Peaky Blinders 5: il destino della famiglia Shelby si intreccia con la storia degli anni ’30

Peaky Blinders 5 ***

Non sarà semplice attendere la sesta stagione che, presumibilmente, verrà rilasciata dalla BBC nella primavera del 2021. Il finale della quinta ci lascia più di un interrogativo sul futuro dei Peaky Blinders ed in particolare di Thomas Shelby (uno straordinario Cillian Murphy). E’ proprio lui ad essere più che mai al centro delle vicende raccontate: attaccato da nemici esterni e interni, assillato dai propri demoni interiori, alle prese con il crollo (fisico o psicologico) di molti membri del suo inner circle, determinato a svolgere fino in fondo il ruolo di difensore della democrazia contro i totalitarismi: tutto è in gioco e tutto resta aperto al termine di un climax finale da cardiopalma che merita di essere vissuto senza ulteriori informazioni.

La quinta stagione inizia con uno shock collettivo e famigliare: nel crollo di Wall Street del 1929 gli Shelby perdono gran parte della loro liquidità e, soprattutto, la prospettiva di potersi affrancare in via definitiva dal mondo delle scommesse e del contrabbando. Tommy nel frattempo è impegnato a Londra come deputato laburista, mettendosi in luce per l’eloquio brillante ed il tempismo politico. Tra gli altri lo nota Osvald Mosley (interpretato da Sam Claflin) che vuole il suo aiuto per creare un nuovo partito di ispirazione fascista. Tommy decide di appoggiarlo, con l’obiettivo di controllarlo, un po’ come aveva già sperimentato nella precedente stagione con i comunisti. Collaborare con Mosley significa anche stabilire una tregua con i Billy Boys, una gruppo di delinquenti scozzesi che vuole avere il controllo delle zone nord del Paese, sfidando apertamente il ruolo dei Picky Blinders con la barbara uccisione del figlio di Aberama Gold (Aidan Gillen): i Billy Boys, guidati da Jimmy McGavern (Brian Gleeson), costituiscono infatti il braccio armato di Mosley.

Sul piano delle relazioni sentimentali Linda, la moglie di Arthur (Paul Anderson) ha deciso di lasciarlo e, privato di un puntello fondamentale, il fratello maggiore di Thomas sprofonda in una depressione violenta che lo porta ad un passo dalla pazzia. Michael (Finn Cole) nel frattempo si è sposato con la bionda americana Gina (Anya Taylor-Joy) e sembra intenzionato a rivendicare una svolta nella conduzione delle attività della famiglia. Per Michael si tratta di passare dall’egida della madre Polly (una magnetica Helen McCrory che si prepara a sposare Aberama) a quella dell’algida moglie. In questa serie di gangster il cui protagonista assoluto è un uomo, le figure femminili sono rilevanti per molteplici aspetti: svolgono ruoli insostituibili (maghe, consulenti finanziari, coscienza morale, etc.) in ogni caso sono sempre personaggi forti: rappresentano le uniche voci realmente in grado di tenere testa a Thomas e di mettere in discussione il suo comportamento e anche le sue strategie.

Sono anni drammatici quelli al centro della quinta stagione: il crollo di Wall Street, la crisi finanziaria ed il crescere della conflittualità sociale. Le storie dei Peaky Blinders, questa famiglia di zingari fuorilegge passata dalle tende alle barche alle casette in mattoni ed infine alle tenute di campagna si intrecciano in modo significativo con la Storia e con il sorgere dei nazionalismi, forgiati sul modello del fascismo italiano e del nazionalsocialismo tedesco. In pochi ricordano che anche la Gran Bretagna ha dovuto affrontare questa marea nera, proprio come il resto d’Europa.

