Queen Sono: su Netflix il sogno proibito di un’Africa unita

Queen Sono **1/2

In Africa quanti guardano Netflix? La documentazione finanziaria diffusa dalla società californiana nel dicembre 2019 si basa su una suddivisione per macroaree geografiche. Europa, Medio Oriente e Africa sono raggruppate e insieme generano un fatturato di 4 miliardi di dollari per 47mila abbonati circa. È pertanto difficile capire quanto incidano i consumi del continente nero sui risultati stratosferici della piattaforma. Gli ultimi studi di mercato dedicati al fenomeno, pubblicati circa due anni prima, indicavano una prospettiva di crescita significativa, addirittura un raddoppio degli abbonamenti nella regione subsahariana (da un milione a due) nel giro di pochi mesi. Mancava una produzione originale ed ora è arrivata. Queen Sono è la prima serie Netflix del continente africano.

Queen è la figlia di Safia Sono, una leader rivoluzionaria anti-apartheid assassinata negli anni Ottanta. Queen è un’agente segreta arruolata nel SOG – Special Operations Group, un’unità operativa d’élite impiantata a Johannesburg. Il Gruppo Operazioni Speciali è impegnato nella lotta al terrorismo ed è attivo nella repressione mirata dei movimenti estremisti, un lavoro di intelligence condotto non solo tra i confini del Sudafrica. L’accento posto sul panafricanismo è un elemento importante della miniserie e uno dei suoi maggiori tratti di originalità. Nei sei episodi siamo trascinati da “Joburg” a Nairobi, dal Congo allo Zimbabwe.

Il nemico si materializza nelle forme del Watu Wema, un’organizzazione anticolonialista che si batte per la liberazione di tutta l’Africa. L’obiettivo di Watu Wema è cacciare per sempre l’uomo bianco e i suoi lacchè neri dai gangli del potere, neutralizzare i presidenti corrotti e restituire le immense risorse naturali sottratte dalle avide multinazionali occidentali al legittimo proprietario: il popolo. Nel corso di azioni punitive scenograficamente ben costruite, i guerriglieri promettono un cambiamento epocale.

Queen Sono è una curiosa serie che mescola e reinventa le coordinate della geopolitica attuale. Ci si aspetterebbe di vedere all’opera gli integralisti islamici, qualcosa di affine a Boko Haram o a Al-Shabaab e invece spuntano, felicemente inattuali, i paladini della decolonializzazione; non sarebbe fuori luogo attendersi di sentir parlare la lingua cinese, considerata l’imponente avanzata del Dragone in Africa, e al contrario ecco spuntare una “biancaneve” russa (espressione del giovane  Bule Bule, guerrigliero riluttante) al vertice di una compagnia di ruvidi contractors, la Superior Solutions. Inoltre, gli autori hanno pensato di affiancare a Malunga, laido presidente sudafricano, una coppia di mafiosi greci alquanto pittoreschi. Bizzarrie, ma in fondo è meglio così. La serie ne guadagna in termini di salutare estraniamento.

La verità storica del Sudafrica recente è presente nei riferimenti, nemmeno tanto velati, alle storture della “transizione pacifica”, nepotismo, mazzette e intrighi in seno al partito di governo, l’ANC. La nazione di Mandela, formalmente libera e democratica, appare lacerata da divisioni insanabili. I neri al governo, arroccati in signorie inespugnabili, pensano ad arricchirsi con mezzi discutibili. Fanno capolino anche fatti di cronaca poco noti alle nostre latitudini, atti di violenza generati da un surreale sentimento razzista dei sudafricani (!) verso gli immigrati provenienti dai paesi limitrofi più poveri, costretti a svolgere i lavori umili che gli autoctoni non fanno più. Lo showrunner Kagiso Lediga, regista, attore comico, produttore alla testa del progetto Queen Sono, getta sulla società sudafricana uno sguardo onesto e disincantato.

