Contagion

Contagion ***

Schermo nero. Un colpo di tosse. Day 2.

Il primo piano di Beth Emhoff (Gwyneth Paltrow), impiegata della multinazionale Alderson, che è a Hong Kong e sta tornando a Minneapolis, da un viaggio d’affari.

Ha la febbre, i sintomi di una forte influenza.

Il giorno dopo morirà improvvisamente e senza motivo, in un letto d’ospedale.

Presentato alla Mostra di Venezia nel 2011 e finito nel dimenticatoio della nostra memoria, assieme ad alcuni dei film di Soderbergh, che hanno preceduto il suo ritiro momentaneo, Contagion è tornato in queste settimane prepotentemente d’attualità, a causa della pandemia di Coronavirus, che sta rivoltando il mondo intero, dalla Cina all’Occidente, senza più confini.

La forza profetica del film di Soderbergh è sconvolgente, per la precisione con cui aveva saputo leggere e anticipare i meccanismi sociali, economici e sanitari, che si sarebbero accompagnati alla diffusione della malattia.

Nella prima parte il film insiste su dettagli di bicchieri, tazze, maniglie, cellulari, strette di mano, a raccontarci l’invisibilità subdola dell’infezione e del modo con cui si propaga in pochissime ore in tutto il mondo.

Contagion l’avevamo accolto con la sufficienza, che talvolta si riserva a certi lavori di genere, che mettono in scena un futuro prossimo distopico e disgregante. Ma è certamente, soprattutto nel copione scritto da Scott Z. Burns, un film epocale nel suo disegno complessivo, informatissimo, preciso dal punto di vista scientifico, terribilmente premonitore.

Soderbergh sceglie di impaginarlo come un pamphlet a molte voci, che si sposta tra le sue molte location, per seguire gli sforzi dei personaggi, la cui vita è stravolta dal virus MV-1. Il regista utilizza la progressione dei giorni di diffusione della malattia, abbinata a cartelli che ci aiutano a contestualizzare lo spazio e il tempo dell’azione, come molte volte si è visto in passato, costruendo un racconto frammentato, che assomiglia ad un reportage in diretta, ma che ancora non parla con i mezzi della comunicazione social.

La battuta più caustica è infatti riservata al viscido giornalista complottista e no-vax, interpretato da Jude Law, a cui un ricercatore risponde che “I blog non sono scrittura, sono graffiti con la punteggiatura“.

Chissà cosa si potrebbe dire oggi di facebook, instagram e twitter.

E se i suoi personaggi, allora sembravano un po’ appiattiti in ruoli costruiti rigorosamente nel rispetto dei cliché del film catastrofico – il marito devoto, che cerca di salvare la figlia sopravvissuta, la dottoressa sul campo che si sacrifica, la virologa che sta in laboratorio a  sperimentare coi vetrini, i militari che pensano agli effetti sulla popolazione, il giornalista che non si fida della verità ufficiale – la realtà ci ha poi mostrato quanto quegli stessi stereotipi fossero in effetti strumenti purtroppo ancora validi, capaci di raccontare la confusione e le diverse risposte alla pandemia.

E’ una costatazione forse un po’ amara, ma come interpretare, altrimenti, quel balletto tragicomico di esperti e politici, che prima si sono affannati a dichiarare la natura sostanzialmente innocua del virus – per timore di danneggiare troppo il tessuto economico e sociale – e poi, solo pochi giorni dopo, con la crescita esponenziale di infettati e deceduti, si sono affrettati a cambiare idea, imponendo e suggerendo misure sempre più draconiane di isolamento sociale, il tutto amplificato dalla solita cacofonia dei social, inondati di messaggi contraddittori, che abbracciano le risposte più diverse alla medesima paura?

Siamo passati così dai messaggi di ingenua e stolida speranza, alle forme di più semplice aggregazione virtuale, dalle analisi di grafici e curve, ai tutorial su come mantenersi in forma o fare yoga a casa propria, fino ai messaggi anonimi di disinformazione di massa, che continuano a circolare sui nostri device.

E’ invece significativo che il film di Burns e Soderbergh, proprio alla fine, quando il nastro si riavvolge e ci mostra finalmente il Day 1, tenti di raccontare l’inizio dell’epidemia non come frutto sciagurato del caso, ma come la conseguenza di una politica di exploitation ambientale, capace di rompere ancora una volta il patto millenario tra uomo e natura, che nell’equilibrio mutevole tra sfruttamento e salvaguardia, ci ha traghettato attraverso i secoli, non senza scosse di violentissimo assestamento.

