Venezia 2017. Mektoub, My Love: canto uno

Mektoub, My Love: canto uno ****

Il grande romanzo di formazione che Abdel Kechiche ha cominciato a raccontare con La faute à Voltaire, proprio a Venezia diciassette anni fa, si arricchisce di un nuovo straordinario capitolo con Mektoub, My Love: canto uno, che travolge la Mostra con la forza e la brama di vivere dei suoi giovanissimi protagonisti.

Annunciato come l’adattamento di La blessure, le vraie di Begaudeau, in realtà Kechiche sembra aver preso pochissimo dal romanzo e molto dalla sua esperienza personale.

Il film è ambientato nella natia Sète, nell’estate del 1994, quando il ventenne Amin ritorna a casa per le vacanze, dopo aver trascorso un anno a Parigi, alla facoltà di medicina, poi abbandonata per dedicarsi alla scrittura e alla fotografia.

A Sète e ad Hammamet, la famiglia di Amin gestisce dei ristoranti. E’ un’impresa familiare, che vede coinvolti zii e cugini.

Il film si apre su Amin che passeggia sereno in bicicletta. È una giornata di pieno sole. Si ferma improvvisamente quando vede lo scooter, per le consegne del ristorante, parcheggiato di fronte ad una casa bianca, affacciata sul mare. Incuriosito, si avvicina ad una finestra e scopre il cugino Toni con Ophelie, una delle sue migliori amiche, promessa sposa a Clement, un soldato impegnato su una portaerei, in Medioriente.

Il tradimento va avanti da molti anni: la guerra del golfo, poi la tragedia del Kosowo e in Rwanda hanno allontanato Ophelie dal suo fidanzato. Toni ne ha preso il posto. E’ un segreto da poco. Tutti lo sanno. Forse solo Amin ne era all’oscuro.

Poco dopo, sulla spiaggia, Toni e Amin conoscono due turiste di Nizza, le portano al ristorante e poi in un bar dove si balla. Eppure i due cugini non potrebbero essere più diversi. Amin subisce l’incanto dell’estate, della bellezza di quei corpi femminili, che si agitano al ritmo della musica. Toni è molto più prosaico e ha deciso di approfittare di quella bellezza, senza remore: sparisce per serate intere, mente spudoratamente, usa le parole dell’amore, con la leggerezza dell’estate.

Mentre il tradimento di Ophelie è sulla bocca di tutti, quest’ultima si confessa ad Amin, che se ne innamora perdutamente, la cerca con gli occhi, le sta accanto, vorrebbe fotografarla.

Le altre donne sono tentazioni e delusioni momentanee, ma è chiaro che Amin desidera quello che non può avere. E quel desiderio gli brucia dentro sino ad annientarlo e a renderlo un puro sguardo.

Il film di Kechiche è un grande romanzo dei sentimenti, che ci riporta agli anni dell’adolescenza, a quelle estati spensierate, fatte di promesse e tradimenti, lacrime e passione, amori voluti e trovati per caso.

La macchina da presa avvolge i suoi personaggi con uno sguardo unico, sensuale, insistito, curioso di esplorare ogni sfumatura, ogni movimento, ogni occhiata, ogni parola. Nessuno ha la capacità di raccontare il desiderio e il sesso come Kechiche, la verità che trasmettono le sue immagini è stupefacente.

Noi scopriamo il destino nei rapporti amorosi” ha detto il regista ed è proprio la scoperta del proprio destino l’obiettivo dei suoi personaggi, che cercano un’illuminazione proprio negli incontri, nelle parole, negli sguardi.

Nessuno sembra davvero recitare una parte, ciascuno sembra viverla davvero, senza filtri, senza forzature, senza alcuna artificiosità.

Forse solo Richard Linklater è riuscito a raggiungere questa autenticità, con i suoi personaggi.

Certo, qualcuno si lamenterà della drammaturgia minima di questo Mektoub, My Love, dove non sembra succedere nulla, dove non ci sono svolte narrative, non ci sono scene madri o conflitti che cercano una soluzione.

C’è ‘solo’ la dolcezza del vivere, di un’estate di molti anni fa, ci sono la spiaggia, le mattine assonnate, le chiacchiere infinite, le amiche che non ti parlano più, gli amici che se ne vanno, le cene perdute, i troppi drink, ci sono la musica di una discoteca, i sogni che svaniscono sempre all’alba, le ragazze incontrate e poi perdute, gli alberghi sul mare.

