Midsommar – Il villaggio dei dannati

Midsommar – Il villaggio dei dannati *1/2

Dopo il pregevole e diabolico Hereditary, che aveva turbato le notti del Sundance nel 2018 e poi quelle degli spettatori di mezzo mondo – facendo di Ari Aster uno dei giovani maestri dell’horror d’autore, accanto a Peele e Eggers – il suo secondo film, Midsommar, era atteso con una certa trepidazione.

I riferimenti espliciti nel trailer e in tutto il materiale pubblicitario, a classici come The Wicker Man di Hardy, Picnic a Hanging Rock di Weir e Il villaggio dei dannati di Rilla, costruivano precisamente il perimetro e le coordinate di questa attesa, in modo del tutto coerente con quanto Aster ci aveva regalato con il suo esordio.

Tuttavia il film finito, distribuito negli Stati Uniti dalla A24, assomiglia ad una magnifica confezione, elegantissima e lussuosa, che non contiene però nulla al suo interno.

Aster è un formalista: muove la macchina da presa con grande parsimonia e costruisce all’interno del quadro, movimenti e linee di tensione attraverso il movimento dei suoi attori. Preferisce quasi sempre la prospettiva centrale e simmetrica, non è spaventato dai campi lunghi e dai movimenti sull’asse verticale della macchina, non usa nessuno dei trucchi specifici di genere: niente zoom, niente jump-cut, niente fuoricampo, niente buio.

Il suo film è girato come un austero film d’autore svedese, tutto nella luce perenne dell’estate scandinava, senza riuscire a suscitare neppure un brivido nei suoi infiniti 140 minuti.

Midsommar si apre negli Stati Uniti, in inverno: la giovane Dani è preoccupata per una mail oscura, ricevuta dalla sorella bipolare. Il fidanzato Christian, studente di antropologia, che sta fumando erba con gli amici Josh, Pelle e Mark, cerca di persuaderla al telefono: si tratta della solita richiesta d’attenzione.

Nella notte però Dani viene informata della morte di tutta la sua famiglia, in quello che appare, in modo evidente, come un omicidio-suicidio, perpetrato dalla sorella.

Aster mette subito in chiaro il conflitto che resterà al centro di tutto il film: il belloccio e imbelle Christian vorrebbe mettere fine alla sua storia con Dani, per poter condividere le zingarate spensierate con i suoi amici d’università, ma non se la sente di lasciarla sola, dopo quello che è accaduto.

Il loro rapporto vive ormai solo attraverso il senso di colpa e il dolore.

Quando i quattro amici organizzano un viaggio estivo in Svezia, nel villaggio di Hälsingland, all’interno della comune in cui è nato e vissuto Pelle, per svago, ma anche per valutare se scrivere una tesi su quella piccola comunità autoctona, Dani si unisce al gruppo.

Arrivati nell’agreste e luminosa Hälsingland, i ragazzi vengono invitati a provare dei funghi allucinogeni, entrando così nella prospettiva distorta, che regola le stagioni della piccola comune.

Il film di Aster chiarisce subito, nella lunga premessa invernale, il conflitto che sarà al centro del suo racconto di mezz’estate e che procederà inesorabilmente attraverso una progressione di gelosia, ribellione, tradimento e vendetta, di assoluta prevedibilità.

Si tratta della messa in scena, mediata attraverso questa sorta di lunga e tediosa favola nordica, di un piccolo incubo misogino e adolescenziale, nel quale la donna castrante e repressa impedisce al giovane protagonista di vivere appieno la ricchezza delle sue esperienze, costringendolo altresì a mettere in secondo piano la forza creativa, che proviene dall’amicizia virile.

La ribellione a questo schema trasformerà la remissiva Dani in un’erinni.

Solo che Aster è molto attento a mascherare le sue vere intenzioni, dando forma ad una sorta di delirio psicotico della sua protagonista, distrutta dal dolore, dal lutto e dalla depressione. Un delirio fatto di allucinazioni che minano la sua razionalità e si trasformano in un desiderio di distruzione feroce e inarrestabile, quando l’unica persona a cui può aggrapparsi, dopo aver perso tutto, rivela le sue vere intenzioni.

Midsommar è davvero tutto qui. Non ci sono grandi misteri in questo film. Non c’è neppure sangue, se non nella scena del sacrificio degli anziani, inutilmente cruenta e posta proprio all’inizio del soggiorno svedese del piccolo gruppo americano, a rendere quello che accade dopo ancor più sconclusionato.

Ad Aster non sembra interessare granchè la cultura del Nord Europa, nè le sue tradizioni antropologiche, persino quelle più controverse. Il suo occhio è sempre superficiale. Gli abiti bianchi, le acconciature curate, i disegni all’interno delle case, le strane forme triangolari con cui sono costruite, sono funzionali solo alla sua messa in scena, alla bellezza del quadro, ma non significano assolutamente nulla.

Incapace di costruire un microcosmo realmente inquietante e alternativo, retto da una sua filosofia, che non sia la semplice divisione della vita in stagioni di 18 anni, il film utilizza personaggi e set con la sola funzione di dare una forma impeccabile ed elegantissima alle sue preoccupazioni tardo-adolescenziali.

La sceneggiatura si sfilaccia sempre di più e procede di corsa verso l’implausibile, l’improbabile e il ridicolo involontario, raggiunto pienamente nella doppia scena dell’accoppiamento e della scoperta del tradimento.

Del tutto sprecato il talento di Florence Pugh, trasformata in personaggio asessuato, perfetto per la tesi di Aster, prima tutta lacrimoni, poi strega sorridente e beffarda: un concentrato della peggiore misoginia secolare.

Pietoso il contributo di Jack Reynor, nei panni del fidanzato Christian, mentre Will Poulter deve stare attento a non cadere nel cliché del villain stupido e ottuso e scegliere i ruoli in modo controintuitivo.

Ovviamente William Jackson Harper, che interpreta Josh, il personaggio di colore, è l’unico tra i quattro studenti che sembri aver passato la terza media. Ma questo non gli servirà a molto.

Il film di Aster è tanto presuntuoso quanto sconclusionato, dilatando all’infinito una storiella fatta di niente e perfetta per prendere per il naso le prefiche del women empowerment.

Al suo racconto sarebbero bastati i canonici novanta minuti. Non contento pare abbia intenzione di aggiungere un’altra mezz’ora ad una prossima director’s cut di Midsommar.

Talento sprecato.

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