L’antagonista di Thomas è un personaggio storico: Osvald Mosley (1896-1980), fondatore dell’Unione Britannica dei fascisti. Nel 1930 Mosley fondò il New Party, che l’anno seguente ottenne il 16% dei voti nelle elezioni suppletive. A seguito di altri successi elettorali, nel 1932 Mosley cambiò nome al suo partito trasformandolo in British Union of Fascists (BUF) e rendendo così palese l’adesione all’ideologia fascista. Il 4 ottobre del 1936 i suoi uomini in camicia nera marciarono sull’East End di Londra in una prova di forza volta a ridurre al silenzio le organizzazioni sindacali ed i gruppi ebraici che soggiornavano in quei quartieri. Un’emulazione della marcia su Roma che si risolse in un disastro politico: affrontati da circa 300.000 uomini i fascisti britannici furono infatti sconfitti in quella che è ricordata come la Battaglia di Cable Street e che potremmo vedere rappresentata nella prossima stagione.

La componente storica è sempre stata ben presente nel racconto della famiglia Shelby, non solo per una questione di atmosfera o di verosimiglianza. Steven Knight ha dichiarato di essersi ispirato alle storie che gli raccontava il padre per tracciare l’affresco che dal 2013 tiene con il fiato sospeso migliaia di spettatori. I PB erano infatti una gang realmente esistita proprio nella città di Birmingham, composta per lo più da ragazzini senza scrupoli. Il nome sembra derivare dalle lamette nascoste nei cappellini o forse dalla cura del loro aspetto (blinders = che acceca).

In questa stagione Steven Knight ci permette di toccare con mano il magma di forze che hanno trovato nel fascismo una rappresentanza politica: le masse degli operai sottopagati, i nazionalisti delusi, i reduci di guerra abbandonati dalle istituzioni, la borghesia penalizzata dal crollo delle borse, la nobiltà in cerca di sicurezza e stabilità. Con l’aggiunta, determinante, del braccio armato costituito dalle bande criminali. Nel sesto episodio abbiamo poi il piacere di assistere ad una conversazione tra due delle menti strategiche più straordinarie di sempre: Thomas Shelby si trova faccia a faccia con Winston Churchill (interpretato da Neil Maskell). Uno scambio di battute da non perdere anche se forse meno brillante del previsto, soprattutto per un’eccessiva stilizzazione del personaggio di Churchill che peraltro in questo periodo non era nemmeno il primo ministro in carica: dal 1929 al 1935 fu Ramsay MacDonald a capo dei governi laburisti e di unità nazionale.

Lo scontro tra Mosley e Shelby è particolarmente interessante perché mette a confronto due personalità dominanti e contribuisce a chiarirci perché simpatizziamo con un eroe negativo come Thomas. Non è solo la compassione per il suo tormento interiore o per quello che potremmo definire un disturbo post traumatico causato dalla guerra e nemmeno l’ammirazione per la sua straordinaria abilità strategica: la verità è che Tommy presenta una visione del male che non è (quasi) mai gratuito o fine a se stesso. Certo possiamo obiettare che quella non sia l’unica via per raggiungere un obiettivo, ma spesso è innegabile che sia la più efficace. Il suo commettere azioni contro la legge viene da lontano ed ha il sapore genetico dell’ineluttabilità, è una variante della lotta per la sopravvivenza.

Il comportamento di Mosley non ha radici nella terra, ma in una cultura cha ha perso le ali, bruciate dal desiderio del potere e della ricchezza fini a se stessi. Là dove Shelby si muove all’interno di un tessuto familiare, per quanto problematico e frammentario, Mosley si muove solo per se stesso. Là dove la dimensione pubblica di Shelby porta con sé opere caritatevoli per la comunità locale, come la gestione di orfanotrofi laici, quella di Mosley porta con sé solo l’odio verso il diverso (comunisti, ebrei, etc.). E’ una questione di sfumature, certamente, ma il male di Shelby, per quanto condannabile ed esecrabile da un punto di vista morale è qualcosa di molto più umano ed è radicalmente diverso dal male assoluto del partito fascista di Mosley.

La quinta stagione conferma la cura dei dettagli della scenografia e dei costumi, la raffinatezza stilistica della regia e la qualità degli interpreti. La fotografia è sempre capace di restituire l’epoca con i contrasti violenti dei colori negli interni che si alternano a toni più sfumati nelle scene in esterno, specie nella campagna inglese e scozzese. La musica, sotto il marchio di fabbrica dell’iconica sigla The red right hand, unisce tonalità molto diverse che vanno da Anna Calvi ai Joy Division passando anche per gruppi emergenti come i Cabbage.

Lo sviluppo narrativo risente di troppe sottotrame, soprattutto per i villains. Non c’è un solo grande antagonista e l’idea di accerchiare Thomas da più parti (IRA, Billy Boys, Mosley, Cinesi, membri della famiglia) crea un eccesso di dispersione narrativa. Certo c’è una gerarchia che si viene delineando con il prosieguo degli episodi: dal caos emerge la figura di Mosley, avversario politico, ma più pericoloso di qualsiasi criminale con la pistola finora affrontato. La sceneggiatura delle altre stagioni era più raccolta e si adagiava perfettamente nell’arco delle sei puntate: ora invece la sensazione è che sarebbe servito almeno un episodio in più per meglio dipanare l’accavallarsi di nemici interni ed esterni ai Peaky Blinders.

Il tradimento di Mickey the bartender (consumato e punito) o quello di Billy l’allibratore delle partite di calcio (solo accennato e da verificare) sono descritti in modo rapido e senza fornirci dettagli, così come il processo di maturazione di Michael è troppo appiattito sull’intervento della moglie Gina, una sorta di deus ex machina che non ci consente di condividere le ansie e le aspettative del ragazzo che aspira al trono. Certo i nuovi personaggi, in particolare Gina, hanno fornito chiari indizi di un notevole potenziale da mettere al servizio delle prossime stagioni e hanno consentito di evitare il ripetersi di percorsi narrativi già esplorati, ma nessun nuovo carattere ha davvero lasciato il segno, a parte Mosley.

Nel complesso, anche se con qualche dispersione narrativa, la quinta dei Peaky Blinders non delude le aspettative e ci lascia con la curiosità di vedere come Thomas Shelby riuscirà ad uscire dall’angolo. Non vediamo l’ora di rivedere quella sua camminata al rallentatore, tra le colate delle fonderie o tra le nebbie della campagna inglese: un marchio di fabbrica, come la qualità della serie.

Titolo originale: Peaky Blinders
Durata media episodio: 60 minuti
Numero degli episodi: 6
Distribuzione streaming: Netflix
Genere: Crime, Drama

Consigliato: a quanti amano la strategia unita all’azione, i personaggi tormentati e le ricostruzioni storiche immersive.

Sconsigliato: a quanti non amano le storie di gangster e che sono poco interessati alle diverse sfumature del male.

Visioni parallele:

La grande crisi del 1929 è passata alla Storia ed è difficile trovare dei paragoni recenti. Se andiamo al 2008 però possiamo farci un’idea dello shock finanziario che ha colpito gli investitori e poi, di conseguenza, l’economia negli anni Trenta. A riguardo il film che per primo e meglio ha raccontato la crisi finanziaria culminata con il fallimento della Lehman Brothers è certamente Inside Job del 2010, vincitore del premio Oscar nel genere documentari. Al di là del tempismo, la narrazione ha soprattutto il merito della chiarezza e dell’accessibilità. Forse non ci sono gangster, ma di delinquenti in abiti elegantissimi ne trovate parecchi anche qui!

Un’immagine: la camminata al rallentatore dei Peaky Blinders e di Thomas in particolare, sulle note dell’iconica sigla di Nick Cave, Red right hand: “A tall handsome man in a dusty black coat with a red right hand. He’s a god, he’s a man, he’s a ghost, he’s a guru”.

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