The Other Lamb

The Other Lamb *

Un corpo femminile, coperto da un velo bianco, affonda nell’acqua chiara.

Due ragazze, vestite di blu, guardano incantate l’acqua di una cascata. Una delle due è la protagonista Selah.

Fanno parte di una setta, poco più di una quindicina da donne, divise in figlie, vestite di blu e mogli, di rosso. Un unico uomo al comando, il Pastore, con la solita iconografia e con il solito lessico cristiano, alto, atletico, barba e capelli lunghi, parla per parabole, ma pensa molto più alla carne che allo spirito, avendo coinvolto le sue adepte, in una relazione terribilmente incestuosa e malsana.

Vivono pascolando un gregge di pecore, che poi mangiano.

Chi si ribella, finisce in un capanno isolato a mangiare gli scarti delle altre.

Selah è un’adolescente, una figlia che dopo le sue prime mestruazioni, sta per diventare moglie. Si addormenta al pascolo e un cane sgozza una delle pecore. Il pastore la perdona, ma deve andare al capanno dove può parlare con quella che viene chiamata “la moglie maledetta”, che porta sulla pelle i segni della tortura e che aveva conosciuto la madre di Selah, entrata nella setta con lei e poi morta poco dopo aver dato alla luce la ragazza.

Quando la polizia intima al Pastore di portare altrove la sua comune, comincia un viaggio alla ricerca di una nuova terra promessa, un nuovo eden, che porterà a nuovi abusi, a nuove violenze e ad una vendetta tremenda.

Presentato in anteprima al Toronto Film Festival lo scorso mese di settembre, The Other Lamb è l’ottavo film della polacca Małgorzata Szumowska, di solito habitué della Berlinale e del suo palmarès, sotto la direzione di Dieter Kosslick, passata invece piuttosto inosservata, durante l’affollata kermesse canadese.

Il suo film esce ora direttamente in streaming ed è il suo primo in lingua inglese.

Indeciso se essere uno di quei racconti dell’orrore di stampo rurale e pagano o una cupa metafora dell’universo maschile, come portatore di una violenza psicologica e fisica, senza soluzione, il film non va troppo per il sottile e con la decisione di un panzer corazzato inanella una serie di luoghi comuni, che spingono il suo film verso il ridicolo involontario e un sensazionalismo tutto di facciata.

La riflessione della Szumowska si carica di simboli talmente manifesti che è come se nel suo film passassero ogni cinque minuti dei sottotitoli rossi a tutto schermo, per spiegare a chiare lettere, il senso profondo del suo lavoro.

Molesto fino allo sfinimento, il film è incapace di costruire un proprio immaginario originale. Quante volte abbiamo visto ormai sullo schermo, grande e piccolo, sette pseudo religiose, in realtà dedite alo sfruttamento sessuale delle sue aderenti?

Sono passati oltre dieci anni dal notevole La fuga di Martha, che sull’argomento già aveva raccontato tutto, con un’ambiguità, una capacità di penetrare le sfumature psicologiche del plagio, con grande intelligenza.

Qui non c’è nulla di tutto ciò, solo exploitation di immaginari altrui, di storie altrui, di sofferenze vere, strumentalizzate, per l’agenda politica della sua regista, che non si accorge di predicare con la stessa credibilità e la stessa insopportabile pedanteria del Pastore del suo film.

Ruba i contre-plongè delle foreste americane e la sensibilità nel raccontare lo spazio naturale da Terrence Malick, le oscurità da The Witch di Eggers, i costumi rossi alle ancelle della Atwood, le immagini degli agnelli scuoiati da qualche documentario animalista e gli stessi protagonisti, la diciottenne Raffey Cassidy, dal Cervo sacro di Lanthimos e da Vox Lux di Corbet e il messianico Michiel Huisman, dall’horror The Invitation della Kusama.

Non inganni la fotografia estatica e raffinatissima dello scabro panorama irlandese, firmata da Michal Englert, nella sceneggiatura di Catherine S. McMullen non c’è alcuna profondità, alcuna capacità di definire i personaggi, figurine appena schizzate.

L’unica buona idea di scrittura è nel divieto imposto alle donne di raccontare, perchè solo il Pastore ha davvero diritto di parola. Solo lui possiede le chiavi per interpretare la realtà e tramandarne il ricordo.

Il film della Szumowska è un incubo, in cui la regista inserisce, senza alcun significato, visioni, premonizioni, sfasature temporali e spaziali, come dal manuale della giovane regista engagé europea.

I suoi personaggi non hanno passato e non hanno futuro, vivono in un piccolo microcosmo di controllo soffocante. Non sappiamo perchè sono lì, non sappiamo perchè ci rimangono. Vediamo invece cosa accade quando alle mogli nasce un bambino o quando non solo più utili al diletto del Pastore. Ma è una soluzione che arriva in extremis, solo per scioccare lo spettatore, senza alcuna plausibilità logica, costruita come del resto tutto il film, con una motivazione solo estetica e mai etica.

La Szumowska ha tenuto a precisare che il suo film è “a dark cry against the patriarchy“. Non ce n’era bisogno, il grido è a pieni polmoni, ininterrotto e monotono, dalla prima all’ultima scena, ma non basta a fare di The Other Lamb un film di qualche interesse.

Come ha scritto Justin Chang sull’L.A.Times, con una certa sottile e indovinata cattiveria: “you can’t shake the feeling that Selah’s next chapter — and Cassidy’s — might well be the more interesting movie”.

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