Cannes 2019. The Lighthouse

The Lighthouse **1/2

Due uomini a bordo di un bastimento. La nebbia si dirada, un faro bianco su una piccola isola li aspetta.

Sono Thomas Wake, il vecchio guardiano e Ephraim Willows, il suo nuovo aiutante, che resterà con lui quattro settimane.

Burbero, dispotico e gran bevitore il primo, silenzioso e lavoratore il secondo. Siamo in un tempo indefinito, alla fine dell’Ottocento, probabilmente.

Alimentato a carbone, il faro illumina la notte, ma nasconde un mistero che Thomas custodisce gelosamente e sotto chiave. Nel frattempo Ephraim è sempre più esausto dei modi rudi e sadici del guardiano del faro. Tra sogni di sirene, solitudine, bevute e ballate da marinai, il rapporto tra i due si fa sempre più stretto e sempre più conflittuale, al contempo.

Spinti dall’alcol i due cominciano a confessarsi il passato tormentato, ma finiscono per azzuffarsi e litigare, costretti alla convivenza ben oltre le quattro settimane prevista, a causa di una tempesta che ha impedito a Ephraim di lasciare l’isola.

I gabbiani sembrano osservare i due uomini, mentre la curiosità di Ephraim per quello che si nasconde nella torre del faro diventa insaziabile.

Scritto da Robert Eggers con il fratello Max, a partire da suggestioni melvilliane e di altri scrittori dell’epoca, che hanno raccontato il mare e la vita solitaria dei guardiani del faro, The Lighthouse è girato in bianco e nero, in pellicola e in formato academy, con lenti particolari, per restituire la matericità e la grana del cinema ai tempi del muto.

Costretti per davvero su una piccola isola durante le riprese, i due attori sono sostanzialmente gli unici personaggi di questo racconto ancestrale, elementare, fatto di cameratismo e durezze, invidie e soprusi.

Il giovane Ephraim, che dopo aver abbandonato la casa paterna, nei boschi del Canada, ha tentato mille lavori, è in cerca del suo posto nel mondo, ed è pronto a lavorare sodo per riuscirci.

Thomas è invece un uomo rotto dalla vita, solitario, mefistofelico, che custodisce gelosamente il suo sapere. Dovrebbe essere per Ephraim una figura paterna, ma lo sarà solo in termini oppositivi, fomentando la necessaria rivolta verso l’autorità, come momento di passaggio.

Meno stratificato e metaforico di The Witch, il sensazionale esordio che ha messo Robert Eggers al centro di una new vawe di giovani cineasti americani, The Lighthouse è tuttavia altrettanto misterioso e denso.

Peccato che i fratelli Eggers pur consultando testi e saggi del tempo, non abbiano trovato un racconto più emblematico, più articolato, magari pescando tra quelli memorabili di Somerset Maugham, capaci di sostenere l’evidente talento di Robert per una messa in scena capace di evocare demoni e ossessioni interiori, come nessun altro.

Qui tuttavia si accontenta di mettere in scena un dramma psicologico piuttosto prevedibile nelle sue dinamiche, con ruoli immediatamente definiti. Anche la scelta di far recitare ai due attori brani attinti dal vasto materiale narrativo sulla materia, suona come un espediente arty più che come una vera necessità: persino quando si scambiano minacce e ingiurie i due sono meravigliosamente ispirati e forbiti.

L’elemento sovrannaturale è poi costantemente relegato a incubo o suggestione minacciosa, ma non diventa mai davvero protagonista, se non nel finale, più posticcio e frettoloso, che realmente enigmatico.

Mi sembra un piccolo passo indietro per Eggers, che si diceva stesse lavorando ad una nuova versione di Nosferatu, prima di intraprendere il viaggio di The Lighthouse, nato forse dall’occasione di lavorare con Willem Dafoe, come l’attore ha confermato presentando il film a Cannes.

Se la maestria e l’inventiva visionaria di Eggers è sempre formidabile e la direzione degli attori prodigiosa, è invece nella scrittura e nella struttura drammatica, che questo suo The Lighthouse mostra qualche limite evidente.

Poco male, sono gli inciampi tipici dell’opera seconda. Sensazionale la fotografia contrastatissima e materica di Jarin Blaschke, altrettanto formidabile lo score di Mark Corven, che trasporta il film fuori dal tempo.

Willem Dafoe giganteggia nel ruolo di Thomas, ma la sopresa è Robert Pattinson, mai così convincente in un ruolo fisico, che regala al suo personaggio una metamorfosi, seppure prevedibile, decisamente spaventosa. Il suo volto nero pece, che si erge alla fine sulla torre, illuminato dalla luce accecante del faro è momento che non si dimentica.

Annunci

E tu, cosa ne pensi?

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.