Venezia 2017. Manhunt

Manhunt ***

Fuori concorso

Dopo molti anni di silenzio, John Woo ritorna all’heroic bloodshed, a quel thriller d’azione che i suoi film hanno codificato una volta per tutte, in quel brevissimo lasso di tempo, che trascorse tra il primo A better tomorrow (1986) e Hard Boiled (1992).

Gli anni hollywoodiani passati tra capolavori deliranti (Face-Off), opere più personali (Windtalkers) e film in cui il peso della commissione si faceva sentire maggiormente (Broken Arrow, Mission: Impossible 2, Paycheck), ne avevano un po’ oscurato l’importanza decisiva.

Dopo il ritorno in patria e il fluviale wuxia Red Cliff erano seguiti anni di silenzio e di co-regie poco significative.

Manhunt, remake di un film giapponese del 1976 con Ken Takakura, è invece un ritorno affettuoso, divertito e autoironico ai suoi film degli anni ’80.

John Woo sa tuttavia di essere diventato ormai quasi un marchio di stile. Sa che alcune figure retoriche, introdotte nel cinema d’azione trent’anni fa, sono diventate una cifra paradigmatica, che il tempo e l’abuso di troppi hanno svuotato di originalità. Decide allora di costruire un film rimettendo tutto in ordine e costruendo un film manieristico oltre ogni limite, ma pure capace tuttavia di segnare una distanza: quella tra l’originale e la copia.

Manhunt, storia complicatissima di un avvocato innocente, incastrato da una corporation farmaceutica che esperimenta farmaci per supersoldati, costretto alla fuga e braccato dalla polizia, da due donne sicario e dalla moglie di uno scienziato suicida, è un’antologia di pezzi unici.

Al suo interno Woo riesce a condensare davvero tutto il suo repertorio, tutti i suoi topoi d’azione, dai rallenty alle colombe, dalle doppie pistole, alle armi bianche, dagli inseguimenti in auto, in moto, sull’acqua, fino alle scivolate armi in pugno, dalla coppia che risponde schiena contro schiena all’assalto agli scontri puramente fisici.

Il tutto naturalmente ad un ritmo indiavolato e con un continuo ricorso alla sovrimpressione alla dissolvenza in nero, al montaggio sui movimenti, quasi a voler tagliare ogni momento inutile, ogni pausa non richiesta.

I fan di un tempo ritrovano un maestro che non sembra essere invecchiato di un giorno e si compiacciono anche dei dialoghi retorici, che sono sempre stati il punto debole dei suoi film. Eppure questa volta Woo sembra consapevole di tutto e non smette di giocare con il suo film e con i suoi spettatori, con un’ironia sottile, che non offusca i momenti di melò purissimo e di cavalleria da uomini d’onore.

Si guarda Manhunt come una madeleine profumatissima, che ci ricorda improvvisamente i capolavori del passato, anni lontani in cui i vhs d’importazione, le notti fuori orario e i pellegrinaggi nei cinema di Parigi ci facevano scoprire quell’universo meraviglioso che si celava ad Hong Kong.

Permetteteci, solo questa volta, un po’ di nostalgia.

Cina, Hong Kong / 106’
lingua Giapponese, Inglese, Cinese
dal romanzo Kimiyo funnu no kawa wo watare di Juko Nishimura
cast Hanyu Zhang, Masaharu Fukuyama, Wei Qi, Ha Jiwon
sceneggiatura Hing Kai Chan, Jame Yuen, Gordon Chan, Itaru Era, Miu Ki Ho, Maria Wong, Sophie Yeh
fotografia Takuro Ishizaka
montaggio Lee Ka Wah
scenografia Youhei Taneda
costumi Kumiko Ogawa
musica Taro Iwashiro
suono Taro Iwashiro
effetti speciali Alex Lim

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