The Third Day

The Third Day **1/2

Estate del nord, cielo grigio di afa. Una strada buca un territorio piatto. Inquadratura dall’alto: un uomo scende da un’auto. Intorno a lui animali al pascolo. Un traliccio solitario pende verso l’asfalto. Nessun punto di orientamento, nessuna bussola. L’uomo, di nome Sam, parla con una persona al cellulare. Ha ricevuto una chiamata improvvisa? Pare di sì. La conversazione è agitata, nervosa, quasi disperata. Si tratta, apprendiamo, di un ammanco dalle casse dell’ufficio, ma non è un incasso ad essersi volatilizzato: i soldi rubati, per un totale di quarantamila sterline, erano destinati ad un affare che, a causa del furto, rischia di saltare. Il volto è alterato, la fronte è lucida di sudore, gli occhi sono sbarrati. C’è confusione, aleggia una sensazione di paura. Stacco. Ritroviamo Sam con le cuffiette nelle orecchie. Sam ascolta musica, cammina nel verde sotto gli alberi, si accovaccia nei pressi di un fiume, stringe tra le mani una maglietta bianca e blu a righe, la consegna alle acque. Voci in lontananza arrivano a Sam. Ragazzini che giocano? L’uomo si avvicina. Una corda penzola da un ramo. La giovane Epona si sta impiccando. Sam riesce a salvarla, la fa salire sulla sua auto. Il misterioso compagno di giochi scompare. Sam esige di accompagnare a casa Epona. La ragazza vive a Osea, un’isola collegata alla terraferma da un’antica strada romana sommersa per molte ore al giorno dall’alta marea. Giunti al villaggio, la ragazza suggerisce a Sam di tornare subito indietro. Il consiglio non è accettato. Preoccupato per la salute di Epona, Sam resta sull’isola per una notte. Alla prima notte ne segue un’altra, e poi un’altra ancora…

“Un’isola scava come il piombo fuso, oppure sutura lembi di ferita che mai avresti sperato rimarginabili. Un’isola è un luogo crudele, proprio per questo”, scrive Simone Perotti, marinaio, blogger, autore di saggi e romanzi, nell’introduzione al suo bellissimo Atlante delle Isole del Mediterraneo (Bompiani). Osea esiste davvero, non alle latitudini mediterranee, bensì nell’estuario del fiume Blackwater al largo delle coste dell’Essex, nell’Inghilterra orientale. In The Third Day, miniserie HBO andata in onda su Sky Atlantic, Osea è sinonimo di trauma, dolore, speranza e illusione. L’isola, quella vera, ha attraversato diverse stagioni: durante la prima guerra mondiale fu base per torpedinieri, fino al 2004 buen retiro per artisti e creativi, poi per alcuni anni ospitò un centro medico specializzato nel trattamento di problemi mentali e dipendenze varie, dove soggiornarono noti personaggi del jet set e dello spettacolo, tra i quali Amy Winehouse. Ora Osea è sede di uno studio discografico e può essere affittata per registrare album in totale solitudine. In ogni caso, se decideste di recarvi sull’isola, difficilmente incontrereste Larry, Jason e i coniugi Martin, personaggi di fantasia. E, lasciatevelo dire, è meglio così.

The Third Day, frutto del talento di Dennis Kelly, già ideatore dell’innovativa serie britannica Utopia, ha una struttura originale. I primi tre episodi, ambientati nella bella stagione, hanno come protagonista il già citato Sam, interpretato da uno spiritato Jude Law. Gli ultimi tre, cupi e invernali, si focalizzano su una donna, Helen, anche lei piombata tra i sanguinari mattacchioni di Osea dal mondo esterno. Helen, lasciamo a voi scoprire il motivo del suo arrivo sull’isola, è interpretata dall’attrice inglese di origini giamaicane Naomie Harris, che rivedremo presto al cinema (si spera) nuovamente nei panni di Eve Moneypenny in No Time to Day, attesissimo ultimo capitolo della saga di James Bond.

