The Farewell. Recensione in anteprima!

The Farewell **1/2

Il secondo film di Lulu Wang, è tratto da una ‘bugia vera’, come avverte il cartello iniziale.

La regista ha preso ispirazione dalla sua famiglia e dalla malattia di sua nonna. Il racconto, originariamente pensato per un programma radiofonico, è diventato uno dei grandi successi indie della stagione, grazie a Chris Weitz (About a boy, Cenerentola, Rogue One) e al Sundance, che hanno spinto la Wang a portare sullo schermo questa storia così intima e personale, capace tuttavia di risuonare armonicamente nell’animo di molti.

La protagonista è Billi Wang, una trentenne newyorkese acquisita, che trascina la sua vita di aspirante scrittrice in costante affanno.  I genitori sono emigrati da Changchun, una città nel nord est della Cina, venticinque anni prima.

Quando alla nonna Nai Nai, che ancora abita nella città d’origine e che è legatissima alla nipote Billi, viene diagnosticato un tumore ai polmoni all’ultimo stadio, i familiari decidono di non rivelarle nulla.

Con la scusa del matrimonio di Hao Hao, il cugino di Billi, tutta la famiglia di ritrova per una settimana a Changchun, per passare con Nai Nai un ultimo momento di festa.

Il film della Wang è una piccola commedia che nella sua urgenza affettiva riesce ugualmente a raccontare sia lo spaesamento e le contraddizioni della protagonista, Billi, l’unica che vorrebbe dire la verità alla nonna, sia quelle della sua famiglia divisa e della sua città natale.

Infatti se il padre di Billi, traduttore, è emigrato negli Stati Uniti, il fratello ha trovato il suo destino in Giappone, dove lavora come pittore.

Ci sono però quelli che sono rimasti in Cina, la sorella di Nai Nai e coloro che sino sono prese cura di lei, sin da quando è morto suo marito, molti anni prima.

Ed è proprio nel contrasto tra la propria cultura d’origine e quella acquisita, che il film gioca la sua partita, alternando i rovelli di Billi, che proietta la sua insoddisfazione e le sue ansie personali sulla nonna, a una serie di piccoli momenti memorabili, come la visita alla tomba del nonno, con la famiglia che gli porta tutte le cose che amava in vita, dalle arance alle sigarette.

O come il matrimonio di Hao Hao, preceduto da sessioni fotografiche imbarazzanti e da una festa allegra e pacchiana, che si conclude con una sbronza colossale.

La dimensione personale del racconto non toglie leggerezza alla storia, la sincerità di fondo e lo sguardo curioso e complice della regista ci aiutano ad entrare, a poco a poco, in una cultura ormai molto occidentalizzata, ma che conserva gelosamente il senso delle proprie tradizioni.

La stessa scelta che sta al cuore del film, ovvero tacere a Nai Nai la sua malattia e il suo probabile rapidissimo esito, è evidentemente controversa, ma rispetta il principio della beneficialità.

Un principio paternalistico, se volete, che si pone in contrasto con la libera autodeterminazione del paziente rispetto alla cura e che noi abbiamo superato da molti anni, ma che in certe occasioni può trovare ancora una sua legittimità caritatevole, di fronte alla fragilità del malato.

La bravura della Wang è quella di evocare con poche battute contrasti presenti e passati, storie, ricordi, senza mai bisogno di sottolineare nulla. Ad esempio, il fatto che Nai Nai abbia lavorato nell’esercito, è un elemento, che scopriamo solo alla fine, con i suoi colleghi militari, presenti al banchetto di nozze.

Per Billi il ritorno in Cina, diventa così un viaggio alla ricerca di sè, delle proprie radici e dei propri desideri. Un modo per fare i conti con i suoi affanni e le sue indecisioni.

Alla fine, in quel grido secco, che la nonna le ha insegnato e che Billi ripete a New York, nella confusione brulicante dei passanti, c’è tutto il senso del suo percorso: contraddittorio, inevitabilmente plurale, un compromesso tra due mondi, che si guardano da lontano e che possono coesistere nella ricchezza, che ciascuno porta dentro di sè.

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