Venezia 2020. The Disciple

The Disciple **1/2

Secondo film per l’indiano Chaitanya Tamhane, che aveva portato a Orizzonti il notevole e rigoroso Court nel 2014 e che ora torna alla Mostra in concorso, dopo aver passato due anni con Alfonso Cuaron, sul set di Roma e in un lungo progetto di mentoring.

Tamhane ha deciso di girare nel nord dell’India, nel piccolo mondo della musica classica indostana, in cui la tradizione si tramanda di maestro in allievo, con dei veri musicisti locali.

Il protagonista Sharad, seguendo le orme del padre, allievo e poi appassionato scrittore di quella musica, ha deciso di seguire lo stesso percorso, affiancando uno dei maestri misconosciuti dell’arte dei rav.

Solo che passano gli anni, lo studio e le esibizioni, ma Sharad rimane un musicista mediocre: il più fedele tra gli allievi, ma il meno talentuoso tra questi.

Faticosamente cercherà di farsi strada nel piccolo mondo della musica tradizionale, mentre attorno a lui l’attenzione dei collezionisti, dei mezzi di comunicazione e degli appassionati si sposta verso una musica diversa, decisamente meno tradizionale e ibridata con quella occidentale.

Tamhane sceglie di tornare in patria per un film che sembra prendersi il suo tempo, viaggiando al ritmo ipnotico e ossessivo della musica che racconta e seguendo il percorso faticoso del suo protagonista verso la consapevolezza dei propri limiti, dei propri insuccessi.

E non solo, perchè senza mai fare la voce grossa, il suo sguardo lascia emergere con notevole acume anche le trasformazioni sociali e culturali di un paese, che immaginiamo sempre immerso nel suo folklore, ma che invece procede con passo diverso e certamente più contraddittorio.

Il film si sposta secondo tre diverse linee temporali tra il 2006, il 2019 e i ricordi d’infanzia del protagonista negli anni ’80 e lascia moltissimo spazio alla musica, che occupa lunghissimi minuti della storia, diventando così un manifesto e un omaggio alla musica classica indiana.

Tamhane, che ha passato molto tempo con Cuaron, con questo film sembra in fondo riflettere anche sulla sua esperienza personale, sul rapporto tra maestro ed allievo, sul talento, l’ispirazione, la dedizione totale e la passione, che servono per emergere.

The Disciple parla di arte senza compromessi, di sacrifici, illusioni e fallimenti, come parte essenziale di un processo creativo personale e collettivo.

Si entra faticosamente nella drammaturgia debole del film, che sembra all’inizio avere soprattutto l’ambizione di documentare una serie di performance, su cui peraltro assai poco possiamo dire. Poi a poco a poco si fa strada un racconto e prende corpo, sia pure in modo episodico, rarefatto.

Particolarmente efficace l’incontro tra Sharad e un giornalista inglese, che smonta un dialogo dopo l’altro la mitologia su cui suo padre aveva costruito la sua passione.

E’ l’unica scena realmente serrata, incalzante, costruita su un campo e controcampo: eppure neanche quello servirà a Sharad per mettere in dubbio il rapporto fideistico con il passato e con i maestri, il cui lavoro si perde nella leggenda, ormai lontanissimo dal confronto con la realtà storica.

Difficile dire fino in fondo, se il lavoro di Tahmane sia l’elegia un po’ ortodossa di una musica e di un paese tradizionale, che rimane fedele alle sue radici culturali o se prevalga la messa in discussione del rapporto tra allievo e maestro, certamente decisivo in molti percorsi artistici, da cui però bisogna sapersi affrancare e quello sull’indagine severa sui limiti del proprio talento.

Fotografia lattiginosa e slavata di Michal Sobociński, il figlio del compianto Piotr (Il Decalogo, Film Rosso).

 

 

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