Venezia 2021. È stata la mano di Dio

È stata la mano di Dio ***1/2

Straordinario e commovente ritorno a Napoli, il nono lungometraggio di Paolo Sorrentino – scritto e diretto per Netflix, sulle orme della sua biografia personale – è un viaggio nella Napoli degli anni ’80, quella segnata a fuoco dal riscatto sportivo e dal dolore di una tragedia personale, che finora era sempre rimasta lontana dal mondo cinematografico del regista.

Il protagonista è Fabietto Schira, l’ultimo dei tre figli di Saverio e Maria, lui bancario e lei casalinga, al centro di una famiglia allargata meravigliosamente surreale, tra avvocati depressi che hanno perso le ultime diciotto cause e che identificano in Maradona un simbolo salvifico, quasi sovrannaturale, matrone sboccate, che mangiano mozzarelle vestite di pelliccia, zie rese pazze dall’impossibilità di avere figli e parenti acquisiti di improbabile comicità.

Non meno travolgente il gruppo dei vicini di casa degli Schira al Vomero: una baronessa vedova, che trova tutto terribilmente volgare, una famiglia di trentini a cui la mamma di Fabietto combina uno scherzo formidabile, il figlio del portiere, che lucida la sua 127 e sembra vivere in un altro mondo.

Il film comincia con un incredibile piano sequenza aereo, che dal Golfo di Napoli finisce per inquadrare un’auto antica, su cui viaggia uno sconcio e luciferino San Gennaro. È stata la mano di Dio si immerge poi nell’allegria e nelle tensioni degli Schira, fra tradimenti, infedeltà e inesorabili sfottò familiari, con una precisione che solo il ricordo riesce a restituire con una tale forza immaginifica.

In città si attende l’arrivo di Maradona dal Barcellona, ma c’è Fellini che sta facendo dei provini e il fratello di Fabio, Marco, che ha velleità d’attore, si presenta ad un casting in cui ogni volto è un’universo a se stante. Fabio poi si imbatte in Galleria nelle riprese del nuovo film di Antonio Capuano, rimanendone affascinato.

Dopo l’incidente che renderà orfano il protagonista e i suoi fratelli, Fabietto sarà costretto a diventare Fabio velocemente: il calcio, Maradona, le piccole scaramucce familiari, la leggerezza spensierata della vita di prima lasceranno il posto a nuove ansie sul proprio futuro, ad una serie di stimoli contraddittori, in un ragazzo silenzioso e senza amici, che sembra assorbire come una spugna, le vite degli altri.

Mentre il fratello e la sua ragazza se ne andranno a Stromboli in vacanza, Fabio ritornato prima a Napoli incontra finalmente Antonio Capuano in una notte surreale, in cui tutte le sue velleità saranno messe alla prova. Il cinema è davvero una strada possibile? E per raccontare cosa? La realtà si è rivelata deludente, ma il mondo che Fabio vuole costruire, cosa potrà contenere?

Dopo qualche incertezza e qualche scelta non particolarmente felice, a distanza di vent’anni dal suo esordio Sorrentino ha trovato la giusta distanza per raccontare un episodio così personale e ci regala uno dei suoi lavori maggiori, un viaggio sentimentale, tra memoria e immaginazione, che diverte sino alle lacrime nella prima parte e che poi commuove davvero nella seconda, affidata ai turbamenti di un ragazzo, che non riesce a piangere e che sembra aver chiuso nel suo mondo interiore tutto il dolore e la sofferenza di un addio brusco e inaspettato.

Il romanzo di formazione di Fabietto Schira diventa così un modo per fare i conti con la propria storia personale, la propria famiglia, le sue tentazioni e le sue delusioni: ma non è il realismo che interessa il regista, piuttosto indagare le radici del suo immaginario.

Il mondo creato da Sorrentino è abitato da caratteristi formidabili, ciascuno meritevole di una storia e portatore di una filosofia.

La capacità del regista de La grande bellezza di osservare e riprodurre il lato grottesco e paradossale della vita è intatto e lucidissimo, questa volta addolcito dall’amore profondo verso i personaggi che racconta e per il microcosmo napoletano, che ha ricostruito con una tenerezza impareggiabile, che non diventa mai autoassolutoria.

E che infatti nel dialogo memorabile ed elettrizzante con il regista Capuano, sembra voler fare i conti anche con se stesso, con l’abbandono subito, con le proprie scelte, con la natura della propria ispirazione, che forse risiede proprio in un’immagine pietosamente negata.

“Non ti disunire, resta unico, non andare a Roma” gli intima Capuano, in modo criptico: ma poi Fabietto partirà davvero, per ritornare solo vent’anni dopo.

Dal punto di vista formale, Sorrentino ha scelto una messa in scena più lineare, diremmo essenziale, al servizio della sua storia, rispetto alle iperboli che di solito contraddistinguono la sua regia.

In un film che Daria D’Antonio ha immerso nel blu ineguagliabile del mare e nella luce calda e rassicurante di una Napoli piccolo borghese e che si muove tra contrabbandieri, traffichini e nobili decaduti, gli attori scelti da Sorrentino sono un omaggio evidente anche alle sue radici cinematografiche e biografiche, da Enzo Decaro a Teresa Saponangelo, da una generosa Luisa Ranieri a Massimiliano Gallo, fino al sensazionale Toni Servillo, che interpreta un padre imperfetto e solare, protettivo e pieno di debolezze.

La colonna sonora di Lele Marchitelli è curiosamente molto discreta e la musica, di solito così centrale nei film di Sorrentino, esplode significativamente solo nel finale: Fabietto attraversa tutto il film con un walkman appeso alla cintura e con le cuffie appoggiate sulle spalle, ma solo alla fine ascolteremo anche noi con lui, l’unica canzone possibile, scritta da Pino Daniele, per chi si allontana dalla città di Eduardo, portandola sempre con sè.

Ho fatto quello che ho potuto. Non credo di essere andato così male“.

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