Venezia 2014. La Cina è vicina

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La Cina è vicina ****

L’aristocratica e facoltosa famiglia Gordini Malvezzi è composta da Vittorio, professore di scuola media superiore, più erudito che colto, debole di carattere e trasformista in politica, dalla sorella Elena, arcigna amministratrice del patrimonio familiare, tenace zitella ma assidua frequentatrice di uomini di ogni tipo, e dal fratello Camillo, studente in un collegio di preti, acceso sostenitore di idee estremiste. Ricevuta l’assicurazione di divenire assessore, Vittorio accetta di presentarsi candidato nelle liste socialiste. Come proprio factotum Vittorio assume Carlo, un proletario con il diploma di ragioniere e molti sogni ambiziosi…

E’ sempre tempo per una commedia. Soprattutto se si tratta di un capolavoro di Marco Bellocchio targato 1967, con Paolo Graziosi e Glauco Mauri, che faranno poi la storia del nostro teatro, qui impegnati in un magnifico duello che mescola politica e rango sociale.

Sono passati quasi 50 anni da quando il film fu presentato e premiato alla Mostra di Venezia del 1967, in un concorso vinto da Bella di giorno di Bunuel.

Un nobile d’indole trasformista e progressista, Vittorio Gordini, decide di fare il gran passo, candidandosi alle amministrative con il Partito Socialista, con la promessa di un assessorato. In questo modo tradisce le speranze della sorella Elena e soprattutto quelle del fratello più piccolo, Camillo, maoista e rivoluzionario, che vive in un rigido collegio religioso, nonchè quelle di un giovane socialista, Carlo, di origini proletarie, che avrebbe avuto diritto a quel posto.

Il partito gli suggerisce di assumere proprio Carlo, per seguire la sua campagna elettorale. Vittorio accetta il consiglio, ma non sa che Carlo e la sua segretaria, Giovanna, sono amanti e tramano alle sue spalle per sistemarsi una volta per tutte. Carlo difatti seduce Elena e Giovanna cede alle lusinghe di Vittorio.

La campagna prosegue tra alti e bassi, Vittorio cerca almeno di assicurarsi i voti della sua famiglia cattolica e tradizionalista. Quando le due donne rimangono incinte, la situazione precipita…

Il ritratto del piccolo mondo di provincia chiuso tra l’avidità di classe e le ansie pseudo-progressiste è feroce sulfureo. Con le armi della commedia degli equivoci, Bellocchio smaschera un mondo profondamente corrotto e opportunista.

La scena del mancato aborto e quella della bomba in sezione rimangono nella mente, così come gli interpreti formidabili di allora, che il cinema ha usato assai poco.

Il discorso finale di Vittorio, alla vigilia dell elezioni è un capolavoro capace di restituire ancora oggi il costume tutto italico del trasformismo interessato ed egoista. Lo sberleffo finale è la degna conclusione di un film che graffia con la forza di una risata amara.

Lino Miccichè, storico critico de LAvanti, se la prese e minacciò bonariamente Bellocchio in conferenza stampa: “Vedrai domani cosa scriverò del tuo film”. Molti suoi colleghi, come ha ricordato il regista presentando il film in sala, pronosticarono per lui, che veniva da I pugni in tasca e che aveva cambiato subito tono con La Cina è vicina, un futuro avvenire nel cinema commerciale…

Raccontare oggi La Cina è vicina, vuol dire fare i conti con la più grande stagione del nostro cinema. E con uno dei suoi autori più grandi, troppo sovente dimenticato, sino ai trionfi scomodi del nuovo secolo.

Prodotto dalla Columbia e da Cristaldi, restaurato impeccabilmente dalla Cineteca di Bologna, a partire dal negativo originale Dupont e dalla copia positiva conservata proprio dalla Mostra di Venezia, La Cina è vicina merita di essere visto, oltre che citato.

Non ve ne pentirete.

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