Contagion faceva parte di un dittico girato da Soderbergh nel corso del 2010, con Knockout – Resa dei conti. Assieme a The Informant, Girlfriend Experience e al documentario And Everything is Going Fine era parte di quei film di mezzo, girati dopo la serie di Danny Ocean e il grande romanzo guevarista e prima del notevole trittico finale Magic Mike, Behind the Candelabra e Effetti collaterali, che annunciava il ritiro momentaneo dalle scene, durato quasi quattro anni.

Questo corposo gruppo di film di inizio secolo conteneva una serie di esperimenti di genere, non sempre centrati e non sempre compresi.

Contagion è un thriller millenarista, che racconta il diffondersi di un virus per via aerea e per contatto umano, da Hong Kong in tutto il mondo.

Scott Z. Burns, ossessionato dall’idea della ‘trasmissione’ del contagio, aveva interrogato diversi scienziati ed epidemiologi, dopo aver visto una conferenza al TED del Dott. Larry Brilliant, che si era occupato di eradicare il vaiolo, quindi aveva coinvolto nelle sue ricerche anche l’Organizzazione Mondiale della Sanità, convinto che la vera domanda a cui rispondere non fosse “se” accadrà, ma “quando”accadrà.

Seguiamo così il paziente zero, Gwyneth Paltrow, che lo contrae ad Hong Kong e poi lo diffonde in un casinò di Macao, in aeroporto e quindi negli States.

Dopo la scoperta della natura violenta ed ignota della malattia, nei focolai di mezzo mondo, l’epidemiologa inviata in Cina dall’OMS lavora per comprendere come e quando il virus si sia potuto diffondere, cercando di ricostruire all’indietro i movimenti della Paltrow, finchè non le verrà impedito.

L’incubazione è velocissima e letale in un caso su quattro. Entrano in gioco la sicurezza nazionale, l’OMS e il CDC americano, per le malattie infettive.

Larry Fishburne è il capo del CDC, Kate Winslet è l’agente sul campo, inviata a casa della Paltrow e del marito, Matt Damon, che è fortunatamente immune.

Ci sono poi un blogger che grida al complotto e si arricchisce enormemente, Jude Law, e un medico dell’OMS, Marion Cotillard, che viene rapita ad Hong Kong dalle autorità locali, che chiedono, come riscatto, il vaccino che si sta sperimentando negli Stati Uniti e in Francia.

Soderbergh segue con un montaggio alternato incalzante, tutte le fasi di diffusione e contenimento del virus, con la prevedibile esplosione di rivolte e isteria generale di massa.

La sceneggiatura di Burns è accuratissima da un punto di vista medico-scientifico, come abbiamo potuto comprendere purtroppo solo ora. La descrizione della diffusione del contagio per via aerea e per fomiti, corrisponde in modo sinistro a quella che abbiamo ascoltato mille volte in questi giorni. Il tasso R0, l’indice di mortalità, la progressione esponenziale dei malati, la necessità di isolamento sociale, gli ospedali costruiti ad hoc, la chiusura dei confini, le lunghe file alle farmacie e l’assalto ai supermercati: Burns e Soderbergh l’avevano visto per noi, quasi dieci anni fa, con una lucidità, che nessuno allora aveva compreso fino in fondo.

La minaccia era lontana, forse solo nella nostra (mancanza di) immaginazione, e Soderbergh appariva allora più interessato a sperimentare forme e stili di messa in scena, anche grazie alle nuove tecnologie digitali, utilizzate sin da subito, senza alcuna remora. Anche in Contagion, che sfrutta tra i primi la nuova Red One a 4k, dal punto di vista fotografico sembra una sorta di showcase delle possibilità poliedriche della nuova macchina da presa.

I colori caldissimi e ipersaturi degli interni del casinò di Macao, quelli verdastri, illuminati dai neon dei laboratori del CDC, si alternano agli esterni freddi di Chicago, sommersa dalla neve tra Thanksgiving e Natale, e di San Francisco depredata e svuotata, in cui opera il blogger in tuta di plastica.

Soderbergh in realtà si concentrava sull’effetto di realtà delle immagini e, senza mai indugiare in sentimentalismi o parentesi enfatiche o melodrammatiche, mostrava le motivazioni dei singoli personaggi, attraverso le loro azioni, costruendo un racconto secco, feroce, asciutto, che solo ora abbiamo compreso nella sua chiarezza cartesiana.

Il film vola veloce, attraverso i suoi 105 minuti, con una circolarità implacabile, che lascia inquieti e che nega in extremis ogni possibilità di un vero happy ending.

Oggi, naturalmente, molto più di allora.

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