Room 237: The Nun di Corin Hardy

The Nun *

Un’esperienza a metà fra l’educativo e il mortificante. Sul fronte didattico, ho imparato che andare al cinema a scatola chiusa ogni volta che esce un horror – in virtù di un affetto viscerale nei confronti del genere, notoriamente il più bistrattato nella famiglia Hollywood – NON paga.

Io ci tengo parecchio al prosperare dei film dell’orrore, mi sono fatta andare bene il non troppo nelle mie corde Get Out (2017) di Jordan Peele perchè – cavolo – è stato candidato agli Oscar, si è seduto fra i bimbi grandi, ha persino portato a casa una statuetta, così come poi ho gioito nel vedere Hereditary di Ari Aster – come Peele, un regista al suo debutto – e mi sono impegnata a difenderlo a spada tratta anche nei suoi aspetti più indifendibili – perchè, oh, funziona! ha un’estetica pazzesca!

Da un punto di vista umano, però, incappare in prodotti mal-scritti, mal-pensati, mal-girati, mal-interpretati come The Nun (2018), parto di Corin Hardy, è realizzare che per quanto blateri all’infinito per convincere chi ti sta intorno che l’orrore non è il figlio bastardo della cinematografia, i tuoi sforzi verranno puntualmente nientificati da errori – non so come altro chiamare qualcosa che non dovrebbe esistere – di questo calibro.

Spin-off del più riuscito The Conjuring (2016) di James Wan, The Nun segue la storia di un prete dal passato turbolento e di una suora in procinto di prendere i voti. I due vengono mandati in Romania dal Vaticano per investigare il suicidio di un’altra suora, ritrovandosi alle prese con – sorpresa sorpresa – una forza oscura la cui incarnazione è – ditelo voi, che lo sapete – una madre Superiora demoniaca.

La recitazione sarebbe a livelli di orrido tali da renderlo un perfetto candidato a film cult da guardare a ripetizione con distaccata ironia da intellettuale, non fosse che non sono gli anni Settanta, i midnight movies hanno smesso di essere in auge da un pezzo e in ogni caso non c’è nemmeno quel vago, disperato sentore di guizzo o di tentativo di sperimentazione necessario per redimere una brutta pellicola.

In alcuni momenti sconcertanti si ha l’impressione che nel montaggio finale siano finite scene scartate o che perlomeno avrebbero dovuto essere girate un’altra ventina di volte prima di raggiungere un risultato soddisfacente. Nella mia top 3 di grasse risate, un Padre Burke (Demiàn Bichir) che entra in una stanza e ci permette di immaginare con chiarezza quasi fotografica il “[Padre Burke entra sbattendo drammaticamente la porta]” stampato in grassetto fra le note del regista sul copione. Non ne esce benissimo nemmeno Taissa Farmiga nei panni di Sorella Irene, che pure aveva già avuto a che fare con questo mondo interpretando tre diversi personaggi in tre diverse stagioni di American Horror Story. Peccato al cubo perchè, in The Conjuring, a interpretare la protagonista Lorraine è la sorella Vera Farmiga. Come per Wan con Hardy, un’occasione mancata di passare con successo il testimone.

L’idea alla base è trita, ritrita, trasudante muffa. Hai un convento nei boschi, hai un gruppo di suore, hai un demone. Potresti metterci blasfemia à gogo, parodizzare l’intera Chiesa, infilarci litri di sangue, perversioni di vario livello. E invece no! Non solo il prodotto finale manca di costruzione della tensione, ma in più tutto si affloscia prima di iniziare a lievitare, non c’è empatia coi personaggi o con la situazione. Un’ora e mezza che passa in modo doloroso, fra un jumpscare e l’altro, senza dimenticare i violini per creare tensione.

A parte tutto, facciamo un generico discorso di merito: perchè capita spesso che un amante di cinema x debba ravanare nei meandri scuri di internet per ottenere il link che lo rimandi a film y, accolto a braccia aperte dalla critica all’estero, non pervenuto in Italia, mentre ottengono il diritto di essere proiettati su grande schermo queste atomiche boiate? Qui siamo ancora una volta al punto di partenza, dove con punto di partenza si intende la polemica scoppiata a suo tempo per l’esagerata permanenza nelle sale di Cinquanta sfumature di grigio – in programmazione per quasi un mese, avrebbe poi fatto incetta di riconoscimenti per il peggior film ai Razzie Awards, noti anche come anti-Oscar. Gli ottimisti pensavano che lamentarsi a gran voce del decadimento della cultura portasse a qualche risultato, ma – come quasi sempre nella vita – gli ottimisti sbagliavano. The Nun ha incassato 336 milioni di dollari a livello globale. The Nun è il nostro passato, presente e con tutta probabilità futuro.

Se non altro, a voler trovare un lato positivo, ora sappiamo che nessuno ascolta le nostre preghiere.

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