Minari

Minari **1/2

Vincitore del Gran Jury Prize e del premio del pubblico al Sundance Festival a febbraio 2020, Minari ha attraversato i lunghi mesi della pandemia con l’aura del film indie dell’anno, nonostante abbia saltato quasi tutti i festival maggiori, tranne Deauville e debba ancora uscire negli Stati Uniti, dove sarà nelle sale dal 12 febbraio 2021, dopo un rapido passaggio sulla piattaforma Virtual Cinema a metà dicembre.

E’ il quinto film di Lee Isaac Chung, americano di origini coreane, che dopo il debutto con Munyurangabo ad Un certain Regard nel 2007, girato in Rwanda con attori locali, era completamente sparito dai radar.

Nessuno dei suoi film è mai stato distribuito nel nostro paese, ma forse Minari riuscirà nell’impresa, grazie ad una piccola storia, che si alimenta dei ricordi della sua infanzia, trascorsa in una fattoria a Lincoln Arkansas, negli anni ’80 di Ronald Reagan.

Jacob e Monica Yi, con i figli David e Anne si trasferiscono dalla California negli Ozark, dopo aver acquistato un terreno maledetto, su cui sorge una casa prefabbricata su ruote.

Jacob lavora in un vivaio di pulcini, distinguendo le femmine dai maschi, destinati all’eliminazione. Lo faceva in California e continua a farlo in Arkansas, assieme alla moglie, mentre pian pian costruisce il sogno di una fattoria tutta sua.

Grazie all’aiuto di Paul, un veterano della Guerra di Corea, riesce a piantare i semi di piante e verdure del sud est asiatico, che vorrebbe vendere in città ai negozi etnici che ormai sono sorti in gran numero, grazie all’emigrazione negli Stati Uniti di quasi 30.000 coreani ogni anno.

Tuttavia la falda da cui prelevava l’acqua si prosciuga ed è costretto ad attaccarsi alle condutture della contea, mentre i rapporti con la moglie si fanno sempre più difficili.

La soluzione sembra essere quella di far venire la nonna materna Soonja a stare con loro, per badare ai due ragazzini e per far sentire meno sola Monica.

Ma neppure questo sembra funzionare davvero, perchè l’ossessione di Jacob per il successo della sua impresa divora ogni rapporto familiare.

Sulla stessa falsariga di The Farewell, anche Minari è un racconto familiare che si muove lungo coordinate intime e sul filo della memoria.

Qui non è tanto lo scontro fra tradizione e spinte occidentali, perchè gli Yi sono già negli Stati Uniti da diversi anni, ma tra il desiderio di autonomia e di emancipazione di Jacob, che ha sposato fino in fondo il modello americano della proprietà come misura di ogni cosa e quello della moglie Monica, che vorrebbe tornare a vivere in una comunità, assieme ad altri, in uno spazio urbano, civilizzato e non in quella terra selvaggia che il marito sembra voler conquistare come uno dei pionieri della Frontiera.

E così il successo della sua impresa diventa per Jacob un’ossessione che travolge ogni cosa, “devo finire quello che ho cominciato, a costo di fallire” risponde alla moglie che lo rimprovera di aver messo il suo sogno davanti alla stesso benessere familiare.

Ma quando le tensioni a lungo covate finalmente esplodono, proprio nel momento in cui i problemi di salute del piccolo David si risolvono e Jacob trova una partnership commerciale per i suoi prodotti, ecco che il destino si fa beffe degli Yi, mandando tutto in fumo, ma forse consentendogli di ricominciare tutto daccapo, proprio grazie al crescione “minari” che la nonna aveva piantato vicino ad un corso d’acqua.

Il film si muove in uno spazio minimalista, tipicamente indie, poggia interamente su una costruzione narrativa semplice, su dialoghi che gli interpreti recitano con sincera convinzione, tuttavia il risultato è interessante fino ad un certo punto.

Forse solo perchè racconta il punto di vista di una comunità che difficilmente ha trovato voce nel cinema americano.

Il paese delle dodici colonie, fondato sulle comunità che venivano a cercare fortuna dalla Vecchia Europa, dal Sud del mondo e dall’Asia, è ancora un crogiolo di identità, tradizioni, sogni di riscatto.

E’ la forza palingenetica di quella nazione, la sua perenne modernità e il suo mito fondativo, quello della seconda opportunità.

Minari è in questo un film profondamente americano, anche se quasi tutto parlato in coreano e girato da una troupe che tradisce le proprie origini asiatiche.

Steve Yeun, straordinario protagonista di Burning, noto negli Stati Uniti soprattutto per The Walking Dead è il convincente Jacob, mentre Han Ye-ri (Illang:The Wolf Brigade) è ancor più brava nel ruolo della moglie Monica.

Non meno indovinato il personaggio della nonna sui generis, che non cucina, gioca a carte e beve, lontanissima dagli stereotipi della saggezza occidentale, interpretata da Youn Yuh-jung, una diva negli anni ’70, ritiratasi all’apice della sua carriera e tornata poi al cinema oltre dieci anni più tardi, caratterista  in molti dei film di Hong Sang soo (Ha ha ha, Another Country, Hill of Freedom, Right Now, Wrong Then).

Considerato oltreoceano come uno dei maggiori candidati ai premi di fine stagione, mi pare possa trovare il suo spazio solo in una stagione impoverita dai tantissimi rinvii, come quella che stiamo vivendo.

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