchici!). Il colpo di Stato delle destre, peraltro velleitario, fallì. Guérin, convinto della sacralità della propria causa, fu perseguito per cospirazione e successivamente condannato all’esilio. Nella serie, brillano gli affilati coltelli dei macellai de La Villette, quartiere settentrionale di Parigi che fu teatro di sommosse contro la popolazione di religione ebraica ivi residente. I Guérin, Jules e suo fratello Louis, manipolati da una madre che organizza sedute spiritiche per ricevere istruzioni dall’aldilà, inventano un rito macabro, lo sgozzamento del maialino (abbigliato alla Dreyfus…). È la scena più forte di Paris Police 1900. Circondato, appunto, da macellai, il truce e complessato Jules, in teatri stipati da gentaglia esaltata, afferra lo sventurato animale e gli squarcia la gola, esortando allo sterminio degli aborriti “giudei”. L’insistere su oggetti quali lame e ganci, il ricorrere all’immagine cadavere fatto a pezzi di Josephine, il rappresentare la carne sventrata da immense mannaie, sono segnali che rinviano a un certo universo semantico. Recidere e smembrare, sezionare e sfigurare: il piano criminale delle destre eversive è un’offesa promessa ai corpi non meno che all’unità della nazione.

Ogni frame di Paris Police 1900 potrebbe essere la tavola di un graphic novel. L’impeccabile ricostruzione degli esterni parigini e la resa puntuale dei personaggi, grazie ad attori bravi e convincenti, sono i principali punti di forza della serie. Un ritmo poco coinvolgente e una scrittura non sempre fluida, viceversa, rallentano il piacere della visione. Paris Police 1900 non raggiunge le vette del suo parente seriale più affine per estetica e concezione di fondo, la splendida Babylon Berlin di Tom Tykwer. Nonostante i difetti, la serie è potente nel raffigurare il male storico dell’intolleranza, la corruzione dei potenti, le connivenze lobbistiche, il bieco maschilismo e la subcultura patriarcale. Il messaggio lascia il segno e non manca di attualità. Qualcuno, di recente, ha messo nuovamente in dubbio l’innocenza di Dreyfus. Il suo nome è Éric Zemmour ed è il candidato (di origini ebree) dell’ultradestra alle prossime elezioni presidenziali francesi. I fantasmi ritornano. Come dice Fiersi a Marguerite “Meg” Steinheil, convivere con il terrore è solo questione di abitudine.

Titolo originale: Paris Police 1900
Numero di episodi: 8
Durata ad episodio: cinquanta minuti l’uno
Distribuzione: Sky International
Programmata in Italia: 4 dicembre 2021
Genere: Crime, noir, historical drama

Consigliato a chi: ha una chiave che apre una porta segreta, pulisce regolarmente la cappa del camino.

Sconsigliato a chi: pensa che le ombre cinesi siano un gioco innocente, si fa cucire le iniziali sulla camicia.

Letture e visioni parallele:

L’ultimo libro di Fabien Nury pubblicato in Italia è L’uomo che uccise Chris Kyle, L’Ippocampo, 2020
Per approfondire l’argomento centrale della serie: Roberto Finzi, Breve storia della questione antisemita, Bompiani, 2019
Sul caso Dreyfus, il film per eccellenza è L’ufficiale e la spia di Roman Polanski, disponibile su Raiplay

Frase n.1: “L’odio li alimenta, il loro appetito è infinito” (Jeanne Chauvin sugli antisemiti).

Frase n.2: “A me [gli ebrei] non hanno fatto niente. Io li ammiro. Solidali, riservati, votati al denaro. Sono facili da detestare” (la madre dei fratelli Guérin).

Frase n.3: “Se il 14 luglio 1789 avesse piovuto la Francia sarebbe ancora una Monarchia” (il Prefetto Lépine)

 

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