Knockout – Resa dei conti

Knockout – Resa dei conti ***

Così, a prima vista, Knockout sembrerebbe un altro Soderbergh del nostro scontento. Curiosamente interpretato da una campionessa di arti marziali, Gina Carano, girato prima del modesto Contagion e con poche velleità, se non quelle di creare un contesto plausibile per mettere in scena tutta l’esposività della protagonista, Knockout si rivela invece un piccolo diamante grezzo.

Un film d’azione, costruito su un lungo flashback, spezzato in più sequenze e seguito da nuove ellissi temporali, che trasformano un soggetto hitchcockiano da B-movie in un raffinatissimo congegno narrativo, in cui la plausibilità e la coerenza della trama impallidiscono di fronte all’atmosfera rarefatta e glaciale che avvolge il film.

Soderbergh è il più eclettico ed incostante dei registi americani. Velocissimo nella fase delle riprese e del montaggio, dopo il successo del dittico Traffic/Erin Brockovich di un decennio fa, ha girato ben 15 film in 12 anni: dalla trilogia di Ocean al remake di Solaris, dagli esperimenti low budget di Bubble e The Girlfriend Experience al dittico su Che Guevara, dal bianco e nero di Intrigo a Berlino sino al prossimo Magic Mike, su un gruppo di male stripper.

Eppure l’accavallarsi incessante dei suoi lavori, la varietà di idee e spunti narrativi, e la diversità degli esiti non hanno certo giovato ad un’analisi compiuta del suo cinema, che ogni volta spiazza e rende diffidenti. Anche perchè, soprattutto negli ultimi lavori, il suo stile si è fatto ancor più distante, freddo, professionale, spesso in senso deteriore. Quasi che girasse in continuazione, per una forza compulsiva e insondabile, ma non per una reale urgenza narrativa.

Ricostruire un percorso coerente, che passi attraverso i film degli ultimi quindici anni è impresa ardua. Ma forse la frammentazione e la disorganicità del suo essere autore erano palesi sin dall’inizio, dal tronfale esordio di Sesso, bugie e videotape, Palma d’oro a Cannes, seguito da cinque film ancor più sperimentali, quattro ancora inediti in Italia.

E’ solo da Out of Sight e dal suo sodalizio con l’uomo d’oro di Hollywood, George Clooney, che i suoi film hanno trovato costante distribuzione in sala e risonanza mediatica.

Ora Soderbergh ha annunciato un (temporaneo?) ritiro dalle scene alla fine del 2012, dopo che avrà girato altri due film, l’ultimo dei quali con Michael Douglas nei vestiti super-pop del pianista Liberace.

Le attese per questo Knockout erano piuttosto basse, sembrava essere un altro curioso esperimento del suo laboratorio: cosa succede se mettiamo sullo schermo una lottatrice professionista, assieme ad un cast di all star di primissimo livello, a recitare un copione d’azione e spionaggio, con trasferte in giro per il mondo?

Succede che Gina Carano, con la sua imperturbabilità da vera star dell’action, funziona benissimo sin dalla prima scena, ambientata nei boschi dello stato di New York, e che il tour de force, che nasce da quello scontro, sia accattivante, in un curioso tono sospeso e sottilmente ironico.

Lo straordinario cast dei protagonisti sembra credere a quello che recita, adeguandosi allo stile realistico scelto dal regista.

E c’è uno scarto prolifico e felice tra lo stile formalmente impeccabile ed elegantissimo della messa in scena visiva e soprattutto sonora di Soderbergh e le esplosioni di violenza inarrestabile di cui è protagonista Gina Carano.

Nel film è Mallory Kane, la migliore risorsa di un contractor privato, che lavora per i servizi segreti occidentali. Il suo capo, Kenneth (Ewan McGregor), la invia a Barcellona, a capo di un team di quattro agenti, per liberare un dissidente cinese tenuto in ostaggio in Spagna.

Kenneth ha ricevuto l’incarico da Coblenz (Michael Douglas) un agente del governo americano, d’accordo con Rodrigo (Antonio Banderas), che sarà il contatto spagnolo dell’operazione.

La missione riesce e Mallory assieme al collega Aaron (Channing Tatum) consegnano Jiang a Rodrigo.

Malory torna negli Stati Uniti, decisa a mollare definitivamente la compagnia di Kenneth, con il quale ha avuto anche una relazione finita male.

Kenneth la convince però ad accettare un’ultima missione a Dublino, assieme all’agente inglese Paul (Michael Fassbender): dovranno infiltrarsi, come marito e moglie, alla festa del magnate Stuber (Mathieu Kassovitz).

Nella villa fuori città di Stuber, Mallory scopre che Jiang è stato ucciso a sangue freddo da Paul, per conto di Stuber e la scena del delitto è stata alterata, in modo da far ricadere ogni colpa su di lei. Quando rientra in albergo con l’agente inglese, capisce di essere stata incastrata e cerca di scoprire, dopo una lotta senza esclusione di colpi nell’elegantissima suite, chi l’ha tradita.

Il primo anello è Ken. Dopo una rocambolesca fuga sui tetti, Mallory si mette in contatto con Coblenz che l’aiuterà a tornare negli Stati Uniti per smascherare il complotto…

Si tratta di un classico meccanismo spionistico, pieno di doppi giochi, di tradimenti personali e professionali: ma le motivazioni dei singoli non hanno grande importanza, finchè spingono l’azione a proseguire spedita verso un finale sulle spiagge assolate di Vera Cruz e di Maiorca.

Soderbergh, pur con l’apparente distacco che contraddistingue i suoi ultimi film, con Knockout sembra ancora divertirsi, coreografando sequenze d’azione di primissimo livello, sin dall’inizio nella tavola calda, passando per il duello con Michael Fassbender, per finire alla sequenza messicana sulla spiaggia.

Il regista non ha bisogno di particolari angolature o montaggi complessi, potendo fare un passo indietro di fronte alle doti naturali della Carano che non ha certo bisogno di controfigure o trucchi. Ed anche lo score elettronico di David Holmes sembra fermarsi di fronte ai combattimenti.

Ma il vero pezzo di bravura è nell’insegumento d’auto nella neve con l’improvvisa apparizione del cervo: ed è proprio lì, nella sorpresa di quell’epilogo superfluo, realistico e digitale allo stesso tempo, che sta il Soderbergh forse più personale. Quello che si fa beffe di tutti, che dietro gli occhiali da nerd, nasconde uno spirito feroce.

Il suo uso del digitale è meravigliosamente espressivo: Soderbergh se n’è appropriato sin da subito, facendone una sua cifra personale, alternando sapientemente le dominanti calde e fredde, in una confezione di algida eleganza. Anche qui si passa dal bianco di Uptown New York al marrone di Barcellona, dal grigio azzurro di Dublino, al blu notte del New Mexico, fino al giallo oro in controluce di Vera Cruz.

Lo so, altri dissentiranno, raccontandovi della banalità dell’intreccio, della freddezza e di tutti gli altri difetti del film.

Per me invece questo Knockout resta un delizioso guilty pleasure.

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