Venezia 2014. Court

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Court ***

Il cadavere di un lavoratore della rete fognaria viene trovato sotto un tombino a Mumbai. Un vecchio cantastorie popolare viene processato con l’accusa di istigazione al suicidio per aver cantato una canzone che potrebbe aver incitato il lavoratore a commettere l’atto. Mentre il processo va avanti, le vite private, al di fuori degli ambiti lavorativi, degli avvocati e del giudice coinvolti nel caso vengono osservate per esplorare come i valori individuali e personali di queste persone possono avere implicazioni sui giudizi di vita e morte emessi in tribunale.

Tre personaggi, anzi quattro.

Un cantante folk, accusato di aver istigato al suicidio un lavoratore della rete fognaria trovato morto per asfissia da gas mefitici. Il suo avvocato. La pubblico ministero. Il giudice.

Il film indiano di Tamhane ruota attorno a loro ed al lungo e faticoso processo che li lega per molte e spesso inutili udienze.

Il sistema giudiziario indiano non sembra così distante dal nostro. La mancanza di tragicità, unita ad un formalismo di maniera, che si avverte in Court non è così lontano da quello a cui assistiamo anche nelle nostre aule di giustizia. I rinvii, le assenze dei testimoni, il ruolo delle forze dell’ordine passa tutto sotto la lente d’ingrandimento di un processo in gran parte politico, travestito da indagine su un misterioso suicidio.

L’anziano cantante intanto è in carcere in misura preventiva, mentre udienza dopo udienza il castello probatorio messo in piedi dalla pubblica accusa si sfalda inesorabilmente in una sorta di caccia alle streghe.

Secondo l’arcigna pubblico ministero una sua canzone inneggerebbe proprio al suicidio dei lavoratori delle fogne. La vittima l’avrebbe ascoltata e si sarebbe quindi gettato volontariamente e senza protezione nel sistema fognario di Bombay.

Ma non ci sono prove che tale canzone esista veramente, che la vittima l’abbia ascoltata, nè che si tratti davvero di un suicidio.

Quando finalmente la moglie si presenta al processo, la verità sembra venire a galla. Liberato il cantante su cauzione, viene nuovamente arrestato in una tipografia dove sta facendo stampare un libro sulla sua storia.

Il processo riparte e si ferma subito. Ci sono le ferie giudiziarie.

Tamhane descrive la routine processuale con grande abilità e concede ai suoi personaggi anche momenti di piccola umanità: i genitori dell’avvocato lo trattano ancora come un bambino e vorrebbero sapere quando convolerà a nozze, la famiglia del pubblico ministero va a teatro a vedere commedie nazionaliste, mentre il giudice, parte per la spiaggia su un torpedone, cantando canzoni dei film di Bollywood.

Fuori dall’aula ognuno ha la propria vita ordinaria.

Non sapremo mai se il cantante accusato è realmente un agitatore, un terrorista fanatico o semplicemente la vittima di un sistema che guarda con sospetto ogni voce alternativa.

L’ambiguità del film è la sua forza. Il ritratto d’ambiente è sincero e solido, lasciando sullo sfondo l’indignazione, per un tono spesso surreale e straniante.

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