Tre più tre, direte voi, fa sei. I conti sull’isola, però, non tornano. In mezzo, gli autori hanno pensato di regalare agli spettatori dodici ore di estenuante presa diretta, un live in salsa autunnale del festival pagano “Esus and The Sea”, senza interruzioni, tagli o manipolazioni, un sadico esperimento prossimo alla videoarte, recuperabile sulla pagina Facebook ufficiale della serie e su Youtube. Assistere all’iniziazione all’età adulta dei giovani di Osea, “The Path to Esus”, non è indispensabile ai fini della comprensione degli eventi successivi. Tuttavia, nel corso della giornata il rinato Sam, superate alcune prove bizzarre, tra canti popolari, note folk (gli estimatori dell’indie rock non avranno difficoltà a riconoscere nel cast la cantante Florence Welch) e sballo rave, è promosso al rango di “Father of the Island”, Padre dell’Isola. Volete perdervi un avvenimento del genere?

Si comincia il venerdì con l’approdo di Sam sull’isola, si prosegue sabato e domenica tra scoperte sconcertanti, avventure sessuali impreviste, segni pseudobiblici di vicine sciagure, incroci con personaggi instabili e destabilizzanti e, per non farsi mancare nulla, un mega trip vintage a base di LSD. Osea è sede di culti pagani sopravvissuti ai secoli e al cattolicesimo, uno spazio geografico poco incline al “progresso” (i cellulari non funzionano, anzi, non vengono fatti funzionare), un’oasi non-tecnologica caratterizzata da un bizzarro culto che tiene insieme, nel suo surreale pantheon di simboli, madonnine (incinte!) lacrimanti sangue, viscere di animali squartati, feticci simil-vudù e amuleti risalenti all’Adventus Saxonum.

Il cordone ombelicale che lega Osea alla terraferma è provvisorio e fantasmatico. Troppo leggervi una metafora della condizione attuale della Gran Bretagna, unita da profonde radici culturali all’Europa e allo stesso tempo scissa da essa in virtù delle decisioni del popolo sovran-ista e delle scelte irreversibili della politica? Sam resta sull’isola per preservare Epona da una probabile sciagura. Sam soffre. Alla base del suo dolore psichico c’è una sciagura immane. Le lunghe notti di delirio partoriscono sogni grandguignoleschi. Un dubbio affiora: e se la morte del figlio, “l’ingestibile Nathan”, avvenuta anni prima per mano di un immigrato, avesse a che fare con Osea? Un’angosciosa rivelazione lo attende: non è capitato laggiù per caso. Sam non lo accetta e cerca di scappare con ogni mezzo. E fallisce. Semplicemente non può abbandonare quelle novantatré anime in pena. Nel suo viaggio accidentato, dentro e fuori di sé, è accompagnato da Jess, una studiosa della storia e dell’archeologia locale. Diventeranno brevemente amanti. Jess è interpretata da Katherine Waterston. Solo a un’attrice reduce da Alien: Covenant poteva essere dato l’ingrato ruolo di portare in grembo cotanta discendenza…

Sì, perché The Third Day è una serie dedicata al tema dell’eredità. Attraverso l’eredità, in filigrana, ma non troppo, emergono le questioni della colpa e della responsabilità. Sam è il legittimo padre di quel folle microcosmo ancorato ad antiche credenze ma, al contempo, è anche padre di un figlio morto a causa dell’involontario segno di regalità che l’uomo porta scolpito nella sua genetica. Sam impazzisce, Sam è elemento di divisione all’interno della popolazione dell’isola, Sam alimenta un sordo, violento rancore. Nella lotta per il potere che in The Third Day scatena gli appetiti di opposte fazioni possiamo percepire echi shakespeariani. I frequenti primi piani richiamano invece la lezione dell’eterno Alfred Hitchcock, trucchi che concentrano il peso dell’orrore indefinito, la cicatrice della rabbia repressa sul volto di Jude Law. “Io vedo l’odio che fuoriesce da te”, gli dice il padre di Epona.

“C’è qualcosa di speciale in questo posto”. Jess ha ragione. Sotto l’apparente quiete, rivestita di bucolica ingenuità, ribolle un’inquietudine oscura. Il luogo, sospeso tra “sale e suolo, bene e male, caldo e freddo”, secondo i suoi abitanti è addirittura “il punto di equilibrio dei destini del mondo”.

L’isola sembra circondata da un invisibile campo di forze. Uscirne è faticosissimo. Un’impresa titanica. Lo capisce anche Helen, quando giunge a Osea in una gelida giornata d’inverno. Abbandono, desolazione, case dalla finestre sbarrate: un’atmosfera respingente, da resa dei conti imminente accoglie Helen e le sue due figlie, la religiosissima Ellie, che pure a scuola ha regolato con le cattive un’irriverente compagna (chi è senza peccato scagli la prima pietra!) e Talulah, “sorellina senza Dio”. Anonimi graffiti raffiguranti le gaeliche sheela-na-gig dalla vulva spalancata, vedi alla voce cristianesimo celtico, campeggiano sui muri delle case Se non siamo nel cerchio delle depressioni nordiche alla Lars Von Trier, poco ci manca.

