Hellbound: un viaggio infernale nelle paure della nostra società

Hellbound **1/2

Tre demoni, giganti di nervi e fibre color cenere, fanno letteralmente a pezzi e quindi carbonizzano le loro vittime, uomini e donne condannati all’inferno dalla profezia/sentenza di un’apparizione soprannaturale. Attorno a questi fenomeni inspiegabili prolifera una setta, la Nuova Verità, guidata da un giovane Presidente, Jeong Jin-soo, che sembra l’unico in grado di spiegare e dare un senso a quello che sta accadendo: le persone che ricevono la profezia sono dei peccatori e l’inferno è la loro meritata punizione. L’uomo deve rispettare la legge divina, che la Nuova Verità veicola e traduce, per non incorrere in questa terribile punizione. L’ala più estremista del movimento, chiamata Punta di Freccia, si dimostra disposta a rafforzare il concetto con manganellate e sprangate a quanti non confessano pubblicamente i propri peccati. La società coreana sprofonda così rapidamente in un nuovo mondo, fatto di fanatismo, comportamenti bigotti e paura della punizione divina. Un mondo in cui qualcuno non manca di arricchirsi sulle spalle degli altri. Solo un avvocato, Min Hye-jin e un gruppo di persone che hanno perso i loro cari per inspiegabili sentenze di condanna, sembrano cercare in qualche modo di arginare questo dilagante manicheismo che ricorda un approccio religioso veterotestamentario a cui mancano però alcune nozioni fondamentali: quella di peccato originale, perdono e redenzione. Il libero arbitrio da solo determina il destino degli uomini e il giudizio divino sembra non concedere a nessuno la possibilità di redimersi: anche la confessione dei propri peccati non cambia la condanna all’inferno.

Hellbound ci appare come il racconto di un profondo e radicato disagio sociale. E’ la rappresentazione, estrema e per molti versi caricaturale, di una società vuota, priva di valori universali e di relazioni umane. Le connessioni virtuali, le pubblicazioni sul web, il passaparola finiscono per rappresentare la principale forma di comunicazione. Tutti dipendono dalla rete: per vedere quali sono i termini di maggior tendenza, per tenersi informati, per cercare risposte, facendo totale affidamento su quanto leggono, pronti a farsi trascinare dal flusso emotivo del momento, senza spirito critico o razionale. La vera fede delle persone comuni non è in una religione, in Dio o in un ideale, ma è solo ed esclusivamente nella tecnologia. Potremmo dire che proprio la tecnologia è la nuova verità di questo mondo, di questa società individualizzata in cui sembra che conti solo il proprio interesse. Manca totalmente il senso di comunità e quello di solidarietà. Gli inseguimenti, i pestaggi, perfino le esecuzioni avvengono nel disinteresse degli altri che al massimo si limitano a riprendere quanto vedono con lo smartphone. Le violenze subite dagli altri esseri umani passano in secondo piano: presentano non solo il carattere della fluidità, ma anche quello della labilità. Le violenze estreme a cui assistiamo sullo schermo (corpi carbonizzati, cadaveri brutalizzati, persone bruciate vive) non scuotono la coscienza comune, proprio come non scuotono lo spettatore, entrambi assuefatti e intorpiditi dalla reiterazione.

Un tema, come dicevamo, ben presente anche in altre produzioni, ma se altrove la critica è soprattutto alle povertà materiali, ad esempio in Squid Game, qui invece sembra che il target sia piuttosto quello della povertà culturale e relazionale. Gli estremismi religiosi che si stanno diffondendo in tanti Paesi sono bersaglio di una critica feroce, ma sarebbe un errore limitarsi a questo aspetto perché l’indifferenza e l’autoreferenzialità rappresentano il terreno che consente a queste dottrine di attecchire e proliferare nella società. Il centro del dramma non è il fenomeno inspiegabile delle condanne, non interessa alla narrazione il sovrannaturale in sé e per sé. L’indagine viene condotta piuttosto su come l’umanità reagisce e interagisce a qualcosa di inspiegabile e sconvolgente.

Anche in questa serie, come in Squid Game, è evidente il riferimento a coloro che, nascosti dietro maschere anonime, osservano compiaciuti lo spettacolo della sofferenza altrui. In Hellbound in realtà ci sono diverse maschere: quelle dell’élite che assiste, seduta su comode poltrone in prima fila, all’esecuzione delle sentenze, ma anche quella che indossa il leader del movimento Punta di Freccia che, con colori fluo e copricapi simili a quelli dei nativi americani, istiga alla violenza attraverso interminabili dirette sui social. I ricchi possono contare su anonimato e riservatezza, mentre i poveri sono violati e non hanno nemmeno il diritto a morire in modo decoroso: la loro fine è infatti trasformata, magari proprio in cambio di soldi, in uno spettacolo planetario da trasmettere, seguire, commentare in rete. Dopo la morte i loro resti diventano oggetti da mostrare in macabri musei dimostrativi.

