Barry: la seconda stagione della black comedy più filosofica degli ultimi anni

Barry – seconda stagione ***

Al termine della prima stagione avevamo lasciato Barry, talentuoso quanto improbabile sicario a pagamento, con gli occhi spalancati nella notte, dopo aver ucciso Janice, detective e compagna del suo mentore, l’attore Gene Cousineau. Era il termine di un percorso tortuoso, di un tentativo fallito di rinascita, di abbandono del passato per costruirsi una nuova identità. Terminata la guerra in Afghanistan, Barry aveva iniziato l’attività di killer, con un crescente senso di insoddisfazione, fino a quando non si era imbattuto nel teatro, in Gene Cousineau (Henry Winkler) e Sally Reed (Sarah Goldberg), trovando una figura paterna in Gene e una compagna in Sally. Fare l’attore era per Barry un modo di dar senso alla propria vita, una via per tradurre i traumi, le paure, la rabbia in performance. Alla fine, a ben guardare, erano anni che recitava una parte.

Il dramma, da cui peraltro scaturisce anche la commedia, è che Barry ha un vero talento come killer, anche se non è quello che vuole fare nella vita. Come attore invece sembra meno convincente, goffo e in cerca di sicurezza.

Non è per soldi o per altre necessità che Barry ha iniziato ad uccidere a pagamento, quanto piuttosto per un misto di riconoscenza/affetto verso Fuches (Stephen Root), amico del padre e suo unico punto di riferimento dopo la guerra. Barry è diventato un killer come molti di noi hanno iniziato una professione: senza un motivo particolare, semplicemente perché è capitato. Quando finalmente decide di prendere in mano la propria vita, si rende conto che cambiare è  più facile a dirsi che a farsi, in primis per la contrarietà di Fuches, che scorge il pericolo concreto di perdere la propria principale fonte di reddito, ma anche per il rischio di ritorsioni da parte della mafia Cecena con cui sono stati presi degli impegni ‘professionali’. Senza contare gli scherzi del destino che, quando tutto sembra procedere per il meglio, gli mette alle calcagna il detective della polizia Janice Moss, compagna di Cousineau.

La scelta, più impulsiva che razionale, di eliminare Janice sembra peraltro azzeccata: l’ultima azione deprecabile, per poi lasciarsi tutto alle spalle. Nell’episodio pilota della seconda stagione, ritroviamo quindi Barry impegnato al massimo nel costruirsi una carriera come attore. La scomparsa della fidanzata però ha minato l’equilibrio di Cousineau e ne ha indebolito la volontà. L’uomo sembra in uno stato di profonda depressione, non vuole più dirigere lo spettacolo e nemmeno proseguire con l’insegnamento: è proprio Barry a convincerlo a tornare alla guida della sua classe, ma per farlo è costretto a mettersi in gioco, raccontando le circostanze in cui per la prima volta ha ucciso un uomo, in Afghanistan. Il racconto di Barry, drammatico e spiazzante, è all’origine di una serie di eventi imprevedibili. Gene, rinvigorito dall’energia e sincerità della performance, assegna un nuovo esercizio alla classe: ciascuno dovrà creare un pezzo drammatico che racchiuda un momento significativo della propria vita. Sally, che prende l’esercizio molto seriamente, appare indecisa tra raccontare la verità sulla conclusione del suo matrimonio e presentare invece una versione meno reale, ma di maggiore impatto, capace di ispirare e di dare una speranza alle donne che subiscono abusi coniugali. Anche Cousineau è ispirato da Barry e cerca di riannodare il rapporto con il figlio Leo (Andrew Leeds). Nel frattempo alla mafia Cecena gli affari sembrano andare bene, finché non compare sulla scena Esther (Patricia Fa’asua), leader dei Birmani, che mette in discussione l’amicizia-alleanza tra il capo dei Ceceni, Hank (Anthony Carrigan) e quello dei Boliviani Cristobal (Michael Irby). Infastidito da Esther, Hank decide di rivolgersi proprio a Barry per eliminare la rivale.

Ancora una volta sono i guai a cercare Barry …

Lo show ci presenta una realtà a due facce. Il racconto è infatti basato in maniera sistematica sui contrasti tra aspirazioni e necessità, interessi e interesse, punti di vista privati e sociali. I contrasti si rispecchiano nelle tonalità emotive, che mutano velocemente dalla commedia alla tragedia, e in quelle narrative, con rapidi passaggi dal dramma all’action. Un evento o una decisione che appare moralmente positiva per un personaggio, non lo è altrettanto per un altro personaggio o per la società e questo esercita una pressione a cui tutti sono in qualche misura sottoposti. La stessa verità finisce per apparire come un fragile vessillo, tirato da una parte e dall’altra, fin quasi a rompersi. E’ questo il tema al centro della stagione, attraverso l’esercitazione che Cousineau assegna ai suoi allievi, che dovranno portare in scena la propria intimità, rappresentando un momento importante della propria vita. A livello artistico è un errore confondere la tensione al disvelamento propria del raccontare con la necessità di una storia vera, ed è quindi un falso problema quello che vede contrapposte verità e finzione. A livello narratologico però questo contrasto è fecondo e consente di scavare nel passato dei protagonisti per renderli più complessi e sfaccettati. E’ così che riviviamo la drammatica esperienza di Barry in Afghanistan e scopriamo che soffre di un PTSD (Post Traumatic Stress Disorder), affrontiamo il passato coniugale di Sally, da cui deriva la sua voglia di indipendenza e di successo, accompagniamo Cousineau nei suoi maldestri tentativi di ricostruire un rapporto con il figlio, a lungo subordinato agli impegni professionali. Scavare nel passato vuol dire dare maggior spessore ai caratteri, sempre supportati da interpreti all’altezza, ma anche scandagliare luci e ombre dell’animo umano.

