Song to Song

Song to Song ***1/2

Song to Song, girato da Terrence Malick nel lontano 2012, assieme a Knight of Cups e subito dopo To the Wonder, è l’ultimo film di questa ideale quadrilogia della salvezza, cominciata con la Palma d’Oro a The Tree of Life nel 2011.

Sfruttando il successo di quel film e coinvolgendo alcuni dei nomi più interessanti nel panorama attoriale hollywoodiano, Malick è riuscito in pochi mesi ad accumulare un’enorme mole di girato, che poi ha sapientemente centellinato in sala di montaggio, plasmando la materia come un vero demiurgo.

Il suo tentativo di superare l’idea tradizionale della sceneggiatura di ferro, affidandosi invece ad un semplice canovaccio, sul quale gli attori sono liberi di improvvisare in riprese senza fine, è ora terminato.

L’uscita di Song to Song segna la fine della sua sperimentazione e non c’è dubbio che sia, assieme a The Tree of Life, l’esito più riuscito di questi anni di lavoro.

Molti hanno parlato, con cognizione di causa, della forte influenza dello gnosticismo filosofico nell’ultimo cinema di Malick, dell’opposizione inconciliabile tra l’oscurità del mondo materiale e la luminosa scintilla divina presente nell’interiorità di ogni individuo, della necessità di riconoscere la propria natura e di intraprendere un cammino verso la luce.

Sono temi evidenti, soprattutto nel finale di The Tree of Life e in Knight of Cups, molto meno, a mio avviso in questo Song to Song, che si muove come gli altri su percorsi verticali di ascesa e caduta, ma lo fa con una consapevolezza diversa, meno retorica, meno didascalica.

Lo stesso labirinto di voci off, che da sempre accompagna i film di Malick, questa volta si fa meno ingombrante, meno opprimente, meno sentenzioso e più aperto, sincero, lineare nel suo afflato amoroso.

Song to Song è sinfonia con molti temi: Faye, una musicista che aspira a trovare la sua voce, lavora come centralinista per il ricchissimo e mefistofelico produttore Cook, ne diventa poi l’amante, fino a che non incontra BV, un giovane autore senza successo, che Cook decide di mettere sotto contratto.

Le corrispondenze di amorosi sensi sono legami fragili che cambiano forma e sostanza: il duetto di trasforma in trio, quindi si ricompone un duo diverso, per poi farsi quartetto con l’ingresso in scena della cameriera Rhonda, che Cook decide di sposare e trascinare nella sua vita dissoluta e superficiale.

La ronde sentimentale si allarga ancora, quando la francese Zoey si innamora di Faye, lasciando alla cantante Likke e poi alla biondissima Amanda il suo posto nel cuore di BV.

Il movimento continuo, che asseconda quello ormai magistrale della macchina da presa di Malick e di Chivo Lubezki, sfrangia ogni continuità spazio-temporale. Le regole sintattiche si perdono in una ricerca della verità emozionale dell’attore, che Malick persegue con testarda determinazione.

Eppure questa volta, il film si fa più intellegibile dallo spettatore, gli interpreti non si limitano ad attraversare le inquadrature, Malick cerca di evitare domande impossibili e si accontenta di segnare un percorso che riporta i suoi protagonisti alla semplicità del lavoro e della natura, a riconoscersi l’uno nell’altra, al di là degli errori e dei tradimenti, a dare valore alla fatica dello stare assieme, dopo che la magia dell’innamoramento è purtroppo svanita.

E poi basterebbero quei pochi istanti con Iggy Pop e soprattutto quelli con Patti Smith che parla di sè, del suo lavoro, del suo matrimonio, per fare di Song to Song un appuntamento imperdibile: certo, a molti il film potrà sembrare solo una lunga pubblicità di Calvin Klein, con i suoi attori bellissimi, le sue riprese al tramonto, le sue case mozzafiato, la sua evanescenza drammatica, il suo struggimento romantico.

Indubbiamente il rischio c’è e se non si ha la pazienza di seguire il regista texano, lasciandosi andare al flusso dei suoi pensieri e delle sue immagini, ci si può anche stancare presto.

Eppure in Song to Song, lo stile erratico funziona perfettamente, gli attori sembrano stare al gioco sino in fondo e Malick evita di fare la voce grossa, occulta le sue intenzioni e il suo gnosticismo, mettendo in scena una storia che chiama in causa tutti e che vuol essere meno esemplare e definitiva delle precedenti: umana forse, troppo umana.

Persino i riferimenti autobiografici si fanno assai più labili questa volta: Malick sembra voler tornare a fare cinema, a giocare con i suoi attori, ad attraversare con la solita incommensurabile sapienza e vitalità gli spazi urbani e quelli naturali. Il suo è cinema che si fa paesaggio, interiore ed esteriore.

La sua macchina da presa scopre ogni volta l’ingegno umano, la bellezza del suo lavoro, non solo quello costruttivo e creativo, ma anche quello materiale, quello per il quale ci si sporca davvero le mani e anche il volto, cercando in ogni caso una sintonia con gli elementi primordiali: l’acqua e la terra, soprattutto, questa volta.

I suoi personaggi non possono fare a meno di vivere questi spazi incredibili, di abbracciarli non solo idealmente, in una comunione che è la vera cifra distintiva del cinema di Malick, sin da La rabbia giovane e che, ancora oggi, commuove profondamente.

Prodigioso il cast di attori, che sembrano aver compreso intimamente le intenzioni dell’autore, condividendole sino in fondo. Siamo lontani dalla legnosità di Affleck e dallo spaesamento di Bale. Gosling e Fassbender sembrano nati per recitare in un film di Malick, così come Natalie Portman, che ha una parte più piccola, ma in cui brillare di luce propria.

Quello che una volta era il più misterioso e recluso dei registi americani, capace di sparire per vent’anni all’apice del successo, centellinando le sue opere, evitando di essere fotografato, ci ha regalato quattro film ed un documentario negli ultimi sei anni ed è di nuovo al lavoro sul prossimo Radegund, che dovrebbe segnare il suo ritorno ad un cinema narrativo ed, almeno in parte, di scrittura.

Nelle scorse settimane è persino apparso in pubblico due volte, per parlare del suo lavoro, con la serenità di chi sembra aver fatto finalmente pace con i suoi demoni e non ha più davvero nulla da temere.

Nel frattempo, nonostante questa sua quadrilogia sperimentale gli abbia alienato il favore di una buona parte della critica e del pubblico, l’influenza del suo cinema non è mai stata più grande e pervasiva.

Song to Song arriva nelle sale italiane grazie alla generosa distribuzione della Lucky Red, che sembra aver creduto alla bellezza del lavoro di Malick, almeno quanto noi: non sprecate l’occasione.

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