Nel suo glorioso inno alla vita ed ai misteri del desiderio, c’è spazio anche per la nascita commovente di due agnellini, che Amin decide di attendere per un’intera giornata, nella fattoria di Ophelie.

Eppure il lavoro di Kechiche non si nutre solo di sentimenti e di intimità: ritornando alla metà degli anni novanta, Mektoub, My Love sembra voler fare i conti anche con le radici dei conflitti di oggi, con le tensioni che animano la nostra società. Come si dice ‘ti amo’ in arabo? Sono le due parole più inflazionate della terra, ma non é così semplice…

Se si accetta il patto che Kechiche propone agli spettatori, per seguirlo in questa immersione totale nel tempo dell’adolescenza, allora se esce travolti, disarmati, commossi fino alle lacrime.

Il tempo che scorre, perduto e ritrovato, disegna una malinconica felicità, uno struggimento dei sensi, che si nutrono della bellezza femminile, della fisicità di corpi in perenne movimento.

Il suo è lo sguardo di un uomo che non ha mai smesso di amare le donne, di innamorarsi di loro, di desiderarle e comprenderle, di indagarne la bellezza e le forme, i movimenti e il mistero.

Le tre ore di questo Canto uno sembrano volar via come un solo profondo respiro: Kechiche ha già girato la seconda parte e si appresta a produrre anche la terza. Ed è una benedizione, perché non vediamo l’ora di ritrovare sullo schermo Amin e Ophelie e tutti gli altri personaggi: non ci stancheremmo mai di seguirli, di stargli accanto, di ritrovarli.

Il suo cinema è rivoluzionario, libero da ogni costrizione, alla continua ricerca di verità e bellezza.

Kechiche ha fatto della pluralità e della ricchezza della vita il centro delle proprie riflessioni, parallelamente alla ricerca continua e inesausta di uno sguardo, capace di contenerle tutte: Mektoub, my love è davvero un punto di arrivo, in questo senso.

Se finora infatti la riflessione era sempre rimasta esterna al racconto, questa volta invece è resa esplicita nel ruolo di Amin: il giovanissimo fotografo e sceneggiatore, sin dalla prima scena, è condannato ad essere colui che osserva. Ed anche quando tutti si mettono ‘in mostra’, nella lunga notte in discoteca, lui è l’unico che non balla, non beve, non partecipa alle schermaglie amorose. Così, mentre la vita gli passa accanto, Amin non può far altro che tentare di fermarne la bellezza e l’incanto, con gli occhi o con la macchina fotografica. Ma non potrà mai perdersi o afferrarla, come fanno Toni o lo zio Kamal. Il suo desiderio è sempre mediato, il suo sguardo rimane sempre sulla soglia. Non è un caso allora se alla fine cerchi conforto – forse provvisoriamente – in chi è rimasto anch’esso ai margini del gruppo.

Se l’autore, con i suoi film, sembra avvicinarsi sempre di più a risolvere quel conflitto tra realtà e rappresentazione, ecco che il suo protagonista, artista agli esordi, vive su di sè gli stessi interrogativi e le stesse ansie.

Alla fine Kechiche è riuscito anche questa volta a sorprenderci: Mektoub, My Love è l’incanto dell’amore non corrisposto, è il dolore di un sentimento che non riesce ad esprimere se stesso e che può affidarsi solo alla casualità di un incontro. Al destino, appunto, al mektoub.

Imperdibile.

Francia, Italia, Tunisia / 180’
lingua Francese
cast Shaïn Boumedine, Ophélie Bau, Salim Kechiouche, Lou Luttiau, Alexia Chardard, Hafsia Herzi, Kamel Saadi, Estefania Argelich
dal romanzo La blessure la vraie di François Bégaudeau
sceneggiatura Abdellatif Kechiche, Ghalya Lacroix
fotografia Marco Graziaplena
montaggio Nathanaëlle Gerbeaux, Maria Giménez Cavallo
suono Hugo Rossi, Remi Durel, Julie Tribout, Jean-Paul Hurier
effetti speciali Davide Leone

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