The Third Day, in pieno accordo con la libertà di contenuti e di scrittura tipica di molte produzioni HBO, è una serie esigente che chiede uno sforzo “di testa” allo spettatore, e questo è un pregio. Restiamo un attimo sulle sheela-na-gig. La tradizione collega la loro potenza sacrale alla rituale recitazione di preghiere presso i pozzi nelle cui immediate vicinanze tali fregi “osceni” comparivano. Il triangolo acqua – subconscio – morte è presto costituito. Le suggestioni presenti in The Third Day sono certamente numerose e una più attenta analisi potrebbe svelarcene altre. Contrappasso: la serie fatica ad emozionare, appesantita da vezzi stilistici, giochi sulla profondità di campo, dissonanze musicali, figure catturate controluce, lentezze assortite… che a lungo andare mostrano la corda. E questo è un difetto.

The Third Day rientra in un filone di rinnovato interesse per il folklore, il paganesimo e il druidismo che abbiamo colto, ad esempio, nel micidiale Midsommar di Ari Aster, film del 2019 con una grande Florence Pugh nei panni della protagonista. The Third Day è un dramma psicologico, un horror cerebrale, una riflessione su quella soglia, incerta e umbratile, che separa (o congiunge?) il contemporaneo dal premoderno, la sfera onirica dalla dura evidenza dei fatti. “Sta per cominciare, venite con me, andiamo”, dice il sinistro Larry alle giovani Ellie e Kail a metà del sesto giorno. Cosa sta per cominciare? Non lo sappiamo mai in anticipo. Il soggetto della frase è la testa mozzata di un discorso incompiuto, tendente a perdersi tra le cortine di fumo del racconto. La verità riposa sotto l’orizzonte della nostra conoscenza. Cripte sotterranee, altari sacrificali, maschere carnascialesche evidenziano la preferenza degli autori per un registro gotico e grottesco. Se dovessimo scegliere una parola per rappresentare The Third Day, sarebbe la seguente: minaccia.

Nel cast compaiono Paddy Considine ed Emily Watson, rispettivamente Mr e Mrs Martin, gestori dell’unico pub di Osea, una sorta di camera di compensazione delle tensioni che minano l’unità dei “credenti”. Ognuno in The Third Day sembra chiuso nel suo mistero, nella sua bolla di verità impronunciabili. Un’isola, mito nell’immaginario culturale, è però soprattutto una possibilità. “Su una carta geografica 1:200.000, in particolare su una carta Michelin, tutto sembra bello; le cose si guastano su una carta in scala più grande… vi si distinguono gli alberghi e le infrastrutture destinate al divertimento. In scala 1:1, ci si ritrova nel mondo normale, il che non ha nulla di divertente; ma, se si ingrandisce ancora, si precipita nell’incubo: si cominciano a vedere gli acari, le micosi, i parassiti che rodono le carni”. La citazione è di Michel Houellebecq e, pensiamo, piacerebbe a Sam.

Titolo originale: The Third Day
Numero degli episodi: 6
Durata ad episodio: un’ora circa l’uno + uno speciale di 12 ore
Distribuzione: Sky Atlantic
Programmazione in Italia: Dal 19 ottobre al 2 novembre 2020
Genere: Drama, Horror, Thriller

Consigliato a chi: sogna un’incoronazione, ha sempre desiderato vivere in una “casa grande”, si è risvegliato nel letto sbagliato e non se n’è pentito;

Sconsigliato a chi: è arrivato in qualche posto “in un pessimo momento”, ha avuto brutte esperienze con la prenotazione di vacanze online, odia il nuoto.

Visioni e letture parallele:

Oltre a Midsommar di Ari Aster (2019), inevitabile consigliare un film cult che presenta molti punti in comune con The Third Day: The Wicker Man di Robin Hardy (1973);
Distopia in salsa lagunare e isole che scompaiono, nella penna di un giovane e talentuoso scrittore italiano: Sandro Frizziero, Sommersione, Fazi Editore, 2020.

Un simbolo della serie: il grillo.

2 pensieri riguardo “The Third Day”

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