La miniserie Netflix vive soprattutto di azione. Le scene dei combattimenti corpo a corpo, disciplina in cui Queen eccelle, sono spassose e cruente. La regia ci riserva i momenti più adrenalici ad inizio dei singoli episodi. Pearl Thusi, attrice già apparsa in Quantico di Joshua Safran con un ruolo importante, è qui la protagonista ed il perno della storia. La trentunenne Pearl, modella e donna di spettacolo nota in patria, esibisce una preparazione atletica all’altezza del ruolo. La vita privata di Queen è attraversata da diverse tensioni, a partire dal confronto gravoso con la memoria della madre, simbolo di una rivoluzione tradita dalle generazioni . Attorno al volto di Safia brilla l’aura di un idealismo perduto, una purezza di intenti ancor più evidente se messa a contrasto con le malefatte di una classe dirigente dai comportamenti imbarazzanti.

La serie non va per il sottile nella costruzione del personaggio Queen. Da bambina, ha assistito alla morte di Safia in un giardino pubblico di Johannesburg per mano di un estremista di destra, Hendrykus Strydom. Queen ha un flashback ricorrente, la visione di bolle di sapone mentre Safia cade a terra. Un’auto si allontana e con essa fugge via anche la sua infanzia. Alla notizia della scarcerazione del killer, la tosta agente segreta reagisce a modo suo. L’indagine sui gruppi paramilitari conduce la terminator Queen in territori ostili e inesplorati. La tragica fine della madre è un capitolo da riaprire, a caro prezzo. Tutta l’energia della ragazza è rivolta all’esterno, per mascherare una fragilità interiore che si palesa ogniqualvolta il ricordo glorioso della madre è tirato in ballo da un nostalgico del periodo delle lotte anti-apartheid.

Le relazioni sentimentali di Queen sono ovviamente travagliate. L’ex collega Shandu Johnson Magwaza è passato alla concorrenza. È lui il capo del Watu Wema. Perché morire per quel debosciato di Malunga o per un qualsivoglia ministro dalle tasche traboccanti di rand? si è chiesto Shandu Johnson Magwaza anni prima. Il patto infernale stretto con i russi è un clamoroso passo falso o la condizione necessaria per spargere il seme della rivolta? La rivoluzione non è un pranzo di gala. L’adesione al terrorismo, o ad un nuovo ideale partigiano, scegliete voi, dell’uomo spalanca un abisso tra i due ex amanti, eppure l’amore conosce ragioni che la rivoluzione non conosce.

Certo che a Queen non gliene va bene una. L’amico e terapista William Chakela si è imbarcato in una relazione con un’analista della Banca Mondiale. Queen, per usare un eufemismo, la prende in antipatia. Lo scarso feeling personale si intreccia al disprezzo verso l’istituto finanziario. Complicato è anche il rapporto con Miri Dube, severa direttrice generale del SOG e amica di lunga data. Lo avrete capito: Queen aderisce al paradigma eastwoodiano dell’infrangiamo le regole. Intanto la nonna paterna Mazet, cui Kagiso Lediga affida la funzione di detonatore comico, le chiede: ma che lavoro fai? La prostituta? No, la battuta non fa ridere, però è una domanda lecita in un mondo di spie in cui impossibile rivelare ad un parente stretto il proprio mestiere ed è facile vendere, se non il corpo, quantomeno l’anima al diavolo.

Gli autori contrappongono alla Nikita nera una rivale efferata, Ekaterina Gromova, dal sinistro pallore e di rosso vestita. La Gromova, al secolo Kate Liquorish, attrice anch’essa sudafricana, è la mattatrice assoluta di una tragedia di famiglia dalle tinte shakespeariane. L’idea di esibire un duello al femminile non è uno spunto malvagio, tuttavia la sceneggiatura perde di vista frequentemente il focus, cioè la contesa tra Queen e la villain russa, tentando di battere altre strade con esiti non molto convincenti. Il genio dell’informatica Frederique, ad esempio, ha un conto aperto con un capo di governo congolese, diretto responsabile della morte della sorellina. Frederique, approfittando di un convegno panafricano, fa irruzione nella camera d’albergo dove alloggia il colpevole, pistola in pugno, per riscuotere il suo credito di sangue.

Al netto della situazione surreale (un leader senza scorta?), l’immagine di un potente inginocchiato ai piedi di un uomo comune ha una sua forza evocativa. Peccato che la digressione narrativa riduca la scena ad un quadretto contiguo ad altri quadretti. Il tema della normalizzazione istituzionale di conclamati criminali o capifazione sanguinari è un’occasione di racconto sfruttata a metà, così come il movente drammatico della revenge. La scrittura è traballante, eccessivamente soggetta a sbalzi e accelerazioni. Le sottotrame risultano sempre strangolate nella culla, i racconti di vita sviluppati con tatto insufficiente e piglio sbrigativo. In alcune scene l’imprinting naif di Queen Sono emerge con nettezza.

