Magari

Magari **1/2

Ginevra Elkann debutta al regia con questo sentito e personale Magari, dopo una lunga gavetta nel mondo del cinema, comincia sui set di Bertolucci (L’assedio) e Minghella (Il talento di Mr. Ripley), proseguita con il cortometraggio Vado a messa, con diversi progetti di produzione indipendente con la Caspian Films e quindi con il quinquennio glorioso della Good Films, con Mieli, Melzi d’Eril e Musini, conclusosi con lo sfortunato capolavoro di Kechiche, Mektoub, My Love presentato nel 2017 alla Mostra di Venezia.

Chiusa quell’esperienza, la Elkann ha trovato, verosimilmente nei suoi ricordi autobiografici, lo spunto di partenza per questo suo primo film, scritto assieme alla scrittrice e coetanea Chiara Barzini.

Il punto di vista è quello di Alma, una bambina di nove, l’ultima di tre fratelli, divisi tra la Francia e l’Italia, contesi da due genitori problematici e in conflitto permanente tra di loro.

Quando il padre Carlo ha lasciato la madre Charlotte, Alma aveva appena un anno e da allora fantastica di una possibile riconciliazione dei propri genitori, che non ha mai davvero visto assieme.

Siamo tra la fine degli anni ’80 e i primi anni ’90 e in occasione delle feste natalizie, Alma e i suoi fratelli, il rosso e diabetico Jean e il più grande e introverso Seb, dovrebbero andare a Courmayeur con il padre, squattrinato sceneggiatore.

Quest’ultimo però deve trovare il tempo di riscrivere un copione che è già stato rifiutato dalla produzione: e così la settimana bianca si trasforma in una villeggiatura al mare, nella casa di un amico antiquario, Bruce, che è in Turchia per degli scavi.

Con loro c’è Benedetta, l’assistente e amante del padre Carlo, e il cane Tenco.

Tra scontri e incomprensioni, gelosie, egoismi e piccole scaramucce, il quintetto cercherà di trovare un’armonia possibile.

Arricchito di piccole note personali, che gratificano ogni personaggio di una propria verità, Magari accetta fino in fondo il punto di vista della sua protagonista, si fa piccolo, fragile, indifeso, ma capace di una tenerezza e di una onestà benedetta.

E’ evidente che nel descrivere una famiglia disfunzionale attraverso la lente del ricordo e del personaggio più innocente, sembra guardare al lavoro di Alice Rorhwacher, soprattutto a Le meraviglie.

L’idea di isolare un paio di settimane particolari, riducendo la drammaturgia a piccole scaramucce sentimentali e affettive, conduce la Elkann verso un minimalismo che non è mai privo d’ambizione o di tensione, ma che consente agli attori professionisti e ai tre giovani debuttanti una recitazione istintiva, priva di ogni affettazione, di cui si giova soprattutto Riccardo Scamarcio, mai così convincente e maturo e che pure su Alba Rohrwacher calza a meraviglia.

Attraversato da una vena di sottilissima malinconia, capace di rappresentare desideri e realtà come elementi indistinguibili, di un unico orizzonte, come spesso accade ai più piccoli, il film gioca i richiami al contesto di quegli anni e all’universo cinematografico di riferimento, in modo scoperto, citando esplicitamente Salvatores e Moretti, in due sequenze paradigmatiche del loro cinema.

Altrettanto significativi i riferimenti televisivi: le vacanze dei Vanzina trasmesse in televisione, che rappresentano la promessa mancata di un Natale italiano idealizzato, ma lontanissimo dalla realtà e L’uomo da sei milioni di dollari, in cui Jean cerca di trovare una giustificazione alla propria fragilità.

Non banale neppure il rapporto che si instaura tra i tre fratelli che arrivano dalla Francia e i ragazzi di paese, che li accolgono e li trascinano con loro, con lo stesso spirito generoso e avventuroso, che aveva l’infanzia di quegli anni.

Persino l’aspetto religioso, con la conversione ortodossa, imposta dalla madre ai tre figli, viene sfruttata dalla Elkann non solo per un paio di scene colme di sapida ironia.

Il suo film resta un esordio incoraggiante, onesto, sentito, che tuttavia sconta i limiti, che spesso accompagnano le opere prime. La sceneggiatura non è sempre adeguatamente sorvegliata e accumula eventi nella seconda parte (la fuga a Roma, la morte del cane, l’incidente di Jean), per consentire ai suoi personaggi un’accelerazione nel loro percorso di crescita. Il soggetto sconta una consuetudine diaristica, pescando almeno da punto di vista emotivo, nella propria biografia, con il rischio costante della banalità, così come del calligrafismo.

La regia, pur sostenuta dalla fotografia dell’esperto Vladan Radovic, si muove con una certa timidezza, cercando un’invisibilità, che spesso scolora nell’inconsistenza e che si aggrappa ad una direzione d’attori invece pregevole e matura.

Di solito non dovrebbe interessarci troppo il vissuto della regista, ma è indubbio che la notorietà della sua famiglia è talmente forte, da non poter essere trascurata, posto che è la stessa Ginevra a far partecipare al film, in due piccoli cameo, il padre Alain e il fratello John.

D’altronde il padre del film assomiglia pochissimo al genitore reale, giornalista e scrittore di successo, mentre, come dimostra un dialogo tra Scamarcio e la Rohrwacher a proposito della banalità di una scena appena scritta e una notazione della piccola Alma, a proposito dell’età avanzata del padre, rispetto alla creatività di Van Gogh, è la stessa Ginevra che investe di sè e dei suoi dubbi il suo protagonista.

Ora la Elkann dovrà farci capire se questa vena intima e personale è davvero la cifra del suo cinema o se, come spesso accade all’inizio, si inizia a raccontare quello che si conosce meglio, quello che si è vissuto, nel modo più diretto possibile, salvo poi capire davvero quale sia il proprio mondo narrativo.

Dopo aver fatto d’apertura al Festival di Locarno nel 2019, Magari è stato costretto, dalla prolungata chiusura delle sale, ad uscire direttamente su Raiplay il 21 maggio: il film ha trovato subito il suo pubblico, con 200 mila spettatori e 450 mila visualizzazioni, nella prima settimana.

Un piccolo successo, che lascia ben sperare.

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