Venezia 2019. About Endlessness

About Endlessness *1/2

Il più fragile e irrisolto dei film dello svedese Roy Andersson, About Endlessness è una delle maggiori delusioni della Mostra.

Costruito come i precedenti con una trentina di piccole scene a camera fissa, tableaux vivants che dovrebbero raccontare i paradossi della nostra umanità minima, il film non ha alcun baricentro e alcuna guida, non trova mai uno scarto, un motivo che leghi queste vignette sempre più brevi, sempre meno coreografate, sempre più insignificanti.

Il cinema di Andersson si è fatto maniera? Il rischio c’è sempre stato, ma questa volta siamo vicini alla parodia.

Si comincia con una coppia che volteggia in cielo. Il titolo si compone di stelle su un cielo nero, quindi si ritorna sulla terra con una serie di vignette, introdotte da una voce che le anticipa o le commenta, cominciando sempre: una coppia che guarda in cielo uno stormo d’uccelli, amici di scuola che non salutano più, camerieri distretti che versano il vino sulla tovaglia, un prete che ha perso la fede e continua a bere, una sciampista che innaffia una pianta morente, un chitarrista senza gambe che suona in metropolitana, una nonna che continua a fotografare la nipotina.

Ritorna a metà film la coppia in volo dell’inizio, questa volta su una città devastata da un bombardamento. E poi si ricomincia con una donna solo che attende alla banchina di un treno, un’altra appassionata di champagne, un prigioniero legato ad un palo che implora il plotone d’esecuzione, tre ragazze ballano all’aperto un vecchio motivo, una mamma si rompe un tacco ed è costretta a camminare senza scarpe, un’anziana coppia si picchia davanti ad un pescivendolo, Hitler nel bunker ascolta le bombe che cadono.

Quindi torniamo al presente con un uomo che piange su un autobus, affermando “non so quello che voglio!”, un padre e una figlia sotto la pioggia, di nuovo il prete dell’inizio che va dal medico perchè dia una risposta ai suoi interrogativi, un dentista alle prese con le paure di un cliente, quindi un esercito in cammino nella neve. Infine una macchina ferma, in mezzo ad una strada.

Titoli.

That’s life, avrebbe cantato Frank Sinistra, in tre minuti. Andersson ce ne mette settantasei, ma sono al contempo troppi e troppo pochi, questa volta.

Le risate arrivano, come già in passato, solo quando il film se la prende con un prete ubriacone, che ha perso la fede e spera che sia un medico a restituirgliela.

Nessuno stupore, nessuna magia. L’emozione latita.

Neanche Hitler nel bunker o l’esercito sconfitto che marcia verso la Siberia riescono a vincere l’indifferenza, che pian piano si è fatta strada.

Andersson è fedele al suo cinema hopperiano, nel quale i personaggi si muovono impercettibilmente, spesso truccati col cerone.

Ma questa volta i quadri di About Endlessness non hanno più nulla di eccezionale, di sorprendente, non riescono più a trasmettere nulla, neanche un po’ di filosofia del quotidiano e sentimenti primari.

Cosa ci voleva raccontare Andersson questa volta? La nostra umanità incattivita gli ha fornito pochi spunti? Anche il riferimento all’infinito ci porta fuori strada. Rispetto alla trilogia introdotta con Songs from the Second Floor, questo suo ultimo lavoro sembra una raccolta di ritagli e idee rimaste fuori dai precedenti.

Purtroppo About Endlessness si guarda e si è già dimenticato.

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