Venezia 2020. Miss Marx

Miss Marx *1/2

Dopo il relativo successo di Nico, 1988, vincitore del premio Orizzonti a Venezia 74, Susanna Nicchiarelli ha deciso di portare sullo schermo la storia dell’ultima figlia di Karl Marx, l’attivista, traduttrice e sindacalista Eleonor, che tutti chiamavano Tussy.

Il film comincia sulla tomba del padre, e prosegue raccontando gli ultimi quindici anni di vita della protagonista e in particolare il suo viaggio negli Stati Uniti, le sue lotte contro il lavoro minorile e i diritti dei lavoratori, ma altresì sul ruolo della donna, che il paternalismo ottocentesco aveva relegato ad un ruolo non troppo diverso da quello degli operai delle fabbriche.

Molto più incerta e travagliata la sua vita personale, accanto a Edward Aveling, attivista a sua volta, ma uomo già sposato, incapace di fedeltà ai sentimenti di Eleonor e con le mani letteralmente bucate.

La modernità del pensiero della figlia di Marx e il suo indomito spirito socialista e riformatore, oltre che proto-femminista hanno evidente colpito l’interesse della Nicchiarelli, qui autrice anche della sceneggiatura, tuttavia il film è un polpettone didascalico che non indovina mai il tono e il contesto.

Se la parte politica e sociale è continuamente sottolineata dalla lettura che la stessa protagonista fa di alcuni passi dei suoi scritti, appesantendo senza motivo quello che il cinema dovrebbe limitarsi a mostrare, quella privata affonda nel più classico dei cliché narrativi della donna infelice, che si accompagna ad un uomo che non la merita.

A metà di Miss Marx, Eleonor e Ed recitano una scena di Casa di bambola di Ibsen, ma è come se recitassero se stessi. Poi i due fanno riferimento anche alla Bovary di Flaubert, anche qui sottolineando tre volte quello che era chiarissimo a tutti.

Il film non si libera mai di questa ansia pedante di voler rendere ogni passaggio il più esplicito possibile, esemplare fino alla noia, come accade ai quei pessimi attori teatrali che usano un tono monocorde e urlato, per farsi sentire sino al loggione.

Anche le scelte musicali vanno in questa direzione e così per far intendere la modernità del personaggio, la Nicchiarelli ha scelto una colonna sonora rock, che non rimane solo elemento extra-diegetico, ma entra direttamente nel racconto quando la protagonista balla scatenata sulle note di una musica di 60 anni dopo.

Peccato che il film sia invece tutto in punta di penna, olografico e stucchevole, tranne quando recupera delle magnifiche foto d’epoca, per raccontare il viaggio americano.

Forse Miss Marx ha il merito di aver acceso un riflettore su un personaggio ormai dimenticato dalla storia, ma lo ha fatto con un film assai modesto, da sussidiario illustrato, che non riserva un solo vero momento di cinema da ricordare.

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