Il racconto, come detto, appare cupo, spietato, senza variazioni emotive. Una scelta a cui lo spettatore finisce presto per pagare dazio, soprattutto perché infarcita di una violenza spropositata e spesso senza una motivazione narrativa, ma piuttosto con una funzione espositiva che finisce per scadere nella retorica. La scrittura presenta diverse lacune: si perdono personaggi per strada, alcuni si ritrovano, senza spiegazioni credibili e comunque senza un pieno sviluppo dell’arco di trasformazione del carattere. Il caso più rilevante è quello dell’avvocatessa Min Hye-jin, la principale antagonista del sistema teocratico instaurato da La Nuova Verità: quando la ritroviamo, dopo averla lasciata agonizzante sul greto di un fiume, pestata da una dozzina di ragazzi con mazze e con il compito ben preciso di ucciderla, scopriamo che ha acquisito nuove abilità nel combattimento corpo a corpo. Nel quinto e sesto episodio Min riesce da sola, utilizzando colpi marziali, a fronteggiare un discreto gruppo di assalitori dotati di armi e di una forza fisica soverchiante. Sono leggerezze che non possono passare inosservate allo spettatore e che, pur non inficiando la visione dello show, lasciano la sensazione di un prodotto incompleto. Un episodio in più avrebbe potuto raccordare i due blocchi di tre episodi e spiegare meglio la storia di Min Hye-jin (Kim Hyun-joo), rendendola più credibile e coinvolgente.

Nel racconto manca un protagonista con cui immedesimarsi, su cui riporre le proprie speranze. Dopo che il vice-ispettore Jin Kyeong-hoon (Yang Ik-june) ha di fatto abdicato a questo ruolo per proteggere la figlia, con una cesura narrativa irrisolta sul finale del terzo episodio, il quarto inizia non solo lasciandoci orfani di un punto di riferimento, ma anche spostando la vicenda in avanti di alcuni anni e quindi modificando le relazioni tra i diversi attori coinvolti. Inizialmente sembra essere il produttore televisivo Bae Young-jae (Park Jeong-min) a poter assumere il ruolo principale, ma presto la storia fa ritornare, a sorpresa, l’avvocatessa Min al centro dell’azione. Un discorso analogo potrebbe però farsi anche per l’antagonista, il cui ruolo è assolto nei primi tre episodi da Jeong Jin-soo (Yoo Ah-in), mentre negli ultimi tre sono il nuovo presidente Kim Jeong-chil (Lee Dong-hee) e il diacono Yu-ji (Ryu Kyung-soo) a guidare la Nuova Verità. Senza dimenticare il leader del movimento Punta di Freccia, Lee Dong-wook (Do-yoon Kim) al centro dell’ultimo episodio e del climax finale. Una scelta di coralità interessante, che però sconta una scarsa introspezione e analisi dei caratteri, così che lo spettatore non riesce ad immedesimarsi in maniera efficace con i protagonisti.

Hellbound è diretta da Yeong San-ho (Train to Busan e Peninsula) e nasce da una serie di webtoon scritti dallo stesso regista. Una genesi che attesta la pervasività dell’universo narrativo mediale in cui siamo immersi e che spiega anche la scelta di un prodotto asciutto, essenziale nello svolgimento e nella caratterizzazione dei personaggi. Se la regia riesce a mantenersi sempre su di un livello discreto, soprattutto grazie a un montaggio efficace e a una grande abilità nella gestione delle scene di inseguimento, la parte grafica si rivela piuttosto approssimativa e sconta un budget limitato.

Hellbound, prodotto e distribuito da Netflix, conferma la grande attenzione del gigante OTT per le produzioni coreane, attenzione ripagata ancora una volta dal gradimento del pubblico1. Questo successo e il cliffhanger finale sembrano deporre quindi per una seconda stagione che potrebbe portare delle risposte alle numerose domande rimaste inevase e aggiungere una migliore caratterizzazione dei personaggi. Lo auspichiamo, così da dare valore ad una serie che, pur sviluppando temi interessanti, non è riuscita in questa prima stagione a dare corpo alle sue ambizioni.

Titolo originale: Hellbound
Durata media episodio: 53 minuti
Numero degli episodi: 6
Distribuzione streaming: Netflix
Genere: Action, Mystery, Horror, Drama

Consigliato: a quanti cercano una serie horror compatta e con alto tasso di violenza.

Sconsigliato: a quanti non amano la violenza reiterata ed esibita e le serie dal finale aperto.

Visioni parallele: Alice in Borderland: un’altra serie Netflix di successo che racconta le vicende di Arisu, un giovane appassionato di videogiochi che, in una Tokyo distopica, si ritrova, in compagnia dei suoi amici, a competere in giochi mortali con altri sconosciuti. Alice (Arisu, in giapponese) in Borderland segue le avventure di questo trio di amici, con maggiore empatia e maggiore variazione emotiva.

Midnight Mass è una delle serie horror più riuscite degli ultimi anni. Un horror certo molto diverso da Hellbound, con meno violenza e più importanza ai dialoghi e all’approfondimento psicologico. Comune è il tema: l’intolleranza religiosa e le reazioni di una comunità che non riesce a trovare al suo interno le forze per rispondere ad eventi misteriosi e sconvolgenti.

Un’immagine: la divisa dei diaconi e delle figure di maggior importanza de La Nuova Verità. Realizzata con un colore verde acqua, trasmette un’idea di grande serenità e umiltà: un colore che vuole tranquillizzare, normalizzare, proprio come la semplicità della giacca a vento che tutti i religiosi indossano. E’ peraltro un colore che stride con il fuoco e con la cenere, le due tonalità dominanti nella narrazione e che richiamano all’inferno. In realtà è una forma di complementarietà che, a livello cromatico, rimanda al Paradiso e quindi ad uno stacco rispetto all’inferno.

1 Come riporta il sito del Corriere della Sera, nei primi 5 giorni di programmazione, la serie è stata visualizzata per 781 milioni di ore in tuto il mondo, balzando al primo posto degli ascolti in molti Paesi: «Hellbound», la nuova «Squid Game»? Un altro horror sud-coreano sbanca Netflix- Corriere.it

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