Venezia 2014. Senza fine

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Senza fine ***1/2

È il 1982: la Polonia è sotto la legge marziale e Solidarnosc è bandito. Ursula, una traduttrice che sta lavorando su George Orwell, perde improvvisamente il marito Antek, di professione avvocato. È sopraffatta dal dolore e Antek continua ad apparirle. Tenta di liberarsene attraverso il lavoro, il rapporto con suo figlio, il sesso e l’ipnosi. Intanto, Ursula indirizza la moglie di uno dei clienti di suo marito – Darek, un organizzatore di scioperi, appartenente a Solidarnosc e finito in prigione – a Labrador, un avvocato avanti con gli anni e stanco del mondo, che lavora per liberare Darek da varie manipolazioni politiche e trappole psicologiche.

Dopo Destino Cieco, portato a Cannes nel 1981 e poi mai distribuito in patria, a causa della censura di regime, Krzysztof Kieslowski era tornato nuovamente a dirigere un film per il cinema solo nel 1985.

Con Senza fine si inaugura il sodalizio con due figure chiave del suo cinema: l’avvocato Krzysztof Piesiewicz, con cui scriverà tutti gli script successivi  ed il filosofo Zbigniew Preisner, autore della musica di tutti i suoi film.

Ambientato nel 1982, nella Polonia della legge marziale e del bando di Solidarnosc, il film è un altro tragico atto d’accusa politico e personale.

Nel raccontare i dubbi e e speranze di un gruppo di personaggi legato dalla morte del giovane avvocati Antek, Kieslowski mostra ancora una volta come in Destino cieco, la cappa tragica ed asfissiante del regime, a cui ci si può sottrarre solo con la morte.

La giovane vedova dell’avvocato, l’anziano collega e mentore ed il suo assistente, un operaio accusato di aver fomentato uno sciopero illegittimo e la sua famiglia: finiranno tutti sconfitti, nonostante la scarcerazione dell’operaio.

Perchè il prezzo della libertà è la rinuncia alle proprie idee. Il regime ha la meglio sui vivi e sui morti, nessun vero cambiamento è possibile. Non resta che chinare il capo, ancora una volta.

Il film è anche una bellissima storia d’amore, nella quale ci si rende conto troppo tardi di quello che si è ormai perduto per sempre.

Straordinaria l’interpretazione di Grażyna Szapołowska, che tornerà a lavorare con Kieslowski per il Decalogo 6. 

Kieslowski è stato, nei pochi anni a cavallo tra la fine degli ’80 e la sua morte improvvisa, avvenuta nel marzo del 1996, uno dei maestri del cinema europeo. L’opera monumentale del Decalogo, La doppia vita di Veronica, Tre colori hanno segnato un’intera generazione di cinefili e spettatori. La forza morale del suo cinema ne ha fatto immediatamente l’erede ideale dei maestri del rigore: Bresson, Dreyer, Ozu.

I due film che Cannes e Venezia hanno ri-presentato, rispettivamente il terzo ed il quarto della sua breve carriera, sono quelli che immediatamente precedono la grande odissea, ispirata ai dieci comandamenti.

E sono anche i più duri e politici, in senso stretto, della sua carriera: se le sue opere successive si aprono alla possibilità della grazia e della salvezza, chiudendosi idealmente con il salvataggio in mare di Film Rosso, qui l’orizzonte è privo di qualsiasi speranza.

Il lavoro di restauro, meritevole di per sè, è questa volta ancor più significativo perchè riporta all’attenzione dei giovani appassionati uno dei maestri dimenticati del Novecento, le cui opere non smettono di sedurre ed affascinare.

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