Venezia 2020. The Furnace

The Furnace **1/2

Opera prima dell’Australiano Roderick MacKey, The Furnace è un altro western ambientato nell’Outback australiano, anche questo ormai esplorato molte volte nell’ultimo decennio festivaliero.

Qui si punta l’obiettivo sull’emigrazione di metà Ottocento di cammellieri di tutto il medioriente e di sik indiani che venivano usati come guide nel territorio soprattutto dai cercatori d’oro.

Il protagonista di The Furnace è Hanif, un afghano che ha abbandonato la compagnia inglese per cui lavorava e si è messo in proprio, assieme ad un altro mussulmano. Prima il compagni viene freddato brutalmente, poi il protagonista si imbatte in Arthur, un prospector che è l’unico sopravvissuto ad una strage e porta con sè due lingotti d’oro rubati ad una miniera inglese.

Attraverseranno assieme il deserto australiano e le sue infinite insidie, per trasportare i due lingotti ad una fornace clandestina dove la cinese Jimmy li fonderà, rimuovendo il marchio della corona, rendendoli irrintracciabili.

Sulle loro tracce ci sono quattro uomini dell’esercito inglese, un altro prospector, un gruppo di altri cammellieri sospettosi.

La maledizione dell’oro porterà morte, distruzione, infelicità, sofferenza sulla strada di Hanif, capace di resistere fino all’ultimo.

Mitologia della frontiera, controstoria, indagine sociologica, grande western a cielo aperto, The Furnace non ha timore di confrontarsi con modelli alti, ma non sempre l’ispirazione lo assiste: gli spazi infiniti richiamano tempi fin troppo dilatati e il racconto si perde in troppi rivoli, sottotrame e infila almeno tre-quattro finali sempre meno indovinati, chiudendo con una nota di abbandono che non riesce neppure ad essere folle e disperata.

Come spesso succede in un’opera prima, MacKay vuole dire troppo, pecca di generosità e non ha il coraggio di tagliare quello che era di troppo e di chiudere al momento giusto.

Si affida a quello che ormai è un sotto-genere e lo fa rispettandone canoni e scenari, usando tutto lo spazio a disposizione del suo cinemascope, senza tuttavia farne davvero un elemento del racconto, tuttavia c’è del buono nella natura grezza e ruvida del suo film, nel senso di avventura e nell’amicizia virile dei due protagonisti Hanif e Arthur.

Orizzonti si conferma la sezione più centrata della Mostra, la più coerente, compatta, intelligente.

E questo MacKay sembra un talento da coltivare.

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