Berlinale 2019. Synonymes

Synonymes ***

Nell’Enrico IV di Pirandello, il protagonista è un nobile senza nome che, dopo 12 anni di follia causati da un incidente a cavallo, continua a fingersi pazzo per prendersi una rivincita su un suo traditore. Dopo aver consumato la sua vendetta, deciderà di non uscire mai più dal suo personaggio per non dover affrontare la realtà.

In Synonymes, dark comedy satirica diretta da Nadav Lapid e presentata in concorso alla 69esima edizione del Festival di Cinema di Berlino, il giovane Yaov (straordinario Tom Mercier, al suo esordio) fugge da Israele per iniziare una nuova vita a Parigi, dove fa amicizia con Èmile (Quentin Dolmaire) e Caroline (Louise Chevillotte).

Yaov è eccentrico, rifiuta l’ebraico, infila quanti più sinonimi possibili in ogni frase, scandisce e recita, più che conversare enuncia. Non stabilisce connessioni e l’unico rapporto che riesce a formare si fonda su un implicito senso di superiorità della coppia che lo accoglie, che in un impeto difficilmente dissociabile dalla retorica del fardello dell’uomo bianco lo copre di soldi, vestiti, cibo, beni di prima necessità.

Il suo istrionismo esasperato sembra una semplice difesa, almeno fino a quando durante un litigio Caroline gli sibila contro: “Tu credi di fare il pazzo, in realtà lo sei”. E qui compare il paradosso: proprio Caroline, ex ninfomane, ora quasi costantemente muta e insieme a lei il suo compagno Emile, scrittore fallito che usa “la noia come struttura dell’esistenza”, paiono poco più di vuote caricature incapaci di trasportare un senso proprio.

Nei suoi comportamenti alienati, nella sua ossessione per la lingua francese in cui vede forse uno strumento di salvezza, nel suo solipsismo spesso incomprensibile, Yaov risulta invece paradossalmente l’unico personaggio autentico. Una carica che trasporta nelle storie che racconta e che rende gli sketch di cui partecipa esplosivi e d’impatto.

E allora, oltre a sferrare attacchi mirati e pungenti tanto a Israele, patria ripudiata, che alla Francia, patria desiderata, Lapid e per sua mano Yaov ci portano a riflettere sui criteri con cui giudichiamo un individuo conforme a condividere il nostro spazio. Il folle è Yaov, solo, senza pudore e in lotta con tutto, o i folli sono Èmile e Caroline, la maggioranza silenziosa rannicchiata nella bambagia, che grazie alla retorica mistifica e costruisce il mondo a propria immagine e somiglianza?

A poco a poco, tra una gita all’ambasciata israeliana e una lezione di cittadinanza per procedere alla naturalizzazione, Yaov glorifica e insieme decostruisce i pilastri della società francese, in una dialettica di amore e odio vissuta sul negativo di un completo rifiuto della “disgustosa, spregevole, ripugnante, maligna” Israele.

Ma alla fine, quando tutte le carte sono scoperte, la verità non paga. Yaov è di nuovo solo, in attesa davanti a una porta chiusa, mentre chi sta dall’altra parte finge di non sentire le sue urla.

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