Nel raccontare i drammi e i sentimenti dei protagonisti, la scrittura non fa sconti e finisce per mettere a nudo le tante ambiguità che accompagnano ciascuno di noi, non solo nel già citato rapporto tra verità e falsità, ma anche nella fragilità che dimostriamo verso l’altro e le sue aspettative nei nostri confronti. Senza dimenticare quanto è facile scivolare nell’egoismo, nell’autoreferenzialità, nella ricerca del proprio interesse economico a discapito dei valori in cui crediamo. Da questo punto di vista è esemplare la scena in cui, al termine di un confronto vibrante ed emozionante, Cousineau non perde l’occasione di farsi pagare da Barry per quella che definisce una lezione privata, ma che a chiunque sembrerebbe piuttosto un colloquio tra amici.

L’equilibrio che la scrittura riesce a trovare è sempre adeguato e non scade (quasi) mai nella caricatura o nel grottesco. Unica eccezione, nei primi episodi, per il personaggio di Hank NoHo e della sua amicizia con Cristobal. A dispetto della simpatia del carattere e dell’ottima interpretazione, Hank ci è sembrato un po’ troppo prigioniero della necessità di sviluppare toni surreali e di far sorridere lo spettatore. Un rischio che a volte corre anche Fuches, che però bilancia comportamenti improbabili – come nell’episodio in cui lui e Barry vengono inseguiti dalla figlia di Ronny Proxin, simile ad una delle Erinni – con un cinismo e un egoismo tali da circoscrivere il lato surreale, impedendogli di diventare strabordante.

Barry si presenta a tutti gli effetti come una serie autoriale, intendendo con questo termine che il marchio dello showrunner va oltre la scrittura e la produzione esecutiva, ma incide in modo significativo su tutti gli aspetti tecnici, produttivi ed estetici dello show.

Bill Hader è co-ideatore, attore principale, produttore esecutivo e si presta anche alla regia. Peraltro anche Alec Berg, l’altro ideatore della serie, unisce alla produzione la regia di alcuni episodi.  E’ dalla loro sinergia che Barry trae la sua ragion d’essere e il suo successo, ampiamente confermato da questa seconda stagione. Il confronto con altre serie in cui gli ideatori si sono persi per strada, separati da divergenze artistiche o sostituiti dalla produzione, sembra dar ragione alla sinergia creativa come strada maestra per mantenere una serie ad alto livello per più stagioni.

Barry vedrà presto una terza e una quarta stagione: un’occasione da non perdere per alzare ulteriormente l’asticella di una produzione tra le più interessanti degli ultimi anni.

Titolo originale: Barry
Durata media episodio: 35 minuti
Numero degli episodi: 8
Distribuzione streaming: Sky, Now TV
Genere: Action, Comedy, Crime, Drama

Consigliato: a quanti amano la fluidità dei generi televisivi, le analisi dell’animo umano piene di sfumature e quel tono surreale e distaccato di guardare all’uomo tipico della produzione dei fratelli Coen.

Sconsigliato: a quanti non amano i mix di genere, il tono surreale e le vicende improbabili. E gli assassini che uccidono più per caso che per scelta.

Visioni parallele: 

Killing Eve, se siete alla ricerca di un sicario indimenticabile non dovete perdere questa produzione BBC. Villanelle, la protagonista della serie ideata da Phoebe Waller-Bridge, vi resterà nella memoria. Dialoghi più spumeggianti e azione più adrenalinica, ma meno sfumature morali ed esistenziali in una black comedy che presenta numerosi punti di contatto con Barry. In entrambi i casi gli assassini sono freddi e abilissimi nel loro lavoro, ma cercano una gratificazione difficile da trovare.

Un’immagine: le molte scene in cui Sally ripete il proprio monologo, lo mastica, lo leviga, lo trasforma per poi infine stravolgerlo sul palcoscenico, lasciando Barry sorpreso e turbato. Quello di Sally è un lavoro che scava nel profondo, che smuove non solo ricordi del passato, ma anche le corde più riposte della propria personalità. Un self-acting che è un viaggio nel proprio io, raccontato con una leggerezza

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