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Knight of Cups

Knight of Cups ***

Il primo film del dittico sul mondo dello spettacolo, che Terrence Malick ha presentato in anteprima al Festival di Berlino del 2015, arriva nelle sale italiane a distanza di quasi due anni e si inserisce a pieno titolo nella seconda fase della sua luminosa carriera, quella inaugurata dall’autobiografico ed epocale The tree of life e chiusa verosimilmente dal documentario Voyage of time.

Il suo cinema si è fatto nel corso degli anni sempre più sfuggente dal punto di vista narrativo e sempre meno costruito in sede di scrittura, per privilegiare un approccio largamente emotivo, in buona parte impressionista.

Il suo metodo è ormai noto: convocati sul set un certo numero di attori, protagonisti e comparse, sono tutti chiamati ad improvvisare su un semplice canovaccio. Il film poi si compone solo in fase di montaggio, attraverso un coro di voci, chiamate a raccontare i pensieri, i ricordi e le speranze dei protagonisti.

Dopo la meraviglia di Mont Saint Michel e la sinfonia di amorosi sensi di To the wonder, con il protagonista diviso tra il desiderio per una ballerina europea e quello per una ragazza del midwest, conosciuta da sempre, anche in Knight of Cups ritornano molte suggestioni autobiografiche: il protagonista è Rick, uno sceneggiatore perso nella Hollywood Babilonia, fatta di feste senza fine, lusso esagerato e pacchiano, grandi set e compromessi, alcol e sesso a pagamento.

Accanto a lui un fratello sbandato, ed uno perduto, un padre anziano e collerico, una moglie incapace di sopportare i suoi eccessi, che si dedica come medico, agli infermi ed ai più umili.

Il film prende lo spunto da una storia che il padre raccontava al piccolo Rick: C’era una volta un giovane principe. Il padre, che regnava su tutto l’Oriente, lo aveva spinto a viaggiare verso occidente sino in Egitto, per ritrovare una perla preziosa. Ma quando il principe giunse a destinazione, il popolo gli offrì una grande coppa. Dopo aver bevuto, il principe dimenticò il suo nome e lo scopo del suo viaggio, cadendo in un sonno profondo. 

La metafora di Malick è evidente: Rick, come il giovane principe, si è perso negli ozi della città degli angeli, in un caleidoscopio di donne che non sembrano in grado di soddisfare le sue ansie.

Il successo e le sue sirene lo hanno spinto in un abisso di noia e illusioni artificiali, a cui è quasi impossibile sottrarsi.

Malick come sempre cerca l’estasi poetica, la bellezza assoluta, la luce divina, il senso della vita. Lo fa con gli strumenti del cinema, che è invece spesso uno strumento prosaico, realista, talvolta inadeguato.

Il cortocircuito che ne scaturisce, rende al contempo fragile e fortissimo il suo film, che viaggia sempre sul crinale che divide il sublime dal ridicolo.

Malick non ha alcun timore di seguire la sua strada, nel raccontare un percorso che attinge a molte storie diverse: la crisi di mezz’età, la confessione in prima persona, il viaggio nella Los Angeles dissoluta e patinata, l’emozione dell’innamoramento e la fatica dell’amore, la ricerca di una propria spiritualità.

La complessità dell’esperienza umana, i suoi legami inestricabili, sono la ricchezza di cui si nutre Knight of cups.

Diviso in capitoli che richiamano, così come il titolo, le carte dei tarocchi – la Luna, l’Impiccato, l’Eremita, la Morte, la Torre, il Giudizio – non sempre il film riesce a rimanere in equilibrio: qualche sbandata c’è, soprattutto perchè le parole e le voci del suo film non sempre riescono a sostenere la potenza inarrivabile delle sue immagini.

La macchina da presa di Emmanuel Lubezki vola letteralmente accanto ai suoi protagonisti, li sfiora, li scruta, li segue, li affronta, con un coraggio che pochissimi hanno osato e che nel corso del tempo ha influenzato in maniera evidente molti giovani registi, da Andrew Dominik a David Gordon Green e David Lowery, da Cary J.Fukunaga ad Alex Garland, da Jeff Nichols a Ryan Gosling, da Carlos Reygadas allo stesso Christopher Nolan, per non parlare dell’ultimo Zack Snyder o di Alejandro Gonzales Inarritu che con The Revenant si è appropriato di tutti i principali collaboratori del maestro, per tentare si replicarne la straordinaria libertà formale.

Eppure il lavoro di Malick con Lubezki rimane assolutamente unico, impossibile da replicare, teso com’è a reinventare un modo di fare di cinema che chiama in causa l’inconscio, il caso, l’accidente e che rende indistinguibili soggettive ed oggettive, ricordi e sogni, presente e passato.

Il suo cinema è diventato sempre meno narrativo nel senso tradizionale del termine e sempre più suggestivo e frammentato, come se fosse alla continua ricerca di qualcosa di nuovo, di impossibile, capace di superare la grammatica ormai consolidata di oltre un secolo di cinema.

I suoi film ormai si possono solo abbracciare con l’entusiasmo e l’amore che si devono agli iconoclasti più coraggiosi.

Altrettanto facilmente possono essere oggetto di scherno, di parodia, di accuse di superficialità e noia.

Ma sarebbe un errore. Perchè nel frattempo le sue immagini sedimentano nella memoria di artisti e spettatori, di critici e addetti ai lavori, continuando a seminare i germogli di una piccola rivoluzione.

Alla colonna sonora originale di Hanan Townshend si alternano musiche di Arvo Part, Claude Debussy, Edvard Grieg, Chopin, ma è il crescendo di Exodus di Wojciech Kilar a ricorrere più volte e ad imporsi nella memoria.

L’ultimo dei grandi maestri degli anni ’70, il più isolato e schivo, il più geloso della propria privacy, continua a stupire.

Song to Song, la seconda parte del dittico, dedicato al mondo della musica, con Ryan Gosling e Rooney Mara è ancora in fase di montaggio. Nel frattempo, si vedrà a Venezia e Toronto il suo documentario Voyage of Time, e Malick è già tornato sul set, per un film sulla Seconda Guerra Mondiale, Radegund, questa volta con un copione più strutturato e tradizionale.

Questo Knight of Cups non fa che rinnovare il desiderio di scoprirli al più presto, per verificare dove la ricerca ha spinto l’immaginazione del suo autore.

Knight of cups 6

 

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