Nonostante tutti i difetti e le approssimazioni, compresi alcuni dialoghi tagliati con l’accetta, Queen Sono riesce a farsi amare. Ammiriamo una Johannesburg che non è mero sfondo. Molte sequenze sottolineano, in rapide inquadrature, la routine giornaliera dei suoi abitanti. Grattacieli accanto alla miseria: in parte è la città che ci aspettiamo, devastata da terribili squilibri socioeconomici e fiaccata da una criminalità onnipresente (Queen, per dirne una, esce di casa e assiste a uno scippo), al pari di tante altre metropoli africane. Emerge però anche un Sudafrica differente, popolato da una nascente borghesia nera con gusti e ambizioni cosmopolite.

A riguardo dell’emergenza sanitaria attuale causata dal Covid-19, il Mail&Guardian, prestigioso settimanale locale, ha evidenziato che il distanziamento sociale, per quanto necessario, “potrebbe amplificare le profonde diseguaglianze del paese”, ma al contempo ha richiamato “la lunga storia sudafricana di resilienza di fronte al disastro”. Queen Sono è girata in una babele di lingue. Dalla confusione nascerà una nazione migliore? La serie denuncia le connivenze tra settori grigi dei governi post-regime e malavita fascistoide. La protagonista incide il coltello in questa piaga purulenta e deve guardarsi le spalle anche dai suoi fratelli neri, irretiti dalla strega cattiva Ekaterina. L’ascesa della Superior Solutions, corporation che vende i suoi servizi di sicurezza al settore pubblico fino a sostituirsi ad esso, può essere letta come un rimando ad una questione cardine delle nostre democrazie.

Forse ci siamo dimenticati del suono delle vuvuzela, eppure solo dieci anni fa il Sudafrica era la capitale mondiale del calcio. Queen Sono si conclude con un episodio al cardiopalma ambientato al Soccer City di Soweto, lo stadio della finale del 2010 vinta dalla Spagna di Iniesta sull’Olanda di Robben. Dopo quei campionati, il paese australe è comparso saltuariamente nelle notizie di cronaca, tuttalpiù, abbiamo saputo della grave crisi idrica attraversata da Città del Capo nel 2015 e al massimo sono state riportate, in qualche trafiletto di giornale, le vicissitudini giudiziarie dell’ex presidente Zuma. Nei giorni precedenti la distribuzione della serie, un giudice ha emesso un mandato di arresto proprio per Zuma, accusato di aver accettato 783 pagamenti illegali dalla società di armi francese Thales. La storia va avanti e il Sudafrica affronta i suoi fantasmi. Queen Sono, serie imperfetta, intercetta comunque le inquietudini del grande continente africano.

Ah, dimenticavamo. La colonna sonora della serie, infarcita di techno e afrobeat, allo stesso tempo tradizionale e futurista, è bellissima. La musica, selezionata per colorare i momenti clou, è una nota culturale che ci resta dentro.

TITOLO: Queen Sono
NUMERO DI EPISODI: 6
DURATA DEGLI EPISODI: tra i 32 e i 50 minuti l’uno
DISTRIBUZIONE: Netflix
DATA DI USCITA:
28 Febbraio 2020
GENERE: Crime drama, thriller, action

CONSIGLIATA A CHI: sa mettere in discussione i propri miti, trova sempre una via di fuga, conosce i trucchi per infiltrarsi alle feste.

SCONSIGLIATA A CHI: ha la tendenza ad ustionarsi, detesta gli eccessi del tifo da stadio, non sopporta le persone invadenti.

LETTURE E VISIONI PARALLELE:

  • Un libro: Jared Diamond, Armi, acciaio e malattie. Breve storia del mondo negli ultimi tredicimila anni, Einaudi, 2014;
  • Un film: Atlantique di Mati Diop, Grand Prix Speciale della Giuria al festival di Cannes 2019, disponibile sulla piattaforma Netflix.

 

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