Venezia 2019. The Painted Bird

The Painted Bird **

Ci sono voluti oltre sessant’anni per portare sullo schermo il romanzo del 1965 di Jerzy Kosinski, L’uccello dipinto, uscito in Italia nello stesso anno per Longanesi e diventato subito, soprattutto il Francia e negli Stati Uniti, un caso editoriale.

Le polemiche di allora sulla natura autobiografica del racconto, sull’orrore del viaggio del protagonista, sulla stessa paternità del romanzo, sono solo un’eco lontana, ma l’adattamento cinematografico dello sconosciuto regista ceco Vaclav Marhoul, che approda in concorso alla Mostra, è destinato ad alimentarne di nuove.

Il film, girato in un bianco e nero non particolarmente contrastato e in formato cinemascope, è il racconto dell’odissea di un bambino ebreo, senza nome, nelle campagne dell’est europa, nel corso della Seconda Guerra Mondiale.

La prima scena è sufficiente a suggerire il tono di quello che vedremo: rincorso per i boschi da altri ragazzi, il protagonista viene atterrato, il piccolo cane che porta in grembo gli viene sottratto per essere bruciato vivo.

La discesa agli inferi è solo all’inizio.

Affidato dai genitori deportati in un campo di concentramento ad una anziana signora che vive in una casa isolata in mezzo al nulla, il bambino, dopo la morte improvvisa della donna e l’incendio fortuito della loro casa, sarà costretto a fuggire, vagando per boschi e prati assolati, comprato e venduto da uomini e donne senza scrupoli.

Scacciato dai paesi come presagio di sventura, il protagonista viene prima affidato ad una sorta di megera, Olga, esperta di magie e incantesimi, che per guarirlo dalla febbre lo sottoterra in un campo fino al collo, facendolo diventare una preda facile per i corvi.

Dopo essere caduto nel fiume, il bambino si ritrova a casa di un mugnaio violento e geloso, che al culmine della sua ira, strappa gli occhi al suo aiutante, perchè non possa più vedere sua moglie.

Una nuova fuga lo porta a fraternizzare con un cacciatore di uccelletti, che ha una relazione con una sorta di prostituta fuori di senno. Entrambi faranno una brutta fine, lasciando il protagonista ancora una volta da solo, ma non prima di aver insegnato al piccolo una lezione che non dimenticherà: colorato un passerotto di bianco e rilasciato nel suo stormo, sarà fatto a pezzi dagli altri, perchè diverso.

L’uccello dipinto diventa così l’apice della ferocia.

Le violenze più atroci sono quelle che avvengono sotto il mantello della Chiesa. Salvato dalle SS per intervento di un parroco di campagna, il bambino viene ceduto ad un pedofilo devoto: dopo averlo dato in pasto ad una colonia di pantegane, in una delle scene più agghiaccianti del film, il bambino finirà per subire nuovi abusi, finchè l’armata rossa non lo prenderà sotto la sua ala.

Solo che tedeschi o russi, il pregiudizio antiebraico è sempre lo stesso e i salvatori di oggi sono i torturatori di domani.

Il viaggio del protagonista, di cui non riveleremo il lirico finale, è diviso per tappe, che prendono il nome di tutti coloro che incontrati lungo la strada, lo prenderanno con sè, per ridurlo in schiavitù o anche solo per usargli violenza.

Tutti hanno un nome, un’identità, persino coloro che di umano non sembrano avere più nulla. Siamo nel pieno del Novecento, ma per larghi tratti potremmo essere nel medioevo più oscuro e millenarista. La superstizione, la violenza belluina, l’ignoranza più mostruosa hanno infettato ogni angolo.

Il circolo infinito del sopruso e della sopraffazione sembra trovare sempre nuova linfa.

E’ un mondo abitato da bestie feroci quello che attraversa il protagonista, in cui la legge del più forte, viene messa in opera senza sconti, in cui il precetto biblico dell’occhio per occhio è l’unico possibile.

Il bianco e nero firmato da Vladimir Smutny ci accompagna in una discesa nell’abisso della nostra civiltà. Un viaggio oppressivo, senza via di fuga, che rischia talvolta un eccesso di compiacimento nichilista.

Il regista cerca di restare alla giusta distanza dai personaggi, spesso lascia l’orrore fuori campo, lasciandoci immaginare i suoi effetti.

Ma il film rimane ugualmente disturbante, per l’accumulo di episodi sempre più scioccanti.

Ovviamente l’ambiguità è la stessa di chi ha scritto il romanzo, facendone un requiem per speranze e desideri.

Non ci sono sfumature nell’universo del protagonista, il male è dappertutto, il pregiudizio è una piaga che avanza senza limiti, le poche anime pie che lo assistono sono emarginati, pazzi, già ai margini della Storia.

L’idea sconvolgente di Kosinski e di Marhoul è che la guerra si combatte dappertutto, il campo di battaglia è diventato la vita stessa di ciascuno. Il nazismo, con il suo portato d’odio razziale e di violenza, ha infettato come una piaga ogni struttura sociale, ogni coscienza civile. Nessuno ne è immune.

Il piccolo ebreo non è più degno del consesso civile, ha perduto ogni connotato per farsi puro oggetto, comprato e venduto, usato e poi gettato via.

Persino Hobbes si spaventerebbe dell’apocalisse dipinta da The Painted Bird.

E’un film che fa male quello di Marhoul, che pone indubbiamente questioni sulla moralità della visione, sulla rappresentazione dell’olocausto, sulla stessa opportunità di far interpretare al piccolo Petr Kotlar questo ruolo così difficile. Qualcuno lo accusa di rendere pornografico il viaggio del protagonista, per l’insistenza su torture e soprusi. Ma su questo non abbiamo risposte definitive.

Giudicare un film come The Painted Bird è opera quanto mai complessa. Come ha scritto Xan Brooks su The Guardian: “I can state without hesitation that this is a monumental piece of work and one I’m deeply glad to have seen. I can also say that I hope to never cross its path again”.

Harvey Keitel, Julian Sands, Udo Kier, Stellan Skarsgard, Barry Pepper hanno tutti una piccola parte: curiosamente nel film si parla un esperanto slavo, che pesca dal russo, dal tedesco e dalla lingua ceca.

Il viaggio del protagonista si chiude con una tregua. Non sappiamo quanto durerà.

Il segno indelebile dell’orrore rimane inciso sulla pelle, un numero apparentemente anonimo, che racconta più di ogni altra cosa l’abisso della nostra civiltà.

Per fortuna c’è ancora tempo per ricordarsi di un nome, un’identità negata per tutto il film, infine capace di farsi largo, attraverso l’incubo dei ricordi, nella forma di poche linee disegnate sul finestrino appannato di un autobus.

E tu, cosa ne pensi?

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.