PADRENOSTRO

PADRENOSTRO **

Il primo film italiano del concorso veneziano è il terzo di Claudio Noce (Good Morning Aman, La foresta di ghiaccio, Non uccidere, 1994) che nasce da una suggestione autobiografica molto evidente.

Il padre, il vicequestore Alfonso Noce fu ferito durante un agguato da parte del gruppo terroristico dei NAP, una mattina di dicembre del 1976, che portò all’uccisione di uno degli uomini della scorta e di uno degli attentatori.

PADRENOSTRO prende spunto da quell’evento, ma è affidato al punto di vista di Valerio, il figlio più grande del funzionario, che ha dieci anni e sembra subire in modo più forte il trauma di quell’agguato.

Biondissimo e solitario tanto da giocare ancora con un amico immaginario, Valerio non trova solidarietà a scuola, ma fa amicizia con Christian, un quattordicenne sempre con le mani sporche e i vestiti lisi, una sorta di Lucignolo che compare all’improvviso nella sua vita e lo spinge a bigiare la scuola a rubare le elemosine in chiesa, a giocare a pallone, provocando un nuovo stress alla sua famiglia.

Quando i Noce partono per una breve vacanza in Calabria, Christian si presenta a casa loro, spingendo il rapporto con Valerio sino a conseguenze estreme.

Ma chi è davvero quel ragazzo alto e misterioso? Perchè compare e scompare con fulminea velocità? Esiste davvero o è solo un nuovo amico immaginario di Valerio?

Il film di Claudio Noce cerca di trovare una strada inconsueta per raccontare il trauma del terrorismo, dalla parte di chi sopravvive, lo fa attingendo ad una sorta di realismo magico e fiabesco in cui immerge la sua storia, soprattutto quando si sposta nella Sila e a Riace.

Anche la colonna sonora e il missaggio sonoro cercano un modo per rendere la sospensione del racconto, aiutandosi anche con il classico, un po’ troppo abusato, della PFM, Impressioni di settembre.

Il film non trova tuttavia mai la sua dimensione ideale ed anzi la perde definitivamente in quella cornice contemporanea che apre e chiude il film e che appare posticcia e ideologicamente discutibile, oltre che cinematograficamente implausibile e forzata.

Resta irrisolto anche il rapporto tra Valerio e il padre, che perde di forza, quando Christian entra nelle loro vite e finisce per porsi come schermo tra i due, in una dinamica piuttosto prevedibile e non molto interessante.

Si sentono echi del Salvatores di Io non ho paura, ma qui non c’è la prosa di Ammaniti a cui appoggiarsi e la sceneggiatura di Enrico Audenino e Claudio Noce zoppica, si affida a scene madri sempre più inutilmente melodrammatiche e ad un tono generale di minaccia che non si compirà mai e che forse vorrebbe evocare quello vissuto davvero dai protagonisti di questa storia.

Tuttavia il sovraccarico di simboli, di corse e panorami, di fughe e ritorni, di pistole che non sparano e lacrime che non scorrono, finisce per lasciare il film in un limbo infelice.

Siamo molto lontani dal rigore e dall’audacia ideologica e cinematografica di Marco Bellocchio, ma PADRENOSTRO non funziona neppure come romanzo di formazione, capace di affondare il bisturi nella coscienza di quegli anni da un punto di vista originale e inconsueto.

Incompiuto e velleitario.

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