Curtiz

Curtiz **1/2

Un cinegiornale del 7 dicembre 1941. Le parole di F.D. Roosevelt dopo l’attacco a Pearl Harbor, “una data che vivrà nell’infamia”.

Nell’ufficio di Jack Warner, il produttore Hal B.Wallis discute con Mr. Johnson e altri emissari del governo americano, sull’indirizzo politico di un nuovo film, in produzione proprio in quei giorni, chiamato Everybody Comes to Rick’s.

Il capo dello studio vuole qualcosa da portare nelle sale, al più presto possibile, perchè il conflitto ridurrà le produzioni.

Wallis vuole un successo di evasione, scritto dai geniali gemelli Epstein.

Mr. Johnson invece vuole un lavoro di propaganda, patriottico, che ricordi ad ogni americano che bisogna essere fedeli al proprio Paese, soprattutto in tempo di guerra.

Nel frattempo il regista, Michael Curtiz, si diverte a tirare al piattello di notte, negli spazi vuoti, all’esterno dei set di Burbank.

Curtiz a 55 anni è uno dei registi più prolifici della sua generazione, uno dei più affidabili nella Hollywood dello studio system, già candidato all’Oscar quattro volte.

Era nato a Budapest, ebreo ungherese, col nome di Manó Kaminer, poi emigrato a Hollywood nel 1926, dopo aver diretto quasi 65 lungometraggi nel suo Paese, in Austria e Germania.

Sposato in terze nozze con Bess, era un noto sciupafemmine, un seduttore, pieno d’amanti sul set e fuori dagli studios.

Il suo film si sta girando da ormai 22 giorni, in sequenza, perchè gli Epstein avevano scritto solo metà della sceneggiatura e le tensioni erano così forti da spingere a nuove riscritture quotidiane, direttamente sul set.

Nel frattempo agli studi si presenta una giovane ragazza di nome Kitty, la figlia newyorkese che Curtiz ha abbandonato diciannove anni prima, dopo aver aiutato lei e la madre a fuggire dall’Ungheria.

La recrudescenza della guerra, finisce per travolgere anche le sue speranza di far fuggire anche la sorella e la sua famiglia, rimaste nel cuore dell’Europa.

Pubblico e privato, Storia e racconto, cinema e mito.

Su questi elementi è costruito Curtiz, un piccolo film ungherese, diretto dal trentenne Tamás Yvan Topolánszky, al suo esordio nel lungometraggio, che si è fatto strada nei festival nel corso del 2018, con premi a Montreal e al SXSW, prima di approdare su Netflix.

La lavorazione di Casablanca, come molti dei capolavori del cinema classico americano, ha i contorni della leggenda, Curtiz tuttavia non è solo interessato a metterne in scena un frammento, quanto a raccontare il suo protagonista, colto nel momento in cui tutto sembra sfuggirgli di mano, in cui una serie di forze centrifughe lo spingono alla deriva, sul set come nella vita.

L’idea di Topolánszky e dei suoi sceneggiatori, Zsuzsanna Bak e l’americano Ward Perry, è quella di costruire un personaggio tormentato, complesso, che d’improvviso si trova a dover fare i conti con la propria storia personale, con gli errori del passato, con le leggerezze sentimentali e le viltà di padre.

Lo stesso tormento lo accompagna nel suo lavoro. Curtiz è un professionista navigato, ma la guerra che l’ha raggiunto nel mondo nuovo, lo spinge anche sul set a confrontarsi con troppe volontà da far incontrare: quella commerciale, quella artistica, quella politica, quella ideale.

Curtiz è un regista ambizioso, maniaco dei dettagli, poco incline al compromesso artistico. E’ uno dei padri di quella Hollywood, costruita sulle ceneri della grande cultura mitteleuropea, fuggito dal vecchio continente, negli anni del fascismo dilagante, assieme a Lubitsch, Wilder, Preminger.

Topolánszky ricostruisce con grande precisione quell’epoca in cui il cinema americano costruiva l’immaginario collettivo americano e non solo, grazie al lavoro geniale di un gruppo di esuli di talento.

La fedeltà che tutti chiedono a Curtiz è un sentimento nuovo, per un uomo felicemente infedele, senza patria e mutevole negli affetti.

Come un domatore in una gabbia di leoni, Curtiz cerca di mostrarsi autoritario, quando sembra incapace di decidere.

A metterlo sulla strada giusta sono forse le parole di Conrad Veidt, uno dei grandi attori del muto, impegnato nel ruolo del villain, ovvero il nazista Heinrich Strasser, al penultimo ruolo della sua carriera.

Scappato dalla Germania hitleriana, per non subire l’onta della violenza istituzionalizzata, Veidt si ritrova ora a dover interpretare il ruolo del gerarca, ma di fronte alle incertezze della produzione, ha ben chiaro quale debba essere il finale per il suo personaggio.

La sua decisione spinge Curtiz verso la conclusione giusta del suo film. Ma se nella mecca del cinema ogni cosa si può aggiustare, non così nella vita reale.

Girato in un bianco e nero molto contrastato e in formato panoramico da Zoltan Dévényi, anche lui al primo film come direttore della fotografia, capace di ombre e luci nette e taglienti, anche grazie all’ambientazione suggestiva sui set della Warner Bros., il film è formalmente impeccabile, con non pochi momenti di autentico virtuosismo, interpretato in maniera sorprendente da Ferenc Lengyel nel ruolo di un ombroso e irascibile Michael Curtiz.

Come spesso accade in un’opera prima, non tutto è perfettamente equilibrato e sorvegliato, le musiche notevoli di Subicz talvolta sono troppo invadenti, anche per un film che vuole essere un omaggio dichiarato al cinema degli anni ’40, e qualche dialogo sembra un po’ troppo programmatico, ma forse è dovuto anche al lavoro di traduzione e adattamento, necessari ad una produzione interamente ungherese.

Infine, l’insistenza su una Hollywood sessista e abusiva, sembra talvolta figlia di istanze revisioniste, che non sempre si integrano, con lo stile e i temi del film.

Nel complesso Curtiz rimane un esordio incoraggiante, che rivela una maturità espressiva, che attendiamo di ritrovare e verificare presto: un film, che forse sarebbe andato perduto, nell’affollamento della programmazione delle sale, prima dell’odierno lockdown globale e che ribadisce l’importanza della sinergia tra festival e piattaforme streaming, nel recupero e nella diffusione del giovane cinema indipendente e delle cinematografie meno conosciute.

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