Annunci

Alien: Covenant

Alien: Covenant **

C’era una volta un ambizioso regista inglese, innamorato del cinema di Kubrick e della fantascienza adulta, che, dopo un’importante carriera nel mondo della pubblicità e un debutto incoraggiante premiato da Roberto Rossellini al Festival di Cannes, viene ingaggiato dalla 20th Century Fox per mettere in scena un horror spaziale, tratto da una sceneggiatura di Dan O’Bannon e Ronald Shusett, riscritta da Walter Hill e David Giler.

Il successo straordinario e di culto di Alien, diretto da Ridley Scott ed interpretato da Sigourney Weaver, ha dato origine ad una lunghissima serie di sequel, cross-over e imitazioni, culminata con il progetto di Neil Blomkamp di riportare tutto al personaggio di Ripley, ricominciando la serie sostanzialmente dalla fine di Aliens di James Cameron.

Scott, che pure negli anni si era sostanzialmente disinteressato delle sorti della creatura partorita dalla sua abilità non meno che dai disegni di H.R.Giger, ha deciso invece di riprendere in mano le redini del progetto, convincendo la Fox ad accantonare il soggetto di Blomkamp, per dare il via ad una lunga teoria di prequel, cominciata con Prometheus e proseguita ora con questo Alien: Covenant.

Pur recuperando il nome iconico del film del 1979, questa nuova avventura spaziale non è tanto il tentativo di avvicinarsi e ricongiungersi con la linea narrativa di un tempo, quanto un approfondimento e un rilancio dei temi, che già animavano Prometheus.

Il film ricomincia con un flashback, che precedere il viaggio della Prometheus verso la luna LV-223: in un grande studio bianco che si affaccia su un panorama alpino, l’androide David apre per la prima volta gli occhi davanti al suo creatore, il magnate Peter Wayland.

Il tema della creazione e quello della fede erano stati al centro di Prometheus: chi ci ha creati? esiste una scintilla primigenia nell’evoluzione dell’uomo? quella scintilla viene dallo spazio insondabile? esiste davvero un Prometeo, che ha rubato il fuoco della vita agli dei per donarlo all’uomo?

Dieci anni dopo gli eventi di Prometheus, siamo a bordo della Covenant, un’enorme nave spaziale diretta verso un lontano pianeta, Origae-6, con l’intento di colonizzarlo. A bordo, oltre all’equipaggio e al droide Walter, ci sono duemila coloni in stato di ipersonno ed embrioni umani.

Una tempesta di neutrini costringe Walter a risvegliare l’equipaggio sette anni prima del dovuto: il capitano muore subito, bloccato nella capsula dell’ipersonno, gli altri riparano la nave per proseguire, quando intercettano uno strano messaggio umano, proveniente da una pianeta vicino, appena scoperto, che ha caratteristiche atmosferiche perfette per la vita.

Promosso capitano, il debole primo ufficiale Oram decide di deviare il corso del viaggio, per scoprirne di più.

Solo che su quel pianeta apparentemente perfetto, non si odono tracce di vita. Nessun uccello, nessun animale. Niente. Un misterioso silenzio avvolge tutto.

All’improvviso, alla ricerca del segnale, si imbattono una enorme astronave circolare, all’interno della quale ritrovano i segni dei sopravvissuti della spedizione Prometheus.

Se la sceneggiatura di Prometheus, firmata da Lindelof e Spaihts non riusciva a coniugare l’ambizione filosofica con le necessità spettacolari e drammaturgiche di un film di fantascienza da 130 milioni di dollari, naufragando nell’implausibilità, nell’ironia involontaria e in un sincretismo filosofico piuttosto confuso, anche questa volta il copione, firmato da John Logan e Dante Harper, sbanda paurosamente, soprattutto nella seconda parte, nel tentativo di rinnovare le stesse domande che Scott si poneva in un altro dei suoi capolavori: Blade Runner.

E’ ormai evidente dopo questo Alien: Covenant che a Ridley Scott non interessi quasi per nulla alimentare nuove variazioni sullo xenomorfo parassita, nè creare nuove eroine femminili,  quanto indagare i limiti dell’intelligenza artificiale, della volontà di potenza e della hybris creatrice di esseri senzienti, che si ribellano ai limiti imposti dai loro creatori.

Non è un caso allora che si diverta a sterminare gli equipaggi delle navi spaziali, pressochè interamente, senza fare prigionieri, potendo ricominciare daccapo ogni volta e potendo così raccontare fondamentalmente l’incontro con l’alieno, ogni volta allo stesso modo.

Eppure quanto sono stati mal scritti i personaggi della Covenant. Persino peggio di quelli della Prometheus, con la superficialità di chi sa di non farsene davvero nulla: solo carne da macello per qualche effetto gore. 

Persino Fassbender ci crede poco. E si vede…

Tuttavia ci si chiede: com’è possibile che un gruppo non così piccolo di persone, di una certa provata esperienza, sia riuscito a scrivere e riscrivere la scena del flauto, recitarla, girarla, montarla e rivederla, senza mai porsi il dubbio che fosse completamente inappropriata?

Questa teoria di prequel vuol forse dirci che il mostro cova sempre dentro di noi, non solo fisicamente, come nei film del passato, ma anche nella nostra mente, nella nostra coscienza – reale o artificiale, poco importa: Scott è più interessato alla trasformazione di David e di Walter, alla loro umanizzazione, al loro desiderio paterno e creatore, piuttosto che all’ennesimo facehugger.

Purtroppo però il film sconta una evidente incapacità di mettere in scena questi temi senza scadere ancora una volta nel ridico involontario, soprattutto nel duetto dei due androidi, tra flauti assai poco magici, disegni alla Hannibal Lecter, esperimenti cronerberghiani mal riusciti e baci rubati del tutto improbabili.

Nella prima parte, tradizionale, ma elegante nella sua maestosità scenografica, sia quando l’azione coinvolge la Covenant, sia quando si sposta su quel letale paradiso perduto, Scott sembra giocare con le attese ed evita il più possibile di ripetere il clichè dell’inseguimento nei corridoi della nave, trasportando il pericolo in campo aperto, in mezzo alla natura. Ma poi non spinge fino in fondo la sua intuizione e ritorna agli interni claustrofobici, nel tempio dove vive David e sulla navicella esplorativa, che riporta l’equipaggio superstite verso la Covenant.

Il copione deraglia del tutto nella seconda parte, quella naturalmente più teorica, disseminando troppe incongruenze, evitando di rispondere agli interrogativi lasciati in sospeso da Prometheus e facendo solo un piccolo passo laterale verso Alien, lasciando ancora una volta i fans con l’amaro in bocca.

Non crediamo che l’autore debba assecondare in qualche modo i desideri più scontati del suo pubblico, anzi dovrebbe starne sempre molto lontano, ma l’exploitation del brand Alien, sembra mancare in questi prequel di qualsiasi onestà intellettuale.

Poichè Scott evidentemente vuole raccontare un’altra storia, avrebbe fatto meglio ad evitare qualsiasi strizzata d’occhio ai vecchi topoi della saga, richiamati a bella posta senza davvero un pretesto plausibile.

Così questa seconda quadrilogia prequel sembra solo un rip-off  nostalgico della prima, in cui quello che funziona sempre è la commistione tra horror spaziale e action claustrofobico, grazie alla sapienza di Ridley Scott ed al montaggio di Pietro Scalia, ma in cui tutti gli elementi nuovi sembrano loro stessi un corpo estraneo, un parassita che sfrutta l’energia vitale di un classico senza tempo.

Annunci

E tu, cosa ne pensi?

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: