The devil next dooor – Il boia insospettabile: dov’è l’uomo dietro la maschera?

The devil next dooor – Il boia insospettabile ** ½

The devil next door racconta la storia dell’ultimo grande processo ad un criminale nazista a cavallo tra il XX° ed il XXI° secolo. Si tratta della storia di John Ivan Demjanjuk, immigrato ucraino in America, perfettamente integrato nella comunità di Cleveland, impiegato come operaio presso la Ford, padre, nonno, ortodosso praticante. Un uomo che in oltre trent’anni trascorsi negli USA non ha mai preso una multa: ha sempre fatto il suo senza creare problemi.

Come un cittadino modello o forse come qualcuno che non voleva attirare l’attenzione su di sé e sul proprio passato. Il caporeparto della fabbrica Ford dove Demjanjuk era impiegato insieme a molti altri ucraini e tedeschi descrive così il lavoro degli immigrati: “Erano tutti uguali. Andavano a lavorare. Facevano il loro lavoro. Raramente parlavano”.

La vita tranquilla e metodica di Ivan Demjanjuk viene però stravolta quando, nel 1986, l’Ufficio Investigazioni Speciali (leggi unità di caccia ai nazisti) lo accusa di essere il boia di Treblinka, nientemeno che l’addetto alle camere a gas del campo di concentramento. Un uomo noto per la sua crudeltà al punto da essere soprannominato Ivan il terribile. Demjanjuk è così chiamato a difendersi davanti ad un tribunale americano sulla base di alcuni documenti forniti dal KGB. La strategia dei suoi avvocati difensori è che delle prove fornite da Mosca non ci si può fidare, ma le carte sono dettagliate e reggono, soprattutto grazie ad una foto che lo ritrae, giovane e sicuro di sé, con la divisa militare.

La sua presenza viene inoltre accertata nel centro di addestramento nazista dei soldati addetti ai campi di sterminio. Questo basta perché sia condannato, gli venga revocata la cittadinanza americana e venga estradato nello Stato di Israele dove per i criminali nazisti vige la pena di morte per impiccagione. Inizia così nel 1986 un processo altamente drammatico, trasmesso in diretta televisiva e seguito da tutta la popolazione israeliana con trepidazione e commozione.

E’ l’ultima occasione per sentire dalle voci dei sopravvissuti il racconto drammatico di quegli anni, per immergersi nelle piaghe ancora dolorose della storia e per dare un volto ad uno dei più efferati esecutori della soluzione totale.

Nessun avvocato sembra disposto a patrocinare Demjanjuk finché non si rende disponibile un eccentrico legale, Mr. Yoram Sheftel, convinto di essere di fronte ad un enorme circo mediatico e disposto a tutto pur di svelare l’ipocrisia e la finzione che si celano dietro al processo. In cambio di soldi e di celebrità, naturalmente. Il prezzo da pagare per difendere Demjanjuk non è dei più leggeri: un’intera nazione lo accusa di essere qualcosa di simile ad un mercenario o forse sarebbe meglio dire ad un collaborazionista: Sheftel esibisce la sua macchina tedesca e sembra insensibile perfino al disappunto della madre per la scelta di patrocinare un uomo sospettato di aver ucciso migliaia di suoi connazionali e di aver abusato della loro dignità sia da vivi che da morti.

Il processo sembra indirizzato verso una facile condanna, anche a seguito delle drammatiche testimonianze dei sopravvissuti al campo di concentramento che si dimostrano in grado di identificare Demjanjuk come Ivan. Una delle testimonianze più intense è quella di Eliahu Rosenberg: “Mi ricordo bene il nome Ivan del periodo in cui ero in un inferno chiamato Treblinka. A volte tagliava un pezzo di naso, a volte un pezzo d’orecchio.

Perché? Perché? Non si comprende il perché! Mio Dio! Perché torturare? Perché tagliare la carne di esseri umani? Nessuno glielo ha ordinato! Nessuno! L’ha fatto di sua volontà … Vostro onore, potete chiedere all’imputato di togliersi gli occhiali? Vorrei vedere i suoi occhi e quando lo guarderò negli occhi sarò certo se è Ivan il terribile o no .….. E’ quel diavolo! Ivan, non ho alcun dubbio. Ivan delle camere a gas di Treblinka”. E infatti il nonno di Cleveland viene condannato a morte, per impiccagione.

Resta solo una possibilità: fare appello presso la Corte Suprema. Sembra una causa persa, ma la tenacia di Sheftel trova un alleato insperato quando nel mese di Novembre del 1989 cambia letteralmente il mondo. Con la caduta del muro di Berlino ed il dissolversi dell’URSS si rendono disponibili nuovi documenti del KGB, Sheftel vola a Mosca e trova qualcosa di utile alla difesa di Demjanjuk: ora l’identità del boia di Treblinka non sembra più essere così certa come appariva fino a poco prima.

In particolare un elemento che emerge dal processo è difficile da accettare per la nostra coscienza collettiva e cioè la consapevolezza che la soluzione finale sia stata pianificata da pochi e nascosta alla maggior parte della popolazione tedesca, ma che per essere perpetrata in modo sistematico abbia necessitato dell’impegno e dell’abnegazione di migliaia di soldati semplici, esecutori materiali del genocidio. Facevano il loro lavoro, certo. Come semplici operai, senza fare troppe domande. Ma in questo caso non può essere una giustificazione.

Un altro tema interessante è il rapporto tra gli ebrei ed i sopravvissuti all’olocausto: guardati con diffidenza, dopo la fine della guerra erano stati tutt’altro che ben accolti nel nuovo Stato. Pesava il sospetto che avessero fatto qualunque cosa per sopravvivere e che si fossero salvati non solo per fortuna o per il disegno di Dio, ma per altre ragioni meno nobili. Con il tempo però questi immigrati hanno assunto un ruolo determinante di memoria e coscienza della società israeliana e hanno iniziato ad essere visti come depositari di una conoscenza storica patrimonio della nazione e dell’umanità.

Infine, il ruolo svolto dagli USA nel proteggere e nascondere i collaboratori nazisti subito dopo la conclusione della guerra. Il principio è stato quello dell’utilità: ad esso è stata subordinata ogni valutazione morale. In alcuni casi questo principio ha portato ad accogliere scienziati ed artisti, in altri manodopera e artigiani. Gli immigrati ucraini fornivano appunto manodopera a buon prezzo, erano grandi lavoratori ed erano certamente anti-comunisti. Inoltre accettavano senza discutere di svolgere attività molto pesanti, come quelle nelle fabbriche.

Ad un altro livello, valeva lo stesso principio di utilità anche per gli scienziati tedeschi. E’ per questo che il Barone Von Braun è diventato direttore del centro di volo spaziale della Nasa dopo essere stato tra i progettisti dei missili V2 a lunga gittata (300 km) con cui è stata bombardata la città di Londra nel 1944.

Solo con la costituzione dell’Ufficio Investigazioni speciali per i crimini nazisti il principio del “let sleeping nazi” è stato messo da parte e sostituito con indagini come quella a cui assistiamo in questa docuserie.

La serie non ci convince appieno nella rappresentazione della mente e del mondo di Demjanjuk: conosciamo meglio la personalità del suo avvocato israeliano di quella del presunto Ivan il terribile e non cerchiamo nemmeno di capire cosa si nasconda dietro alla tranquillità ed al sorriso con cui affronta tutte le fasi processuali.

Insieme alle produzioni YA, le docuserie rappresentano certamente uno dei generi in cui Netflix è superiore ai competitors sia per qualità che, soprattutto, per quantità delle produzioni. Per realizzare un prodotto di qualità assoluta non basta però una buona storia montata in modo accattivante, ma serve anche qualcosa di più: una vera e propria sceneggiatura che sia capace di far vivere i personaggi. A cominciare dal protagonista, si intende.

Titolo originale: The devil next door
Durata media episodio: 45 minuti
Numero degli episodi: 5
Distribuzione streaming: Netflix
Genere: Documentary, History

Consigliato: a quanti amano la storia e le emozioni forti

Sconsigliato: a quanti amano l’introspezione ed a cui la ricostruzione di un processo interessa meno di conoscere (e capire) le storie che ci sono dietro alle persone che vengono processate. La domanda cruciale da porsi non è se sono innocenti o colpevoli rispetto all’imputazione, ma piuttosto chi sono, da dove vengono e come sono arrivati fin lì.

Visioni parallele:

Vincitori e vinti, 1961 per la regia di Stanley Cramer. E’ difficile per chiunque abbia visto questo film dimenticarsi il volto così umano di Spencer Tracy che interpreta il giudice americano Dan Haywood, impegnato nel processo di quattro giudici tedeschi accusati di essere dei criminali nazisti. Accanto a Tracy un cast stellare composto da Montgomery Cliff, Burt Lancaster, Maximilian Schell (vincitore di un Oscar), Marlene Dietrich, Judy Garland: grandi interpreti esaltati da una regia attenta ai primi piani e alla gestualità dei protagonisti più che agli aspetti processuali. Uno dei classici hollywoodiani di questo genere.

Un’immagine: durante la sua testimonianza Eliahu Rosenberg, sopravvissuto a Treblinka, sintetizza il senso profondo che ogni ebreo ritornato dai campi di concentramento ha dato alle ragioni per cui è rimasto in vita: “Ogni sopravvissuto dirà: sono sopravvissuto per raccontare la storia”.

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