Rosso

Rosso – Rojo **1/2

Grazie a Chili e al Cecchi Gori Group si recupera il secondo film di Benjamín Naishtat, presentato al Toronto Film Festival nel 2018 ed uscito solo ora in streaming, forse anche per la presenza di due attori piuttosto noti al pubblico italiano, Dario Grandinetti (Parla con lei, Julieta, Storie pazzesche) e Alfredo Castro (Tony Manero, Ti guardo, Post Mortem, Neruda).

Il film comincia con una villetta moderna, da cui escono diverse persone, portandosi via chi un televisore, chi altri oggetti, qualcuno addirittura con una carriola. Un uomo osserva la scena, poi bussa, nessuno risponde e decide di entrare.

Siamo in una provincia argentina nel 1975.

Un sabato sera, in un ristorante affollato, l’avvocato Claudio Moren attende la moglie per cenare. Ad un certo punto gli si avvicina un altro uomo, impaziente, polemico, che chiede di sedersi subito, per ordinare. I due litigano pesantemente.

Quando poi l’avvocato esce, finita la cena, se lo ritrova di fronte all’auto. L’uomo misterioso spacca uno dei finestrini, poi vengono alle mani. Spunta infine una pistola. L’uomo prima la punta verso Claudio, poi si spara in bocca, ma non muore.

L’avvocato e la moglie lo caricano in auto, cercano di lasciarlo in ospedale, poi Claudio decide di portarlo nel deserto e lasciarlo lì a morire, agonizzante.

La vita continua. Passano tre e mesi e i Moren hanno ripreso la loro routine. La figlia studia danza, il padre riceve i clienti nel suo studio, la madre ospita gli amici a casa.

Sullo sfondo però si agitano forze oscure, la violenza sotto traccia, emerge in modo sempre più chiaro.

La casa vuota apparteneva a un dissidente, scopriamo che l’uomo iracondo dell’inizio è probabilmente un militante e che la famiglia lo sta ancora cercando, dopo aver affidato le indagini ad un noto investigatore televisivo, l’infallibile cileno Sinclair.

Studenti spariscono nel nulla, senza che la polizia li cerchi, giornalisti che osano fare domande vengono subito identificati, negli spettacoli di magia si parla con imbarazzo di desaparecidos.

Prima della recita scolastica l’insegnante legge, tra gli applausi del pubblico, un messaggio di completo disimpegno, che si richiama ai veri valori del popolo argentino (sì, ma quali?), la stessa presenza di cowboys americani al rodeo locale viene utilizzata come strumento di affermazione di alleanze internazionali.

In quegli anni, la cosiddetta guerra sporca delle milizie del generale Videla avrebbe fatto sparire circa 30.000 sovversivi, con lo scopo di reprimere ogni manifestazione di dissenso, protesta o dissidenza.

Si respira un’aria malsana in Rojo: le colpe individuali finiscono per perdere significato e importanza, rispetto al preludio di quella tragedia collettiva, che avanza inesorabile, un passo alla volta.

Anche il formidabile Sinclair, intuita la verità, ci rinuncia e se ne torna a Buenos Aires. Non è il momento per fare giustizia.

Nel film un’eclissi di sole inonda di un rosso sangue tutti coloro che la osservano. Il deserto, in cui il protagonista ritorna due volte, è un altro spazio che incute terrore, lì la verità e la colpa si perdono in un orizzonte sempre uguale. Sono entrambi segni inequivocabili, che la natura sembra condividere con gli uomini.

Neishat dirige il film con la tensione di un thriller, utilizza persino il pan focus di De Palma, per tenere a fuoco primi piani e figure, che dovrebbe essere sullo sfondo, sfrutta sapientemente gli interni borghesi, le case dei personaggi, quella disabitata, così come gli spazi esterni, la notte buia e silenziosa, la campagna di Rio Seco, il mare, il deserto.

La direzione degli attori è impeccabile, Castro sembra un po’ troppo sopra le righe, ma è una presenza fugace e compensa l’impassibilità di Grandinetti, uno a cui tutto sembra scivolare addosso, un ignavo perbenista, che preferisce non fare domande, che si adatta ad ogni cosa, purchè non sia turbata la sua serenità familiare.

Neishat non avrebbe potuto essere più crudele, nel raccontare il disfacimento populista, la complicità profonda, sociale e culturale, della borghesia, che spingerà il Paese nella dittatura. Un trionfo di interessi particolari, di monadi individualiste, in cui l’unico orizzonte è quello familiare: tutto quello che accade al fuori di essa è da considerarsi estraneo, indifferente.

Ma lo spettacolo deve continuare, basta una parrucca, un sipario che si apre e tutto ricomincia. Fino a quando?

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