Cannes 2019. A Hidden Life

A Hidden Life ***

For the growing good of the world is partly dependent on unhistoric acts; and that things are not so ill with you and me as they might have been, is half owing to the number who lived faithfully a hidden life, and rest in unvisited tombs
George Eliot

Una vita come tante, quella del contadino Franz Jägerstätter: sposato con Fani, tre biondissime figlie, una fattoria a Sankt Radegund, un borgo di poche centinaia di abitanti, tra le montagne dell’Alta Austria.

Siamo nel 1940 e la leva obbligatoria introdotta dal regime nazista, lo porta una prima volta lontano dai suoi affetti. Tornato a casa decide di obbiettare e di non arruolarsi per la guerra.

Franz è un figlio adorato di Radegund, ma la sua scelta lo porta a scontrarsi con la comunità, con il sindaco fervente nazista, con gli altri contadini. Solo il mugnaio e il prete restano, alla fine, dalla sua parte.

Emarginato prima, ostracizzato poi, quando arriva la chiamata obbligatoria, si rifiuta di giurare fedeltà al Fuhrer. Finisce in carcere a Berlino e poi a processo per diserzione.

Nel frattempo le stagioni si alternano nella piccola Radegund, la terra esige il suo tributo continuo per arare, mietere e seminare, ma Fani, la moglie di Franz non si dà pace di saperlo lontano e in prigionia.

Le lettere che Franz ha scritto dal carcere sono state raccolte e pubblicate, anche in Italia: è proprio da quelle parole, che Malick ha deciso di costruire la sua storia, affidando a Franz, e alla moglie Fani, la voce del suo film.

Un uomo qualunque, un semplice contadino, una vita anonima, che serve a Malick per ispirarne altre, nel senso che la citazione, tratta da Middlemarch di George Eliot, ci chiarisce proprio alla fine.

Franz si rifiuta categoricamente di piegarsi al regime, di imbracciare le armi e di partecipare ad una guerra ingiusta. Il male che si compie in vita, rimane a tormentare la nostra esistenza risponde al suo giudice quando una semplice abiura lo riporterebbe a Radegund. Franz ne è convinto, non vuole rinunciare alla propria giustizia, anche se questo vuol dire abbandonare i propri affetti, la propria famiglia, la propria vita.

Tanti lo interrogano sulla sua serena determinazione, mettendone in dubbio l’utilità, per sè e per gli altri, la dimensione intimamente personale e priva di effetti. “Your sacrifice would benefit no one” gli dice il giudice che lo condannerà.

Altri gli chiedono di rinnegare le sue parola: persino il prete di Radegund gli dirà che quello che conta per il Signore è quello che si porta nel cuore e non quello che si pronuncia con le parole. Ma neanche questo serve a smuovere al decisione di Franz. Il film di Malick sembra connettersi intimamente con Silence di Martin Scorsese. Entrambi raccontano il martirio, ma la forza del messaggio di A Hidden Life è nella sua capacità di mettere in secondo piano la questione puramente religiosa, attribuendo all’obbiezione del protagonista un carattere più universale, meno filosofico, ma intimamente morale, perfettamente plausibile.

Franz non si appella mai alla sua fede, per giustificare la sua scelta, ma invece ad un profondo senso di giustizia, alla consapevolezza della malvagità, che il regime hitleriano sta perseguendo anche attraverso la Seconda Guerra Mondiale.

La dimensione spirituale rimane sempre confinata alle lettere scambiate con la moglie, che diventano un flusso di coscienza, che attraversa tutto il film, sostenendone la narrazione ellittica, frammentata, episodica, così come accade negli ultimi film di Malick, in modo sempre più radicale.

Il regista di The tree of life rimane fedele al suo stile unico e imitatissimo, pur privo, questa volta, di alcuni dei suoi più fidati collaboratori, dal direttore della fotografia Chivo Lubezki allo scenografo Jack Fisk, al montatore Billy Weber.

Nonostante una troupe rinnovata, ritroviamo il segno distintivo della sua estitica, la fluidità della macchina da presa, che utilizza spesso il grandangolo anche sui primi piani degli attori, le inquadrature che sembrano costantemente rincorrersi, lo sguardo rivolto al cielo e alla natura, la preferenza per le voci interiori rispetto al dialogo, il sovrapporsi dei ricordi, delle suggestioni impressioniste.

Eppure qui, rispetto ai suoi film successivi a The tree of life c’è un elemento narrativo tradizionale più evidente, una scansione temporale chiara e progressiva.

A Hidden Life è un film di guerra, senza sangue, senza bombardamenti, quasi senza azione.

La battaglia del suo protagonista è con la sua coscienza, innanzitutto.

Per Malick, come per Franz Jägerstätter è il destino di ciascun uomo a contare. La pagina più atroce del Novecento, è anche una questione morale. E’ soprattutto una questione morale.

A Hidden Life riprende gli interrogativi più laceranti de La sottile linea rossa, quasi a rappresentarne un nuovo capitolo, ambientato nella Vecchia Europa e non sul fronte del Pacifico. Il suo film non aggiunge molto alle riflessioni del capolavoro di venti anni fa, scegliendo tuttavia una prospettiva capace di dialogare in modo più stretto con la contemporaneità.

“What’s happened to our country?” si chiede il protagonista ad un certo punto. Probabilmente è la stessa domanda che si e fatta anche il suo regista nei due anni passati a montare il film. La risposta che Malick ci suggerisce fa appello a ciascuno di noi. Alle decisioni, apparentemente insignificanti, di ogni singolo.

Quando il suo protagonista si confronta con un artista che sta affrescando la chiesa del suo piccolo paese, quest’ultimo cinicamente risponde alle sue domande:“A darker time is coming and men will be more clever: they don’t confront the truth, they just ignore it”. Una posizione che Franz rifiuta radicalmente, così come Malick stesso, che sembra quasi voler ammonire quelli che si professano uomini di fede, dal mettere in saldo i propri veri valori, in un’allenza innaturale, con chi ha deciso di fare strame di verità e giustizia.

Malick ha intelligentemente scelto un racconto epistolare, capace di assecondare il suo stile, senza esasperarne troppo la radicalità narrativa, che si è fatta via via più evidente, a partire proprio dal suo clamoroso ritorno con La sottile linea rossa, ma che pure apparteneva anche a I cancelli del cielo e La rabbia giovane.

Il suo cinema è ormai canonizzato, resistente ad ogni critica, eppure il suo sguardo estatico continua a dividere. Lo stesso accadrà anche per A Hidden Life, che resta in ogni caso, tra i film dell’ultimo decennio, uno dei suoi più compiuti e accessibili.

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