Made in USA – Una fabbrica in Ohio

Made in Usa – Una fabbrica in Ohio ***

Dayton, Ohio, Usa.

Uno dei grandi siti produttivi dell’industria automobilistica americana, seconda solo a Detroit.

Qui la General Motors ha avuto una grande fabbrica sino alla devastante crisi dei subprime, cominciata nel 2007.

La Fuyao, leader mondiale nei cristalli per auto, e il suo CEO, Mr. Cao, decidono di rilevare l’impianto nel 2014, nel pieno della presidenza Obama, e riconvertirne la produzione, facendone una succursale dei suoi stabilimenti di Fuqing, una città rurale, del sud-est della Cina.

Non solo assumono molti degli storici dipendenti della General Motors, ma fanno arrivare dalla madrepatria, operai, tecnici e dirigenti, per tentare un esperimento non solo industriale ed economico, ma culturale al tempo stesso.

E così all’entusiasmo iniziale, che accompagna la riapertura di un sito industriale capace di ridare ossigeno ad un intero territorio, seguono scontri sempre più radicali: la lingua è solo il primo dei problemi.

Il documentario di Steven Bognar e Julia Reichert, prodotto dalla Higher Ground di Barack e Michelle Obama e acquistato da Netflix dopo la prima al Sundance 2019, ha raccolto tutti i maggiori premi della stagione, sino agli Academy Awards.

E’ un lavoro documentario che mutua il linguaggio del grande reportage: nei tre anni in cui i due registi hanno seguito i lavoratori e i dirigenti della Fuyao, sono riusciti a raccogliere e distillare ogni fase di questo complicato esperimento sociale, hanno compreso chi fossero i protagonisti e chi i comprimari di questa storia e sono stati in grado di raccontarne i limiti e le opportunità, con uno sguardo non ideologicamente predeterminato.

Lasciando che fossero le notazioni apparentemente marginali, le parole di questo o quel lavoratore, le immagini raccolte dentro e fuori la grande fabbrica, a raccontare davvero la storia di questa rinascita solo apparente.

Bognar e Reichert entrano in punta di piedi nelle vite dei protagonisti, da Mr. Cao all’ultimo dei turnisti.

Lontanissimi dai personalismi di un Michael Moore, che pure all’industria dell’auto aveva dedicato il primo dei suoi pamphlet, Roger & Me, si muovono aggiungendo ogni volta un piccolo particolare, capace di illuminarne molti altri.

Evitando ogni enfasi e ogni sottolineatura drammatica, restano molti i momenti memorabili del film: quando un lavoratore racconta la differenza del suo salario nel 2007, confrontato a quello odierno. Quando incontriamo una delle operaie che vive nel seminterrato della casa della sorella, in cui è riuscita a stipare solo il letto e il televisore, ultimi simulacri di una vita passata, che forse non tornerà più.

Oppure quando verso la fine quando in un giro in auto, uno degli alti dirigenti, che ha abbandonato la Fuyao, dopo l’entusiasmo iniziale, racconta la difficoltà insormontabile nell’integrazione di metodi, personalità, culture così radicalmente distanti.

Il documentario è il racconto della perdita d’identità di un’intera classe sociale, travolta dalla crisi più devastante e persistente da quella del ’29. E non è certo nell’incontro con quella cinese, che la working class americana o occidentale, se volete, è in grado di definirne e riconquistarne una nuova.

Il benessere di un tempo è un’illusione ormai lontana, ma la militarizzazione da automi dei colleghi cinesi è difficile che possa trovare spazio, se non nella disperazione più nera di un’esistenza alla deriva.

Ma Made in USA non è solo un film sugli operai americani, ma è capace sempre di raccontare con la stessa attenzione e curiosità, le riunioni periodiche dei cinesi immigrati in Ohio, per lavorare alla nuova impresa, il loro spirito osservante, la loro unità, il modo con cui hanno cercato di piegarsi alle esigenze dei colleghi statunitensi

E poi c’è tutta la straordinaria digressione cinese, con il viaggio di un piccolo gruppo di dipendenti americani a Fuqing, durante la festa aziendale della Fuyao: forse il momento più straniante e commovente del film, in cui si misura l’enorme distanza reale che corre tra una fabbrica cinese e una occidentale.

Turni di 12-13 ore al giorno, silenzio assoluto nei reparti e poi matrimoni e cerimonie festeggiati tutti assieme negli stessi spazi della fabbrica, centro totalizzante e oppressivo dell’intera vita di un operaio.

Nulla accade al di fuori della fabbrica, il privato non esiste più, è stato integralmente assorbito, si esce dal reparto solo per dormire ed essere pronti a ripartire a produrre.

Una schiavitù moderna, ordinata, silenziosa, terribilmente angosciante, nella sua messa in scena radicale e senza uscita.

Se Made in USA, o American Factory, come nel titolo originale, non aggiunge molto alla feconda riflessione sulle forme e i modi del documentario, che hanno attraversato gli ultimi vent’anni, tuttavia il suo andamento classico, le sue modalità piane, appaiono perfettamente adatte al contesto e agli obiettivi del racconto.

In questo caso è la pazienza e il grande lavoro di raccolta di immagini e parole a fare la differenza, grazie ad un sapiente lavoro di montaggio, capace di far emergere un ritratto amarissimo e spietato del mondo del lavoro e della sua cultura.

I volti di quegli operai non se ne vanno facilmente, ti rimangono addosso i loro sguardi, le loro parole, la loro dignità. Persino la paura e la rassegnazione, nel giorno in cui perdono la battaglia sulla presenza del sindacato all’interno della Fuyao.

Made in USA si chiude così con una sconfitta.

Il finale più imprevedibile per un film americano.

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